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E’ morto Claudio Abbado L’omaggio di Vittorio Mascherpa

È morto a Bologna il maestro e senatore a vita Claudio Abbado. Malato da tempo, aveva 81 anni. Il ricordo di Vittorio Mascherpa per OperaClick.

È morto a Bologna il maestro e senatore a vita Claudio Abbado. Malato da tempo, aveva 81 anni. Nato a Milano il 26 giugno 1933 e figlio di un insegnante di violino, nel 1955 si era diplomato in pianoforte e direzione d’orchestra presso il Conservatorio di Milano. Il primo grande riconoscimento arrivò già nel 1958, quando conquistò il primo posto al concorso Koussevitsky a Tanglewood, nel Massachussets: grazie a quel premio debuttò negli Stati Uniti con la New York Philarmonic. L’anno dopo debuttò a Trieste come direttore sinfonico, mentre l’esordio alla Scala arrivò nel 1960.

Con lui se ne va un titano della direzione d’orchestra e la Musica ha perso una delle sue più grandi voci.

Bergamonews insieme a OperaClick lo ricorda con le parole con le quali Vittorio Mascherpa, lo scorso giugno, salutò la nomina a senatore a vita.

Claudio Abbado è figura troppo nota perché se ne debbano riandare le vicende biografiche, dalla nascita milanese nel 1933 in famiglia colta e musicale e dalla severità degli studi a Milano, Siena e Vienna al meticoloso tirocinio e ai debutti salisburghese nel 1965 e lucernese nel 1966; dalla direzione musicale della Scala tenuta dal 1968 al 1986 alle regolari, prestigiose presenze a Londra e Chicago; dal successivo incarico di direttore dell’Opera di Vienna e poi di Generalmusikdirektor der Stadt Wien a quello, tra il 1989 e il 2002, di direttore dei Berliner Philharmoniker.

Dalla fondazione nel 1978 della European Community Youth Orchestra (poi Chamber Orchestra of Europe) e, cinque anni dopo, dell’Orchestra Filarmonica della Scala e nel 1986 della Gustav Mahler Jugendorchester (da cui sorgerà la Mahler Chamber Orchestra) a quella, nel 2003, della Lucerne Festival Orchestra e, l’anno seguente dell’Orchestra Mozart di Bologna.

Anche la recentissima nomina a senatore a vita della Repubblica italiana, insieme ad altri eminenti artisti e scienziati che, più che riceverne, daranno lustro al corpo legislativo di cui sono stati chiamati a fare parte, corona una lunga serie d’onorificenze ricevute in ogni parte del mondo sempre con ferma coscienza dell’origine italiana e dell’appartenenza all’Italia migliore. Una dettagliata sintesi delle sue attività anno per anno è facilmente accessibile nel sito del Club Abbadiani Itineranti e non avrebbe senso ripeterla qui.

Con queste brevi note vorrei invece trasmettere il senso di quel che l’ascolto e l’accompagnamento d’un interprete come lui hanno significato per le persone della mia generazione che, nate verso la fine della seconda guerra mondiale o poco dopo, s’accostarono alla musica alla fine degli anni Cinquanta.

Alla Piccola Scala Abbado aveva esordito nel 1960 come direttore del concerto celebrativo per il tricentenario della nascita d’Alessandro Scarlatti e nel marzo 1965 come direttore d’opera con Atomtod di Giacomo Manzoni.

Ebbi poi la fortuna d’ascoltarlo per la prima volta la sera del suo debutto nella sala maggiore del teatro: era il novembre 1965, l’occasione era quella del concerto, rituale a quel tempo, per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università statale di Milano. Diresse un’ouverture di Rossini, poi il Primo concerto di Čajkovskij, solista Alexis Weissenberg (senza dubbio il nome di richiamo della serata…) e concluse con la Settima di Beethoven.

Non avevo ancora vent’anni, allora i dischi erano un oggetto pressoché di lusso, di certo non possedevo diverse esecuzioni dello stesso pezzo e ricordo l’impressione di stranezza, non posso nemmeno dire di novità, che mi fecero quelle esecuzioni rispetto a quello che ero abituato a sentire; fu anzi facile intendere che questa era l’opinione corrente nel pubblico. Il suono sembrava quasi prosciugato, trasparente; i pezzi sembravano più brevi.

Con l’esperienza dei decenni successivi è naturale osservare che quest’ultima sensazione non dipendeva da una maggiore velocità dell’esecuzione ma, verosimilmente già allora, da una coerentissima resa dei particolari in funzione dell’insieme: molti anni dopo venni a sapere che per Massimo Mila, uno dei numi tutelari della mia generazione di musicofili, questa capacità di dare un senso all’esecuzione si chiama fraseggio. Determinanti furono poi i concerti dell’estate-autunno 1969: nominato l’anno prima direttore stabile dell’orchestra del teatro, Abbado era riuscito a promuovere la prima esecuzione integrale delle sinfonie di Mahler a Milano, dove alcune di esse non erano ancora state eseguite. In quella stagione ebbi modo di sentirlo dirigere alcuni dei pezzi che poi ci accompagneranno per tutta la sua carriera, dalla Sesta di Mahler al Te Deum di Verdi.

E qui tocchiamo una delle caratteristiche della vicenda umana e interpretativa di questo direttore: il ritornare più volte sul già fatto senza tramutare mai l’esecuzione in routine, ma ricercando ogni volta aspetti nuovi anche in contraddizione con le proprie letture pregresse, da anni o anche da una sola sera. Recentissime ed estreme, da questo punto di vista, le due esecuzioni della cosiddetta Incompiuta di Schubert che ebbi modo d’ascoltare a Lucerna una decina di giorni fa, diversissime tra di loro a meno d’un giorno di distanza, dal funebre al consolatorio, esplicitamente a significare come l’ambiguità dei grandi capolavori sia inesauribile e trasmetterla sia il dovere primario d’ogni esecutore capace d’anteporre sempre la musica a sé stesso.

E tecnicamente capace, questo è implicito, d’indurre gli strumentisti insieme ai quali fa musica a suonare in modo così diverso da una volta all’altra per solo effetto delle variazioni del proprio gesto chiaro e persuasivo.

Risiede in questo sia il senso dello zusammenmusizieren (“fare musica insieme”, appunto, come premessa tipicamente abbadiana al dirigere), sia la spiegazione della necessità, troppo spesso fonte d’equivoci, d’avere in orchestra prime parti di propria completa confidenza. La mia prima, fondamentale esperienza di questo consapevole sperimentalismo dell’esecuzione furono le serate della primavera 1971 in cui Abbado diresse il Wozzeck, che tornava alla Scala diciannove anni dopo le tempestose serate dirette da Mitropoulos.

Ebbi modo d’assistere a cinque delle sei rappresentazioni di questo sommo capolavoro e ogni sera c’era qualcosa di diverso, non per incompiutezza della preparazione ma per necessità di portare alla fisicità del suono indicazioni implicite nel testo che non ammettono una lettura univoca e per così dire definitiva. In anni più vicini a oggi, questo fondamentale problema è diventato patrimonio di diffusa conoscenza anche grazie alle diverse letture che negli ultimi dodici anni Abbado ha alternato delle sinfonie di Beethoven.

Quando nel 2006 aprì il Lucerne Festival Sommer con una memorabile esecuzione della Nona sembrò quasi voler negare l’esperienza romana e viennese del 2001, ritornando da dimensioni e sonorità quasi cameristiche alla grande orchestra, così come ha fatto quest’estate con l’Eroica, reinserita nel filone d’una gloriosa e tornita tradizione del suono dopo averne, anni addietro, sbalzato in primo piano l’enorme portata rivoluzionaria.

Non meno costante il rinnovamento delle sue interpretazioni mahleriane dai primi anni scaligeri e dai primi dischi con la Chicago Symphony Orchestra alle sconvolgenti realizzazioni dell’ultimo decennio a Lucerna e Berlino. Indimenticabile l’immagine del direttore che durante una prova della Seconda, nell’agosto del 2003, apre una sua vecchissima partitura da studio, rilegata in pelle marrone e discute alcuni particolari con il Konzertmeister Kolja Blacher: pensai fosse lo stesso “sacro testo” da cui Abbado aveva fatto correggere nel 1965, durante le prove del suo concerto d’esordio a Salisburgo, i numerosissimi errori che, come raccontò decenni dopo, aveva trovato nei materiali d’orchestra arrivati da Vienna…

In campo operistico è stata spesso rimproverata ad Abbado l’assenza dal suo repertorio di titoli celeberrimi e persino in toto d’autori grandissimi, in primo luogo Britten e Puccini (del quale, che io sappia, esiste in registrazione ufficiale solo la romanza di Lauretta con la Netrebko, e in “bucaniera” solo l’addio di Cavaradossi con Pavarotti).

Ma al di là di questi casi-limite mi sembra comunque necessario spiegare perché, a fianco d’alcuni esiti memorabili o addirittura senza precedenti, di Verdi manchino all’appello capolavori quali Rigoletto e Trovatore; perché a fianco d’un Elektra che fece scalpore non siano mai state affrontate una Salome o una Donna senz’ombra, per tacere del Cavaliere della rosa; perché l’unica incursione nel campo della Tetralogia resti limitata al finale della Valchiria e dei Maestri cantori non si sia mai parlato; perché i favolosi Wozzeck non siano mai stati seguiti da una Lulu.

Proprio alcune vicende legate a quest’ultimo titolo permettono, forse, di gettare una luce su questo controverso aspetto.

Senz’entrare in tediosi e non documentabili dettagli, credo che sia propria di Claudio Abbado una profonda serietà intellettuale che lo induce a non occuparsi di musiche alla cui conoscenza non crede di poter contribuire in modo innovativo e decisivo. Senza dubbio possono averci giocato anche gusti e predilezioni personali, ma a me sembra ovvio supporre che abbia rinunziato a dirigere partiture così stimolanti già solo dal punto di vista dell’orchestrazione, come sono quelle di Puccini (d’altra parte sempre molto ben presenti con eccellenti esecuzioni nei programmi della Scala durante gli anni della sua direzione musicale), o così moderne e coinvolgenti come problematiche umane come sono quelle di Britten, solo per la convinzione che esse non gli proponessero obiettivi non ancora raggiunti da altri direttori. Serietà e consapevolezza dei meriti altrui che lo portarono, nel 1977-78, a rinunziare al lungamente desiderato Tristano per lasciarne il podio a Carlos Kleiber (Abbado dirigerà questo titolo solo 21 anni dopo, a Berlino e a Salisburgo).

Per molti ascoltatori milanesi della mia generazione Simone Boccanegra, Macbeth, Don Carlo, Ballo in maschera rimarranno sempre legati al nome di Claudio Abbado: non potevamo immaginare, prima di lui, e non sentimmo mai più dopo, un Verdi così ricco di sfumature psicologiche nell’implacabile serratezza della conduzione del dramma. E Barbiere di Siviglia, Cenerentola, Italiana in Algeri trovarono in quegli anni realizzazioni di tale rigore ritmico, di tale splendore timbrico, di tale beffarda ironia da lasciarci senza rimpianto alcuno per il non fatto.

Un ultimo esilarato ricordo va all’Amore delle tre melarance del dicembre 1974, forse l’esempio più leggendario di fusione tra realizzazione musicale e realizzazione scenica (Strehler) a cui abbia mai avuto la fortuna d’assistere. Concludo osservando che il titolo dev’essere stato molto caro ad Abbado: già l’aveva diretto nel 1962 a Trieste.

Vittorio Mascherpa

Commenti

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  1. Scritto da andy baumwolle

    Grande, il più grande tra i direttori d’orchestra
    persona dolcissima, colta ma mai primadonna, sempre col pensiero rivolto agli altri
    Un musicista sublime
    Grazie

  2. Scritto da lotty

    Un uomo veramente grande. Devolveva il suo stipendio da senatore per borse di studio a ragazzi bisognosi. Del caimano disse”che ci sia un uomo che controlla l’ 80% dei mezzi di comunicazione e per di più sia !° ministro è veramente …arrivano al potere persone ignoranti”. La terra ti sia lieve.

    1. Scritto da Narno Pinotti

      Che per onorare l’arte e la sapienza di un grandissimo direttore si scelga di ignorare praticamente tutto ciò che egli aveva studiato, scritto, diretto, interpretato, insegnato, donato a pubblici e appassionati di mezzo mondo per una vita intera, e di estrarre invece forse l’unica dichiarazione in cui citava Berlusconi, è davvero sconfortante.

      1. Scritto da lotty

        Sconfortante? Lei non ha capito niente del mio commento o fa finta di non capire. la comunicazione mediatica in mano al caimano ha distrutto proprio l’interesse all’arte e alla sapienza di cui Abbado era ambasciatore, questo è ciò che voleva dire con la sua affermazione sull’ignoranza al potere.

        1. Scritto da Narno Pinotti

          Certo, avevo dimenticato che prima di Berlusconi eravamo un paese di musicofili: c’erano tafferugli per entrare all’opera, gli abbonamenti alle stagioni sinfoniche andavano via come il pane e le conferenze sulla filosofia contemporanea facevano il bis. Chissà perché Abbado di fatto lasciò un’Italia così colta intorno all’85. Mi pare più probabile che lei, non sapendo niente di musica né di direzione d’orchestra, abbia piegato pure la morte di Abbado all’unica cosa di cui parla sempre.

          1. Scritto da marilena

            Senta, non ho voglia di far polemiche, prendo atto che lei è berlusconiano(non mi sembrava fino a un anno fa). La cultura non è solo musica e filosofia e le ricordo che nel ventennio del caimano è stato fatto il lavaggio del cervello attraverso le sue tv e la sua onnipresenza sullo schermo. Lo spiega molto bele la frase di Abbado. Buona giornata

  3. Scritto da Carlo Pezzotta

    Grazie Claudio, per ciò che ci hai dato. Vedendoti dirigere, con il tuo sguardo cosi assorto, mi facevi sognare una società migliore.