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La Roma dell’Ottocento e la satira sui potenti Nel Wertmuller “Pellegrino”

Il nipote di un monsignore venuto dal nebbioso Nord (Bergamo) si fa accompagnare dal vetturino Caracciolo Ninetto alla scoperta della capitale con tutti i vizi e le virtù dell'epoca. Che non sono dissimili da quelli attuali. Bravo e istrionico Massimo Wertmuller.

IL PELLEGRINO

Regia: Pierpaolo Palladino

Musiche: Pino Cangialosi, eseguite dal vivo da Fabio Battistelli/Mario De Meo (clarinetto) e Pino Cangialosi/Mirko Nunziante (fagotto e percussioni)

Scene e costumi: Alessia Sambrini

Luci: Alessia Sambrini e Patrick Vitali

Attore protagonista: Massimo Wertmuller

Produzione: Associazione Culturale Racconti Teatrali

Durata: 75 minuti senza intervallo

Luogo: teatro Donizetti Bergamo

Info tickets: www.teatrodonizetti.it  

Il teatro Donizetti improvvisamente si trova nella Roma ottocentesca. 

Devo ammettere con un certo scetticismo iniziale che scompare dopo pochi minuti del fitto monologo di Massimo Wertmuller in scena fino a domenica con "Il Pellegrino" di Pierpaolo Palladino.

Si parla di Caracciolo Ninetto, un vetturino al servizio di un monsignore dedito al gioco e alla bella vita che segretamente, ma nemmeno troppo, sogna di abbandonare i voti per vagabondare nel mondo. Ninetto è di umile estrazione ma l’abitudine alla frequentazione sociale fa di lui un attento osservatore della realtà in un periodo di tumulto, di fame e rivolta sociale soffocata dai gendarmi, "controllata" dalla restaurazione di Pio VII e dai soliti pochi potenti.

Il vai e vieni quotidiano del "tassista" romano viene sconvolto da un incarico dell’alto prelato: deve scorrazzare il nipote venuto dal nebbioso nord (Bergamo, ma ne faremmo a meno di questa citazione poco funzionale) che scappa dalle persecuzioni in quanto attivista politico, propagandista giacobino e libertario. 

A onor del vero il principale pericolo per Ninetto e nipote non verrà dalla polizia austriaca ma dalla venerazione per Paolina Bonaparte.

Nel vagabondare qua e là il fidato cocchiero spalancherà alla curiosità del ragazzo una ventina di personaggi che dipingono una Roma mille colori, mille sfaccettature non tutte e non necessariamente nobili ma incredibilmente vere, autentiche, esaustive. 

Vari dialetti o forme espressive esageratamente connotate dalla provenienza e dalla fisicità del personaggio, interpretate con bravura e capacità da un istrione Massimo Wertmuller, che scivola poco poco su qualche esasperazione della scrittura così fitta e veloce da far perdere il filo del ragionamento. 

Ma la morale c’è, eccome.

Nell’Ottocento come nel Novecento e altrettanto ai tempi nostri, sembra convenire star fermi, stare zitti, affabulare in privato, di nascosto, sottovoce. 

Farsi gli affari propri chiedendosi impietosamente quali essi siano è la chiave del ragionamento che il povero e malcapitato vetturino paga con un finale drammatico.

Esporsi costa caro e non si perdona nulla a chi alza la testa, la storia insegna che il più delle volte la testa rotola dalle ghigliottine che via via cambiano tecnologia, non mutando mai nell’intenzione e nell’effetto.

Il popolo? Grida.

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