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Stendardo il filosofo: “Dimenticate la superbia e fate spazio a Dio”

Guglielmo Stendardo si conferma un giocatore atipico. Il difensore dell’Atalanta, che studia da avvocato, ha diffuso una lettera con una serie di riflessioni sull’uomo nella nostra società, indicando la superbia come male assoluto e Dio come fonte di salvezza

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Da avvocato a filosofo. Guglielmo Stendardo si conferma ancora una volta un giocatore atipico.

Il difensore dell’Atalanta, che oltre a giocare a calcio sta per diventare avvocato, ha diffuso una lettera scritta di proprio pugno nella quale elenca una serie di riflessioni sull’uomo nella nostra società, indicando la superbia come male assoluto e Dio come fonte di salvezza:

 

Se, solo per pochi attimi, ci soffermassimo a riflettere sul vero senso della vita, ci accorgeremmo del grave sacrilegio che commettiamo vivendola negligentemente, incuranti delle aspettative divine per il dono concessoci della vita, sempre più logorata dal male. Uno squarcio profondo, generato dalla superbia, ha ormai eroso le nostre coscienze, alterando persino il naturale percorso delle nostre azioni, ridotte, il più delle volte, a deboli ed ininfluenti reazioni.

L’uomo, come sosteneva Rousseau, nasce buono e la società lo corrompe. Questa riflessione rimane, purtroppo, sempre valida, anzi, in continuo divenire, sia per colpa della società, con certi suoi discutibilissimi credi, che di una buona parte degli uomini che la sostengono per debolezza, necessità, convenienza, paura di ritorsioni ed in molteplici casi, per ignoranza.

Considerando inutile e sconveniente inimicarsi il più forte o prepotente, si sceglie la via più agile da percorrere, quella dell’assecondamento, che conduce all’annichilimento di tutti quei principi e valori cristiani cui l’uomo dovrebbe ancora esserne depositario, per divina volontà. La ricchezza, il potere, ma anche la conoscenza, la religione, l’arte, il talento, purtroppo, convergono tra loro generando, un fenomeno inqualificabile e, al tempo stesso, deplorevole: la superbia.

Sono proprio loro, salvo eccezioni, i ricchi, i potenti, i colti o eruditi, gli ecclesiastici, gli artisti e i talentuosi, che, narcisisticamente innamorati di se stessi e di quella superiorità, talvolta vera ma il più delle volte presunta, sentono il bisogno, ridicolo, di vederselo riconosciuto dagli altri ed essere posti, addirittura, a mo’di oracoli viventi.

È proprio dalla superbia che nasce un male altrettanto deplorevole che costringe l’uomo a vivere senza speranze e con grande indifferenza e peggio ancora, con apatia. Propongo, a tale proposito, di leggere con attenzione la poesia del grande Totò "A Livella", invitando tutti coloro che hanno smarrito il senso e la misura delle cose, a ricavarne un valido suggerimento per guarire dalla più grave delle malattie mentali: la superbia.

E, per restare in tema, propongo di rivedere, sempre del grande Totò, un film bellissimo e dal titolo esilarante: "Siamo uomini o caporali". Con questa frase e molte altre, somiglianti a semplici battute, destinate a far ridere il pubblico,Totò mostrava il proprio interesse verso il sociale, ironizzando magistralmente su temi che restano, purtroppo, attuali. L’umanità, recitava, io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.

Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma pronti a vessare il povero uomo qualunque.

Sento la necessità di suggerire una riflessione basata sul libero arbitrio concessoci con il dono della vita: pur se spetta a ognuno di noi scegliere cosa farne della propria, sarebbe sempre un errore gravissimo escludere il Creatore dalle proprie valutazioni.

Guglielmo Stendardo

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Commenti

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  1. Scritto da nino cortesi

    Meglio per l’Atalanta che si ritiri in convento.

  2. Scritto da lotty

    Troppi riferimenti a un dio di cui nessuno ha mai provato l’esistenza. L’etica non ha bisogno di religioni, sono gli uomini che la costruiscono e la tramandano senza aspettarsi ricompense o castighi immaginari.

    1. Scritto da antonio

      Parli per lei. io Dio nella mia vita l’ho incontrato. Spero possa incontrarlo anche lei

    2. Scritto da latty

      Lasci perdere dio. Nessuno le chiede di credere, o di informarsi sulle prove della sua esistenza. Come anche lei dice, l’etica si valuta per i fatti. Vale anche per chi crede, oltre che per chi crede ad altro o quel che voglia. Che fastidio queste morali al contrario figlie di lampante anticlericalismo.

      1. Scritto da lotty

        Guardi che dio l’ha tirato in ballo stendardo e io ho scritto un commento per specificare che non c’è bisogno della divinità per comportarsi secondo giustizia. In quanto alle prove dell’esistenza forse sono più informata di lei ma, mi creda, non esistono! Morale al contrario la mia? Vede che lei considera gli atei degli immorali? Lampante antiateismo.

        1. Scritto da latty

          “compensi o castighi immaginari” scrive lei. Scusi credo ancora di saper leggere. Non ci sono prove? Se fosse così, nemmeno lei ha le prove di quanto afferma. Sul suo anticlericalismo parlano i suoi post, questo è solo l’ultimo. Libera di farlo, ma – appunto – provi anche lei a guardare i fatti, e non solo nel male.

          1. Scritto da riccardo

            Precisando che non sono ateo, è comunque un fatto che il possesso di un’etica non implica l’atto di fede, come peraltro non ha in effetti senso parlare di prove dell’esistenza di Dio in quanto questa sarà sempre e solo legata all’atto di fede stesso. In ogni caso, mi scusi, ma rileggendo il tutto, francamente non trovo anticlericalismo nello scritto di lotty, a meno che lei pensi che la religione sia cosa di esclusivo possesso del clero, cosa questa facilmente confutabile.

  3. Scritto da dark

    Mi sembra un contributo molto buono. Mai visto qualcs di simile nello sport? Io molto raramente. Bravo!

  4. Scritto da Montalto Angela

    l’argomento trattato da Stendardo in così breve spazio, su elementi che la filosofia ha sempre trattato con massima attenzione ed arrivando a queste stesse conclusioni,merita un grosso applauso Per l’arte non vi è alcun riferimento che faccia pensare agli artisti.mai un artista userebbe il termine “pisciare”in una sede seria. Auguriamoci,che tanti altri giovani possano,con l’esempio di stendardo,valutare di scegliere la via della buona conoscenza per cambiare una società allo sbando.

    1. Scritto da riccardo

      tra l’altro…la conoscenza, non deve essere né buona né cattiva, in quanto tale e non ha bisogno di aggettivi o giudizi morali . Assegnarle un aggettivo discriminate del genere alla conoscenza è tipico di un certo approccio dottrinale (che nella storia dell’umanità ha creato peraltro tanti danni ben documentati, basti citare lo scontro epocale tra Scienza e dottrine religiose), che peraltro traspare chiaramente nel suo scritto nel richiamo bigotto sui termini utilizzati.

      1. Scritto da lotty

        bravo riccardo, sono con te.

    2. Scritto da riccardo

      guarda che non devo essere un’artista per commentare, basta conoscere la materia, pertanto uso i termini che ritengo più opportuni nella circostanza, ché è evidente che sull’arte Stendardo ha idee confuse. La faccenda della superbia legata all’arte, detta com’è scritta è amena nella sua genericità, come peraltro sottolineava giustamente il primo intervenuto. Ed è molto discutibile anche la generica citazione della religione. Insomma è tutto troppo pretensioso nella sua genericità.

  5. Scritto da robi

    Leggo i quattro commenti che mi precedono e vedo solo critiche; al marxista neroblu non gli va bene che un calciatore creda in Dio; nino cortesi è convinto (come non si sa) che Stendardo sia strumentalizzato da L’Eco; Riccardo lo critica solo perché cerca, in poche righe, di argomentare su aspetti culturali; ssim se la prende perché ritiene che tutti gli artisti muoiono di fame senza sapere che Picasso e Raffaello, da lui citati, erano ricchissimi! Sapete solo criticare???

    1. Scritto da Carlo Codega

      Oltretutto è l’unico che si espone su temi così importanti, nel suo ambiente.
      Quanto al marxista, inizialmente pensavo fosse un mangiatore di Mars, invece è un cultore di una filosofia storicamente vincente…
      Coraggio, Papa Francesco può telefonare anche a te!

      1. Scritto da lotty

        Inutile ironia la sua!

    2. Scritto da riccardo

      cosa c’entra il riferimento alla ricchezza con l’arte? E’ sicuro di aver capito bene cosa ho scritto?
      La faccenda dell’artista che deve morire di fame per essere tale è uno stereotipo talmente datato, e connotato da un moralismo falso e di quart’ordine da non meritare nemmeno un commentoe peraltro io non ne ho minimamente accennato, oltre al fatto di essere totalmente fuori tema.

  6. Scritto da marxista neroblu

    visto la limpida intelligenza pensavo che il bravo Guglielmo fosse ateo. .. Invece… mi spiace

  7. Scritto da nino cortesi

    Diciamolo, a Bergamo i paolotti sono ben pompati dal giornale locale.

  8. Scritto da riccardo

    In effetti il riferimento all’arte è completamente fuori luogo e indice davvero di scarsa conoscenza della materia.
    Con tutto il rispetto per Willy che è un calciatore comunque con un livello intellettuale sopra la media, direi che stavolta ha, come dire, pisciato fuori dal vaso, mettendo in un unico calderone materie ed argomenti delicati e profondi che andrebbero trattati con più prudenza ed attenzione

  9. Scritto da ssim

    Dia il buon esempio invece di regalarci certe amenità. Che c’entrano gli artisti? Non si rende conto che non vi è supebia in Van Gogh, De Dominicis, Picasso, Raffaello e tanti altri? La categoria degli artisti vuole riempire il mondo di bellezza. E spesso vive una vita di stenti. Denunci la corruzione nello sport se crede in quel che dice.