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Paolo VI in Terra Santa Cinquant’anni fa il Papa fu pellegrino della pace

Paolo VI nel gennaio del 1964 visitò la Terra Santa. Fu il primo pellegrinaggio di un pontefice a Gerusalemme dopo quasi due millenni: un viaggio che spalancò le porte al dialogo con il Patriarca di Costantinopoli. Un pellegrinaggio che entusiasmò il Papa e tutta la Chiesa. Papa Francesco seguirà le sue orme il prossimo 24 maggio

di Pier Giuseppe Accornero

«Ritorniamo con il cuore pieno di intense emozioni, portando scolpite nella memoria, e per sempre, le immagini radiose e commoventi dei Luoghi Santi, che parlano con spoglia eloquenza della vita di Gesù Cristo, delle sue sofferenze, del suo amore».

Paolo VI, sempre misurato nelle parole, sorvegliato nei sentimenti e con un temperamento inossidabile, tornò entusiasta dal viaggio di cinquant’anni fa in Terra Santa sulle orme del Salvatore e del pescatore di Galilea. Le orme che riprenderà Papa Francesco dal 24 al 26 maggio prossimi quando -come ha annucitao lui stesso nell’Angelus di domenica 5 gennaio- sarà in Terra Santa. Per ricordare un pellegrinaggio storico durato tre giorni, dal 4 al 6 gennaio 1964, ma che in un colpo solo colmò quasi duemila anni di storia del Cattolicesimo. Entusiasmo che manifestò all’arrivo all’aeroporto di Roma-Ciampino e poi in Vaticano, dove giunse tra due ali gioiose di grande folla, cosa che lo colpi molto, tanto che parlò ai cardinali di «avvenimenti straordinari, è davvero straordinario, è straordinario per il punto di arrivo, esaltazione spirituale così grande, che davvero non posso dirla comparabile con nessun altro momento della vita romana, fatto che già è un avvenimento, Roma ha manifestato come non mai un’adesione al Papa, una cosa grande e significativa».

Raccontano le pagine sbiadite del quotidiani di cinquant’anni fa: più di un milione di romani salutò il Papa nelle strade della capitale, come se si trattasse di un eroe. Quasi tutti avevano seguito sui teleschermi le tappe del viaggio constatando con quanto entusiasmo Paolo VI fosse stato accolto in Medio Oriente: «Romani che non vogliono essere da meno del popolo di Gerusalemme. Paolo VI rispondeva a tutti stando ritto sulla macchina scoperta. Un gruppo di suore voleva circondare a tutti i costi la macchina, ma è stato trattenuto dalla polizia mentre tutte le campane della città suonavano a festa. Gli è stata tributata una manifestazione entusiastica di giubilo per il successo del suo viaggio. Davanti al Colosseo illuminato lo ha atteso il sindaco, il democristiano Glauco della Porta. Piazza San Pietro è tutta uno sfolgorio di luci. La folla in pochi secondi inonda la piazza».

Papa Montini narra ai cardinali l’entusiasmo che lo ha circondato in Terra Santa: «I cardinali l’avranno visto, l’avranno sentito commentare da tutte le voci della stampa, della televisione e della radio. Mi pare di trovare una misteriosa relazione fra quella terra, fra Gesù Cristo, fra Pietro, fra la sua successione e fra Roma … il viaggio di un pellegrino per pregare, riflettere, benedire. C’è stata un’accensione tale di entusiasmo tra ortodossi, ebrei, musulmani, non diciamo poi tra cattolici, che i cardinali che mi hanno accompagnato, potranno essere testimoni di questa serie di esplosioni spirituali meravigliose».

Il Pontefice si sofferma sull’accoglienza ricevuta dal Patriarca ecumenico di Costantinopoli e dagli ortodossi: «Siamo davanti a cose che, se gli indizi iniziali tengono fede a ciò che promettono, sono veramente grandi, e dobbiamo dire travolgenti: siamo davanti forse a qualche cosa divina, soprannaturale. Il Patriarca Athenagoras, con ben undici metropoliti, è venuto incontro a me e ha voluto abbracciarmi, come si abbraccia un fratello, ha voluto stringermi la mano e condurmi lui, la mano nella mano, nel salotto in cui si dovevano scambiare alcune parole, per dire: dobbiamo, dobbiamo intenderci, dobbiamo fare la pace, far vedere al mondo che siamo ritornati fratelli. E il Patriarca soggiungeva a me: “Mi dica quello che dobbiamo fare, mi dica quello che dobbiamo fare”». Ma non bisogna «lasciarci prendere dalle apparenze e dai momentanei entusiasmi». Montini è un cronista scrupoloso: «Sono venuti gli altri patriarchi, gli anglicani, i protestanti, e tutti per stringere la mano e per dire come possiamo ritrovarci in nostro Signore. Ma il momento in cui io mi sono sentito soffocare dalla commozione e dal pianto è stata la Messa sul Santo Sepolcro, nel proferire le parole nella consacrazione e nell’adorare la presenza sacramentale di Cristo là dove Cristo consumò il suo sacrificio. Là ho pregato per voi, collaboratori miei, con tutti i vescovi del mondo, i sacerdoti, i fedeli; e ho pregato quel Gesù, che mi ha dato questa grande fortuna di sentire così vicina la sua presenza, la sua azione, la sua assistenza, che mi riempisse di grazie e di gaudio, non solo per la mia povera anima».

PROGETTO SEGRETO SUBITO DOPO L’ELEZIONE

Subito dopo l’elezione il 21 giugno 1963, Paolo VI pensa di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa e ne informa in via riservata il Segretario di Stato cardinale Amleto Cicognani con un autografo del 21 settembre 1963: «Dopo lunga riflessione e dopo d’aver invocato il lume divino, mediante l’intercessione di Maria santissima e dei santi apostoli Pietro e Paolo, sembra doversi studiare positivamente se e come possibile una visita del Papa ai luoghi santi, nella Palestina».

Per evitare complicazioni il progetto è sviluppato in segreto da mons. Pasquale Macchi, segretario particolare di Montini, e dal prefetto della Casa Pontificia mons. Jacques Martin. Il 4 dicembre 1963 Paolo VI promulga la costituzione sulla liturgia «Sacrosanctum Concilium», approvata con un plebiscito (2.159 sì, solo 5 no), e comunica la notizia in San Pietro ai padri conciliari che approvano con un lungo applauso: «…E ora consentiteci un’ultima parola per comunicarvi un proposito che da tempo maturava nel nostro animo e che ci siamo decisi di rendere di pubblica ragione davanti a così eletta e significativa assemblea».

Aggiunge, in un discorso in latino che i padri capiscono al volo: «Post maturam rei considerationem et multas preces Deo adhibitas, statuerimus Nosmet ipsos, peregrinatoris in modum, in regionem illam, patriam Domini Nostri Iesu Christi, conferre. Vogliamo recarci, se Dio ci assiste, nel prossimo gennaio in Palestina, per onorare personalmente, nei luoghi santi, dove Cristo nacque, visse, morì, risorse, salì al cielo, i misteri primi della nostra salvezza, l’Incarnazione e la Redenzione. Vedremo quel suolo benedetto, donde Pietro partì e dove non ritornò più un suo successore; noi umilissimamente e brevissimamente vi ritorneremo in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovazione per offrire a Cristo la sua Chiesa».

I RECORD DEL PELLEGRINO DI PACE

Il mattino del 4 gennaio 1964 il presidente della Repubblica Antonio Segni saluta Paolo VI in partenza da Roma-Ciampino con un Dc8 dell’Alitalia, primo Papa a viaggiare in aereo, primo Papa ad andare nella terra di Gesù e del pescatore di Galilea, primo Papa ad andare fuori Italia dai tempi del povero Pio VI (1775-1799) che fu arrestato da Napoleone e deportato in Francia dove morì a Valence il 29 agosto 1799.

La visita ha risonanza mondiale anche per l’abbraccio con Athenagoras I, «primo in onore» tra i patriarchi ortodossi: è dal 1439 che i capi delle Chiese d’Occidente e d’Oriente non si incontrano. Il 66enne Montini vede due volte il 77enne Athenagoras, nella delegazione apostolica e nella sede del patriarcato, entrambe sul Monte degli Ulivi.

LE SCUDISCIATE DELLA LEGIONE ARABA

Il «pellegrino di pace e di unità» è accolto ad Amman con grandi onori. Dalla porta di Damasco entra a Gerusalemme, divisa tra arabi e israeliani, scortato dalla mitica Legione araba. Ricordo alla televisione in bianco e nero un caos indescrivibile: un mare di folla lo assedia da tutte le parti. Circondato dagli ufficiali della Legione araba, tutti omoni di stazza che con lo scudiscio menano terribili fendenti sulla gente, Paolo VI è travolto e assediato da tutte le parti.

Saltati i dispositivi di sicurezza, percorre la «Via dolorosa» e celebra la Messa sul Santo Sepolcro di Cristo. Nella città santa, «meta desiderata da tanti», chiede la concordia e la pace per quella terra, «unica al mondo a essere visitata da Dio» e invita a «domandare insieme la grazia di una vera e profonda fraternità fra tutti gli uomini e fra tutti i popoli». Chiede perdono: «Signore Gesù, prendiamo coscienza con sincero dolore di tutti i nostri peccati, dei peccati dei nostri padri, di quelli della storia passata, prendiamo coscienza di quelli del nostro tempo e del mondo in cui viviamo. Siamo venuti come i colpevoli che tornano al luogo e al corpo del loro delitto, siamo venuti come chi ti ha seguito, ma ti ha anche tradito. Fedeli infedeli tante volte, siamo venuti per batterci il petto, per domandarti perdono, per invocare la tua misericordi».

Macchi è un testimone prezioso: «L’accoglienza ad Amman fu calorosa e cordiale. Re Hussein di Giordania lo scortò per tutta la permanenza. In macchina il Papa raggiunse Gerusalemme, fermandosi al Giordano, presso il luogo dove secondo la tradizione Gesù venne battezzato. Qui sostò in preghiera e recitò il “Padre Nostro”. Non posso dimenticare l’impatto con la folla che attendeva alla Porta di Damasco, e che aveva travolto tutto: la macchina del Papa ondeggiò come una barca e a stento il Papa poté varcare la porta che venne subito chiusa. Io venni allontanato con forza e non mi fu possibile seguire il Papa: provvidenzialmente incontrai un palestinese che avevo conosciuto nei giorni della preparazione, e che mi aiutò a raggiungere il Papa. L’itinerario sulla Via Dolorosa fu drammatico: sembrava che il Papa venisse sommerso dalla folla, mentre lui era sereno e felice di poter salire il Calvario in più profonda unione con Gesù. Giunto alla basilica della risurrezione, celebrò l’Eucaristia con immensa commozione».

GERUSALEMME CITTA’ UNICA AL MONDO

Definisce Gerusalemme «città unica al mondo»: qui sono avvenuti i fatti più importanti della storia della salvezza, qui il cielo tocca la terra, qui è sbocciato il Cristianesimo, qui ci sono le radici, qui è nata la Chiesa «madre di tutte le Chiese», come afferma il Concilio Costantinopolitano I nel 381. Quasi un secolo prima con il motu proprio «Domini et Salvatoris» Leone XIII (1878-1903) pone la questione dei Luoghi Santi in termini moderni, chiama i cattolici a interessarsi e i vescovi a raccomandare i Luoghi Santi al­la carità dei fedeli. Da allora l’in­teresse per la Terra Santa è aumentato e i Papi considerano Gerusalemme e i Luoghi Santi per il loro valore intrinseco al di sopra del­le divisioni e delle contese. Per Paolo VI «ove Cri­sto nacque, visse, morì, risorse e salì al Cielo, è suolo benedetto donde Pietro partì e do­ve non tornò più un suo successo­re».

Egli vi è tornato «per offrire a Cristo la sua Chiesa, per chiamare a essa, uni­ca e santa, i fratelli separati, per implorare la divina misericordia in favore della pace fra gli uomini, per supplicare Cristo Signore per la salvezza dell’umanità». Il suo è un ritorno alla «culla del Cristianesimo» da cui lancia un ap­pello alla riconciliazione e alla pace perché pace a Gerusalemme signi­fica pace in tutto il mondo: «Il Santo Sepolcro è il santuario più prezioso che ci sia al mondo, è il luogo dove Dio ha voluto riconciliare a sé, tutti gli es­sere per mezzo di Cristo». Annota il fedele segretario: «In quei giorni il Papa era tutto intento a rivivere l’esperienza evangelica in pienezza, riascoltando la voce di Gesù “forte, dolce, divina”.

È la voce dell’agonia del Getsemani, è il grido sul Golgota, è il dono totale al Cenacolo, è la voce silenziosa ma potente del Bambino nella grotta di Betlemme, è la voce del nascondimento operoso di Nazareth, è quella delle beatitudini dal monte che costeggia il lago dove avvennero i gesti emblematici del Figlio di Dio». Al presidente israeliano Zalman Shazar si presenta come «pellegrino della pace, venuto per venerare i luoghi santi e per pregare».

IL PADRE NOSTRO IN LATINO E IN GRECO

Trascorre il 5 gennaio a Nazareth. Visita il luogo della Annunciazione; chiede a Maria di essere introdotto «nella intimità con Cristo, il suo umano e divino Figlio Gesù»; riprende le grandi lezioni del Vangelo – silenzio, vita familiare, lavoro – e ripropone in chiave moderna le beatitudini evangeliche.

Momento particolarmente intenso è l’incontro con il Patriarca di Costantinopoli, Athenagoras I, venuto apposta a Gerusalemme per incontrare Paolo VI. Il primo affettuoso abbraccio avviene la sera del 5 gennaio nella residenza della delegazione apostolica. Racconta Macchi: «I gesti, le parole, il “Padre Nostro” recitato nelle due lingue latina e greca, l’affetto e la stima che trasparivano così sinceri, tutto dava a vedere che qualcosa di grande e di unico stava avvenendo. Il Patriarca, dopo aver ringraziato Dio per la felice occasione carica di speranze, ricordò con animo addolorato che “da secoli il mondo cristiano vive nella notte della separazione, e i suoi occhi sono stanchi di guardare nel buio”. Nello scambio dei doni Paolo VI offrì un calice d’oro, segno e speranza di una comunione completa, e ricordò che “le vie che conducono all’unione sono lunghe e disseminate di difficoltà, ma le due strade convergono l’una verso l’altra e approdano alle sorgenti del Vangelo”. Molte altre tappe condussero a luoghi carichi di memoria e di mistero: il bacio sulla terra insanguinata del Getsemani; la preghiera in ginocchio per terra nel Cenacolo; il bacio alla pietra sulla riva del lago dove Gesù affidò a Pietro la sua Chiesa; la salita al Monte Tabor, furono esperienze che segnarono il cuore del Papa».

APPELLO DI PACE DA BETLEMME

A Betlemme il 6 gennaio, dalla grotta dove nacque Gesù, dopo aver espresso la fede con immensa profondità teologica e un intenso slancio di commozione, «da questo luogo di purezza e di tranquillità dove nacque venti secoli or sono Colui che invochiamo come Principe della pace», Montini rivolge un accorato invito ai capi di Stato perché si impegnino a generare e conservare la pace.

Pronuncia parole estremamente significative: «Guardiamo al mondo con immensa simpatia. Se il mondo si sente estraneo al Cristianesimo, il Cristianesimo non si sente estraneo al mondo»: quella del Cristianesimo nell’umanità è una missione di amicizia, comprensione, incoraggiamento, promozione, elevazione, una missione di salvezza. Dal luogo che vide nascere il «Principe della pace», esorta i responsabili delle Nazioni a una sempre più stretta collaborazione «per instaurare la pace nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell’amore fraterno. Da questa terra unica al mondo per la grandezza degli avvenimenti della quale è stata teatro, la nostra umile preghiera si eleva verso Dio per tutti gli uomini, credenti e non credenti e includiamo volentieri i figli del "popolo dell’Alleanza", dei quali non potremmo dimenticare il ruolo nella storia religiosa dell’umanità».

DIFENDE LA MEMORIA E L’OPERATO DI PIO XII

Non potendo recarsi al «Memoriale dell’Olocausto» sul Monte Herzl, incarica il decano del Collegio cardinalizio, il francese Eugenio Tisserant, di visitare la «Grotta dei martiri» dove sono ricordati i sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, un omaggio all’Olocausto e al dolore di un popolo e una condanna della violenza assunta a sistema.

Paolo VI difende con inusitato vigore e con conoscenza di causa l’operato e la memoria di Pio XII contro il quale si era scatenata un’ingiusta campagna di calunnie e menzogne, anche sulla stampa israeliana, dopo la messa in scena il 20 febbraio 1963 in Germania dell’opera teatrale «Der Stellvertreter, Il Vicario» di Rolf Hochhuth, ripreso dal film «Amen» di Constantin Costa-Gavras. Dice Paolo VI: «La verità va proclamata con dolcezza, ma tutta intera. Tutti sanno ciò che Pio XII ha fatto per la difesa e la salvezza di tutti coloro che erano nella prova, senza alcuna distinzione. Ciò malgrado, si sono volute gettare dei sospetti e delle accuse contro la memoria del grande Pontefice. Siamo lieti di affermare: niente è più ingiusto che questa accusa a una così venerabile memoria. Chi, come noi, ha conosciuto da vicino quell’anima ammirevole, sa dove poteva arrivare la sua sensibilità, la sua partecipazione alle sofferenze umane, il suo coraggio, la sua delicatezza d’animo. Lo sanno bene anche coloro che, all’indomani delle guerra, con le lacrime agli occhi, lo ringraziarono di aver loro salvato la vita».

Da quel primo viaggio in Terra Santa l’at­tenzione della Chiesa si focalizza sul Medio Oriente. Importanti frut­ti nascono dal pellegrinaggio montiniano per la vita della Chiesa, per il dialogo ecumenico, per il rilancio degli studi biblici, per il potenziamento delle ricerche archeologiche, per la programmazione dei pellegrinaggi. Dopo la ricostituzione del Patriarcato latino del 1847 e dopo il viaggio di Paolo VI nel 1964 il numero delle Congregazioni religiose è molto aumentato: oggi ci sono un centinaio di congregazioni, 30 maschili e 75 femminili.

Quando, appena tre anni dopo, nel 1967 scoppia la «guerra dei sei giorni» tra arabi e israeliani, Paolo VI chiede di far tacere le armi in nome dell’inviolabilità di Gerusalemme; sollecita uno statuto speciale per Gerusalemme e i Luoghi santi garantiti dal diritto internazionale: non devono essere coinvolti dai conflitti perché quella è «terra santa per tutti», è un «patrimonio spirituale dei cristiani e di tutto il mondo. In questa terra bene­detta esiste e opera una Chiesa vivente, una comunità di credenti che ha subìto innumerevoli prove, dolorose vicissitudi­ni, divisioni interne e persecu­zioni dall’esterno».

PAPA FRANCESCO CI ANDRA’ FORSE A MAGGIO

Chiamato a guidare la Chiesa in un’epoca di grandi capovolgimenti strategici, politici e sociali, con questo pellegrinaggio compie un gesto carico di significato e di enorme impatto. Anche i successori sono andati in Terra Santa: Giovanni Paolo II nell’Anno Santo 2000 e Benedetto XVI nel 2009. Papa Francesco lo desidera tanto. Lo ha detto e confermato più volte: vuole «incontrare il mio fratello Bartolomeo, Patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando l’abbraccio tra Papa Montini e Athenagoras. Ci stiamo preparando».

Il viaggio forse in maggio. In un recente convegno a Milano è stata proiettata una versione restaurata del documentario «Ritorno alle sorgenti. Paolo VI in Terra Santa» girato e prodotto nel 1964 dalla Custodia di Terra Santa. Del documentario si era persa completamente la memoria. Però sono stati ritrovati alcuni rulli della pellicola e sono stati restaurati. Il filmato, documento storico con immagini memorabili, mostra una Terra Santa ormai scomparsa, precedente alla «Guerra dei sei giorni» (5-10 giugno 1967) combattuta da Israele contro Egitto, Siria e Giordania, che si risolse in una rapida e totale vittoria di Israele che conquistò la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all’Egitto, Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania e le Alture del Golan alla Siria. Paolo VI andò in Terra Santa anche per chiedere una grazia speciale per la Chiesa. impegnata nel rinnovamento e nell’apertura al mondo del Concilio Vaticano II che nel 1964 vivrà la terza sessione dal 14 settembre al 21 novembre 1964.

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