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L'incontro

Capovilla: papa Francesco sorprende solamente chi non conosce la Chiesa

Dieci mesi fa Benedetto XVI dava le dimissioni da pontefice. Siamo tornati a Sotto il Monte e abbiamo incontrato monsignor Loris Capovilla, 98 anni, segretario di Giovanni XXIII. Il ricordo di quel giorno, la grandezza di quel gesto, la sorpresa di Papa Francesco e il parallelo con papa Roncalli.

Ci sono istanti di una vita che restano impressi come nessun altro. Uno di questi è avvenuto dieci mesi fa, l’11 febbraio 2013, quando papa Benedetto XVI annunciò al mondo le sue dimissioni. Il flash di quell’agenzia venne letto ad alta voce, come conviene a una vedetta, nella redazione di Bergamonews, da Isaia Invernizzi.

Per un momento calò il gelo. Era possibile? Era vero? Il direttore cercava qualcuno da intervistare a caldo, subito. Furono momenti febbrili, concitati, carichi di adrenalina.

Ci venne l’idea di sentire subito monsignor Loris Capovilla, oggi 98enne, già segretario di Papa Giovanni XXIII. Chiamai Sotto il Monte. E dall’altra parte del telefono, gentile e disponibile come sempre, rispose proprio monsignor Capovilla. L’arcivescovo non sapeva ancora la notizia, me la fece ripetere. Poi pochissime battute. E pianse.

Da allora in redazione "vanto" questo singolare primato: ho fatto piangere il segretario del Papa Buono. E giuro che non era mia intenzione.

DIECI MESI DOPO, ECCO IL NOSTRO INCONTRO

Dieci mesi dopo sono seduto nel suo studio di Sotto il Monte. Gentile, ospitale, attento come sempre, mi riceve. Nessuna intervista, ma una chiacchierata. È un uomo vigile a ogni dettaglio, di un’intelligenza finissima che poggia su un baluardo saldo: quello della fede.

Un saggio. Più si parla con lui, più si comprende perché il beato Papa Giovanni XXIII lo scelse come segretario particolare prima a Venezia e poi a Roma. E a ragione.

E’ stato il suo più fedele testimone. Le vicende che vedono Sotto il Monte sotto l’obiettivo della cronaca degli ultimi giorni vengono subito accantonate.

E allora gli rammento quella triste telefonata quando fui io che gli annunciai le dimissioni di Benedetto XVI. Sorride.

“Mi scuserà, anche lei è stato giornalista, capirà…” dico. “Beh, io sono diventato giornalista perché una volta si faceva così, ci buttavano in mezzo al mare e si doveva nuotare” risponde monsignor Capovilla. Il nostro discorso va subito alla grandezza del gesto di Benedetto XVI. Gli evidenzio la mia sorpresa: un pontefice, uno tra gli uomini più potenti della Terra che si fa da parte e che, in silenzio e con discrezione, è sparito.

LE DIMISSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI

“Se non l’avesse fatto Benedetto XVI sarebbe toccato a qualcun altro. La sua grandezza sta anche in questo gesto, aver anticipato altri, rendere questa scelta più facile a chi verrà dopo di lui – spiega monsignor Capovilla –. Oggi la medicina ha fatto progressi, gli uomini vivono più a lungo. Ma un uomo di una certa età non ha più le forze per fare certe cose, figuriamoci guidare la Chiesa in un’era così globalizzata, che chiede immediatezza”.

Chiude quasi gli occhi mentre sorride e poi riprende: “Papa Francesco lo ha detto bene in una delle sue prime omelie, per guidare la Chiesa da buon pastore si deve sentire l’odore delle pecore, del gregge. E questo richiede una vicinanza, un’energia, una forza che ad una certa età purtroppo cedono”.

Gli confido il mio stupore. E subito monsignor Capovilla mi riprende: “Ci stupiamo perché non conosciamo la Chiesa, perché non permettiamo a quel filo della Provvidenza di essere tale”.

IL FILO DELLA PROVVIDENZA

Il filo della Provvidenza è l’ultima riflessione che monsignor Capovilla ha dato alle stampe. Partendo da un episodio avvenuto il 25 novembre 1961, quando in Vaticano per l’80° compleanno di Papa Giovanni, giunse il telegramma di auguri di Nikita Kruscev.

Siamo in piena Guerra Fredda. Al termine della lettura del telegramma da parte del segretario di Stato, cardinale Amleto Giovanni Cicognani, c’è un attimo di silenzio di Papa Giovanni. “Signor Cardinale, meglio una carezza che uno schiaffo… – riflette ad alta voce papa Roncalli -. Potrebbe essere un inganno, un’illusione, una strumentalizzazione, ma anche un filo che la provvidenza mi offre, nel qual caso non avrei il diritto di spezzarlo”.

Una frazione di silenzio: in musica, su uno spartito, sarebbe una pausa. Poi Capovilla riprende la sinfonia: “Anche noi, nei nostri gesti quotidiani, di fronte ai fatti che accadono e alle persone che incontriamo dobbiamo saper scorgere il filo della provvidenza e aggrapparci”.

GIOVANNI XXIII E FRANCESCO

Io torno al papato, gli ricordo la novità di papa Francesco, con questo suo modo di fare che ha sorpreso e spiazzato tutti. Rimarco che Bergoglio non figurava nemmeno tra i papabili. Capovilla mi scruta quasi volesse accompagnarmi con lo sguardo e poi con le mani che si aprono quasi a spiegare la semplicità di un fatto afferma: “Ma papa Francesco era un cardinale, guidava la chiesa argentina. Perché stupirsi. Bisogna capire che qualcuno a Roma lo aveva indicato e poi nominato vescovo e cardinale. Spesso ci dimentichiamo delle tante belle figure, che magari sono in disparte, ma che vivono e sono gli apostoli della Chiesa”.

Evidenzio che Bergoglio ha rinunciato agli appartamenti papali preferendo Santa Marta. “Lo fa perché era abituato così a Buenos Aires, dove viveva in due stanzette – riprende il segretario di papa Roncalli –. Anche Giovanni XXIII si sentiva sperduto in quegli appartamenti in Vaticano. Non per lo sfarzo, perché l’appartamento che trovammo era dignitoso ma non aveva ricchezze, i due quadri che c’erano erano della Pinacoteca Vaticana e l’altare della sua cappella era di legno e di poco valore. Giovanni XXIII si sentiva sperduto in quelle stanze perché amava il contatto con le persone, proprio come ora papa Francesco”.

FEDELTA’ E RINNOVAMENTO

Conveniamo sul nuovo slancio che papa Bergoglio sta dando alla Chiesa, anche se monsignor Capovilla fa un appunto: “Riformare nella tradizione, ma senza stravolgere. Fedeltà e rinnovamento. Bisogna tornare all’essenziale, al Vangelo perenne: salvezza e letizia”.

Il vescovo Capovilla si rigira la croce sul petto e poi si chiede tra sé e sé: "Dovremo chiederci anche quanto hanno sofferto coloro che si sono battuti per la teologia della liberazione. Ma sarà la Storia a giudicare". Non manca di aggiungere che gli dispiace che molti si soffermino sui dettagli di papa Francesco: dalle scarpe nere al posto delle rosse o della croce di ferro. E qui si apre una riflessione sulla responsabilità dei mass media e dei giornalisti. Mi sento un po’ incastrato: dovevo intervistare il segretario del Papa Buono e mi ritrovo in un confessionale ad ammettere colpe? Il tempo di chiedermelo e subito svanisce questa preoccupazione perché la nostra discussione passa alla politica. In ordine: i funerali di Mandela, il carisma di Obama, la vittoria di Matteo Renzi alle primarie, le tangenti e chi ha davvero pagato, il denaro, la povertà e le difficoltà dell’economia, l’importanza della famiglia, il carcere come occasione per riscattarsi. Suona la campana che annuncia la Messa, il tempo a mia disposizione è scaduto. Il nostro colloquio è stato ricco di spunti, osservazioni, parentesi e appunti.

"OSO DIRE CHE SONO FELICE"

Capovilla, dal suo avamposto che è Sotto il Monte, osserva da vicino il mondo, fedele all’insegnamento di Giovanni XXIII: “Descrivi i giorni presenti con pacatezza e fiducia; leggi e giudica il passato con prudenza e benevolenza; presagisci il futuro senza caricarlo di strane fantasie”.

Si alza dalla poltrona, mi abbraccia, mi bacia e promette che pregherà per me.

“Sa la vigilia di Natale io celebrerò la messa che porterà il numero di 29.505 – mi confida –. Sento un’irrefrenabile emozione quando penso a questo lungo rosario di messe, a chi ho incontrato, a chi mi ha beneficato, a chi mi ha illuminato. Oso dire che sono felice, o quasi”.

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