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“L’arte contemporanea è logica e qualità Il resto? E’ schiuma”

Daniel Soutif, già direttore del Dipartimento di Sviluppo Culturale del Centre Georges Pompidou di Parigi e del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, martedì sera 10 dicembre sarà alla Gamec dove interverrà all’incontro “Luciano Fabro. Arte torna arte – Palladio”.

di Stefania Burnelli

Quello di martedì sera 10 dicembre alla Gamec per gli appassionati d’arte contemporanea è un incontro da non perdere. Protagonista Daniel Soutif, già direttore del Dipartimento di Sviluppo Culturale del Centre Georges Pompidou di Parigi e del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, sul tema “Luciano Fabro. Arte torna arte – Palladio”.

Nel contesto della mostra aperta fino al prossimo 6 gennaio, che accoglie per la prima volta in Italia un ricco nucleo di disegni di Fabro, lo storico e critico dell’arte francese, partendo da un focus sull’opera “Palladio”, allargherà il discorso al linguaggio e alla ricerca di colui che è stato uno dei massimi esponenti dell’Arte Povera.

In una generosa conversazione telefonica da Parigi, Soutif ci ha dato qualche anticipazione sull’incontro di oggi, e non solo.

“Ogni ordine è contemporaneo a ogni altro ordine”, afferma Fabro. E’ questo l’assunto di partenza?

"Non è solo un assunto, è il titolo di una delle opere in mostra. Avevo già tenuto una conferenza a Parigi su quest’opera, circa un anno fa, quando fu mostrata alla Maison Rouge. Da lì e dalla collezionista Giuliana Setari, d’accordo con Giacinto Di Pietrantonio, è nata l’idea di un mio intervento sul tema in occasione della mostra bergamasca. Partirò quindi da quest’opera del ’72 che Fabro ha realizzato ispirandosi alla Chiesa del Redentore a Venezia, dove ha giocato con una combinatoria a più livelli di parti diverse della facciata".

Contemporaneità e memoria come si coniugano?

"Il passato è in permanenza una parte del presente. Esiste nella misura in cui ci pensiamo, in cui rimangono tracce che fanno parte del nostro presente. Quindi il concetto di contemporaneità contiene gli altri concetti di tempo, sia la nostra idea ipotetica del futuro sia la nostra idea piena di lacune del passato. In questo senso è sempre tutto contemporaneo. In particolare, se pensiamo all’arte, ogni arte è contemporanea in quanto fa parte del presente di chi ci pensa".

E il grande pubblico, quello che “questo non è arte”?

"In questo momento ci sono dei dati che si possono rilevare. Per esempio, l’arte contemporanea è l’arte più cara del momento. Se uno vuol comprare un bel quadro del ‘700 probabilmente ci riesce a dei prezzi che rimangono normali, anche se possono essere altissimi, mentre un’importante opera contemporanea arriva a centinaia di milioni di dollari: è la prima volta che il mercato è organizzato in modo tale che il più caro è il più contemporaneo. Questo è un segno, che cosa vuol dire non so bene, secondo me è un po’ una patologia, nasce da fatti economici anche strani, si tratta più di sapere dove va il denaro che di arte. E artisticamente alla fine mi interessa poco. D’altra parte è vero anche che c’è sempre un po’ di polemica attorno a ciò che viene presentato come “arte contemporanea”, c’è chi non la vuole ammettere come arte. Ma neanche questo ha un grande significato, perché in certo senso è sempre stato così: nell’800 in Francia molta gente non considerava pittori gli impressionisti, ma piuttosto incapaci che facevano cose fatte male. Fondamentale per me è individuare la logica e la qualità delle opere, il resto è un po’ una schiuma che non fa proprio parte del discorso artistico".

La specificità di Fabro, artista e docente, nell’arte del Novecento.

"Come docente l’ho poco conosciuto, so che ha avuto influenze notevoli anche perché ha insegnato a Brera, che è una scuola di grande centralità. Ma se considero l’artista, Fabro è stato per me uno dei più importanti della seconda metà del Ventesimo secolo, con un’opera che non si lascia semplificare in un segno semplice. Fabro ha giocato con molte dimensioni dell’arte, dall’installazione complessa fino alla scultura tradizionale in marmo, passando attraverso opere quasi concettuali, è quindi difficile racchiuderlo in una parola – e non ci proverò. Era un artista molto poliedrico, che ha sempre scelto i mezzi in funzione del progetto particolare su cui stava lavorando".

Un suo segno distintivo?

"Consideriamo due importanti gruppi di opere, come i “Piedi” e gli “Attaccapanni”, che potrebbero essere visti come un segno tipico di Fabro: i “Piedi” sono pezzi di marmo anche molto vistosi ma con una gamba di tessuto leggerissimo, gli “Attaccapanni” sono delle pitture in pratica, e si capisce che sono dello stesso autore perché esprimono la medesima sensibilità, tant’è che se si collocano in una stessa stanza secondo me stanno benissimo insieme. Ma è difficile trovare una definizione comune. A me pare che Fabro sia un artista di grandissima cultura e raffinatezza, che ha saputo adattare gli strumenti ai progetti, ogni volta che ne lanciava uno nuovo. Inoltre, ha limitato le opere della stessa famiglia a un piccolo numero, a differenza di altri artisti della sua generazione come Pistoletto, il quale ha fatto una grande quantità di specchi che a un certo punto della sua carriera potevano essere considerati il suo “segno”. Invece in Fabro le serie sono ridottissime, quindi si sviluppa un’idea ma senza ripeterla all’infinito e guardando la sua opera nell’insieme, ne risulta una grande diversità".

Luciano Fabro disegnatore.

"Questa parte del lavoro di Fabro, i disegni, non era nemmeno molto nota a chi lo conosceva bene, perché ciascuno degli amici aveva un disegno ma non sapeva degli altri. Molte delle opere in mostra Fabro le aveva regalate in occasioni speciali: anche io ho diversi suoi disegni, dentro questa mostra, ma non sapevo che ce ne fossero tanti altri. E questa è una scoperta, anzi una grande scoperta perché i disegni sembrano migliori quando sono tutti insieme che quando se ne vede uno solo. Sono lavori secondo me bellissimi, fanno capire tutta una parte della ricerca di Fabro che fino ad ora non si poteva intendere bene: per esempio appare molto chiara una forte relazione con Fontana. Eppure queste opere erano doni e segni di amicizia, erano totalmente fuori mercato, anche se adesso alcune torneranno sul mercato. Quello che conta è proprio la qualità artistica, io la vedo evidente dentro questa mostra. Ed è poi quello che alla fine rimane, che attraversa il tempo e che diventa contemporaneo nel futuro".

Da direttore di musei d’arte contemporanea, un suo sguardo sulle collezioni in Italia.

"C’è una specificità italiana che non riguarda solo l’arte. L’Italia è un Paese diviso in molte situazioni locali. Quando dirigevo il centro d’arte contemporanea di Prato, mi hanno fatto capire che ogni città tende ad essere un mondo a sé. Io venivo a Bergamo ogni tanto, perché conoscevo bene Giacinto Di Pietrantonio e perché facevamo parte dell’Amaci, l’associazione dei musei d’arte contemporanea italiani che era nata proprio anche per lottare contro questo particolarismo locale tipicamente italiano. Una cosa poteva succedere a Torino ed essere totalmente ignorata a Parma, come quella volta che a Reggio Emilia c’era una grande e bellissima mostra di Luigi Ghirri con almeno 700 fotografie ma a Prato nessuno l’aveva notata – ed era a un’ora e mezzo di treno. Quindi anche i tentativi di grosse istituzioni che sono state lanciate in Italia in ambito contemporaneo soffrono di questo: persino il Maxi alla fine appare come una “cosa romana” anche se dovrebbe essere di portata nazionale. Un’altra criticità è la scarsa continuità istituzionale: consideriamo il Castello di Rivoli, che sotto la direzione di Ida Giannelli ha avuto una visibilità straordinaria, mentre ora è quasi sparito dalla scena internazionale; un’istituzione importante non dovrebbe soffrire di passaggi di persone al vertice, per esempio il Pompidou adesso cambia direttore del museo ma alla fine questo è un nodo “quasi secondario”. Anche gli artisti soffrono della discontinuità e della debolezza delle istituzioni, per questo l’Italia è forse il Paese dove ci sono più fondazioni di artisti: non trovando un altro modo di assicurare permanenza alle loro opera, creano essi stessi la propria struttura, il proprio museo".

La conferenza, a ingresso libero, si terrà martedì 10 dicembre alle 18 nello Spazio ParolaImmagine della Gamec.