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L’originalità paga The Newsroom rivelazione della stagione televisiva

The Newsroom si giocherà con poche altre serie il primato dello show televisivo più originale della stagione: diretta da Aaron Sorkin punta su argomenti che non possono essere definiti d’appeal ma convince per

di Ivan Leoni

The Newsroom si giocherà con poche altre serie il primato dello show televisivo più originale della stagione. E lo farà contro ogni evidenza cercando di catturare l’attenzione del pensoso pubblico di RAI TRE su argomenti che certamente non possono essere definiti d’appeal: gli autori si tengono infatti coraggiosamente lontani da epiche battaglie in costume, spie doppio-triplo-giochiste, fenomeni paranormali o diari pruriginosi. Niente di tutto questo.

Ad essere messo a nudo è il tempio dell’informazione americana. Là dove i fatti diventano notizie e dove si costruisce l’opinione pubblica della – fiato alle trombe – "più grande democrazia del mondo": luogo comune che, fortunatamente, viene fatto a pezzetti dagli autori sin dalla prima scena di questa prima stagione. Così, giusto per mettere in chiaro le cose e rendere esplicito, sin dal minuto zero, il manifesto ideologico del più venerato fra gli autori statunistensi, Aaron Sorkin, già premio oscar per “The social network” e acclamato per “West wing – Tutti gli uomini del presidente”.

In quelle primissime battute iniziali che Sorkin fa dire a Jeff Daniels nei panni di Will McAvoy, anchorman di una tv americana via cavo alle prese con un dibattito pubblico in un college, sono contenuti tutti gli elementi dell’intera stagione. Ogni episodio propone infatti una tensione costante che si gioca sulla contrapposta polarità fra idealismo e real politik con l’unico fine di smuovere il più disattento degli spettatori verso la consapevolezza che la qualità dell’informazione è il termometro del grado di (in)civiltà di un intero popolo. E che la spettacolarizzazione delle notizie inseguita dai media produce mostri che addormentano le coscienze e spianano la strada ai regimi autoritari.

Va forse detto che alla lunga potrebbe risultare stucchevole questa missione civilizzatrice di cui Sorkin vuole farsi carico: per il momento sta reggendo benissimo grazie a dialoghi veloci, brillanti, ispirati e ad un ritmo incalzante, nonostante la narrazione si giochi quasi esclusivamente in una sola stanza, la newsroom appunto. Il tutto condito dai più importanti fatti di cronaca degli ultimi due anni, a cominciare dal disastro ambientale nel Golfo del Messico, e da una sottotrama sentimentale fra l’anchorman e la produttrice del notiziario, MacKenzie McHale – interpretata da una Emily Mortimer che ha dismesso i panni della ragazza della porta di Match Point accanto per indossare quelli della giornalista integerrima.

Insomma, una serie che convince e alla quale si possono pure perdonare certe musichette invadenti che fanno da tappeto sonoro e certe trovate un po’ banali per introdurre i personaggi. Sfumature che non tolgono nulla ad un prodotto di qualità nel quale la RAI ha pioneristicamente creduto e che ha valorizzato… spostando continuamente la programmazione da una serata all’altra manco fosse una biscia impazzita, posticipandola dalla prima alla seconda serata di RAI TRE, trasmettendola a singhiozzo e promuovendola con uno Anni Novanta.

Cominciata di giovedì, la seconda puntata era programmata per il venerdì successivo ma vista l’audience modesta – come naturale per una nuova serie tv – è andata in onda dopo due settimane. Dal 15 novembre altro colpo di genio: anziché accodarla all’applauditissima Scandal ed essere trasmessa alle 21,55, viene posticipata alle 22,40.

Di venerdì. Un prodotto che si rivolge ad un pubblico giovane che viene trasmesso il venerdì in seconda serata.

Viene quasi da chiedersi perché abbiano speso i soldi per comprarne i diritti per poi maltrattarla in maniera così sfacciata. Non sia mai che qualcuno possa interessarsi e magari farsi qualche domanda anche sulla qualità dell’informazione televisiva del nostro paese?

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