La recensione

Femminicidio, Lella Costa e Serena Dandini emozionano Bergamo

Al Teatro Creberg, venerdì 22 novembre, è andata in scena la tappa bergamasca della rappresentazione di “Ferite a morte”, spettacolo di denuncia sociale per sensibilizzare sul dramma della violenza sulle donne e per riflettere sulla condizione femminile.

“Avevamo il mostro in casa ma non ce ne siamo accorti”. Si apre con questa affermazione, che viene ripetuta più volte, con un tono incalzante e un ritmo crescente, “Ferite a morte”, spettacolo di denuncia sociale per sensibilizzare sul dramma della violenza sulle donne che, nella stragrande maggioranza, avviene e si perpetua proprio dentro casa, all’interno delle mura domestiche.

Nella serata di venerdì 22 novembre al Teatro Creberg è andata in scena la tappa bergamasca di questa esibizione, che sta attraversando l’Italia e il mondo in lungo e in largo: infatti, è stata eseguita nei palcoscenici dei teatri di numerose città, arrivando anche nella sede delle Nazioni Unite e nel Parlamento europeo.

Utilizzando lo strumento della rappresentazione teatrale, il dramma del femminicidio viene affrontato con grande intensità: il linguaggio del teatro, infatti, è caratterizzato da una rara efficacia comunicativa e diviene un mezzo per arrivare alle corde più intime dello spettatore, ponendo l’attenzione sul problema della violenza nei confronti delle donne in modo intelligente, senza banalizzare e, soprattutto, trasmettendo emozioni. In questo modo chi osserva lo spettacolo può dare uno sguardo critico alla società e porsi domande sulla condizione femminile.

Ad aprire lo spettacolo è Lella Costa, attrice versatile e poliedrica, che vanta una lunga esperienza nel mondo della recitazione e che riesce sempre a emozionare con la sua profonda espressività, affrontando tematiche anche delicate, come il femminicidio. Insieme a lei, sul palco, si è esibito un cast di attrici d’eccezione, tutto in rosa: Giorgia Cardaci, Orsetta de’ Rossi, Rita Pelusio.

Le attrici si sono alternate sul palcoscenico, proponendo, con una dizione perfetta, diversi monologhi, ognuno dei quali era incentrato sulla storia di una ragazza uccisa dal proprio marito, compagno, fidanzato, ex, fratello o padre. Collocate in un ideale paradiso, le donne hanno raccontato il proprio vissuto con sentimento e risentimento. Le varie interpretazioni, scandite dagli applausi del folto pubblico, sono state in grado di creare un’atmosfera raccolta e di mantenere sempre alta l’attenzione della platea. La variabilità dello spettacolo gli ha conferito un accattivante dinamismo: la frammentazione dei molteplici casi di cronaca raccontati, ha reso la rappresentazione fluida ma ben approfondita e non monotona. Tante storie, storie diverse, tutte accumunate dalla violenza sulle donne. Una violenza trasversale per età, per ceto sociale, cioè che coinvolge donne comuni ma anche benestanti o manager; per nazionalità e per luogo geografico, ovvero presente negli svariati paesi, dal nord al sud d’Italia e del mondo.

La scenografia è semplice, sobria, essenziale: sul palco c’è solamente la proiezione di immagini evocative. Anche l’uso delle musiche e delle luci è contenuto: il passaggio tra un monologo e l’altro è contrassegnato da qualche istante musicale, che introduce alla storia successiva. Indimenticabile, per esempio, è “Albachiara” di Vasco Rossi intonata dall’attrice, che dà il via al racconto di Amina, balzata alla cronaca con l’appellativo di “sposa fantasma”, uccisa dal padre e dal fratello che erano contrari al suo matrimonio con il fidanzato Luigi. Una canzone che i due innamorati amavano cantare quando viaggiavano in motorino, che esprimeva il loro forte legame, l’amore profondo che li univa, senza considerare che la ragazza è stata uccisa proprio al mattino, al nascere di un nuovo giorno, in un’alba chiara. La sobrietà dello spettacolo si accompagna all’assenza di particolari effetti speciali, tranne nel caso del forte rumore di uno sparo, che ha riproposto lo scoppio di un colpo di pistola ai danni delle vittime uccise con un’arma da fuoco. Molto curati i monologhi composti da parole ben calibrate, il cui significato viene subito compreso e interiorizzato.

“Ferite a morte” dà voce alle donne che hanno subito violenza, le cui storie spesso corrono, numerose e veloci, tra le notizie della cronaca ma non sono oggetto di adeguata riflessione. Le problematiche legate alla questione femminile vengono affrontate e presentate a tutto tondo, spaziando dalla violenza sulle donne alla subordinazione cui le stesse sono relegate nella nostra società, dai retaggi culturali presenti in Italia e negli altri Paesi, ricchi e poveri, passando per i matrimoni combinati, le insicurezze delle donne frutto degli stereotipi, la disparità di stipendio tra uomini e donne a parità di mansione lavorativa, la carenza di donne nei consigli d’amministrazione delle imprese private e nelle istituzioni pubbliche. Accanto a questi problemi, vengono messe in evidenza le difficoltà di molte fidanzate, mogli o compagne a rendersi conto di trovarsi in una situazione drammatica prima che sia troppo tardi, la solitudine provata da chi subisce abusi o violenza, i tagli cui sono sottoposti i centri d’aiuto alle donne e la lassività delle normative per tutelare le vittime o per punire i colpevoli. Inizialmente gli stati d’animo che attraversano il pubblico di fronte all’ascolto delle diverse storie, sono commozione e amarezza. Questi sentimenti si intensificano man mano che l’esibizione prosegue, lasciando poi spazio all’indignazione e instillando la volontà di impegnarsi a costruire un mondo diverso, in cui possa esserci una piena uguaglianza tra uomini e donne, senza prevaricazioni e prepotenze, in cui non ci siano più persone che possano sentirsi più forti di altre. L’uso, a tratti, di un’intelligente ironia da parte delle attrici ha evidenziato l’assurdità dei maltrattamenti.

L’ultima storia presentata è quella di una donna uccisa dal proprio compagno: dopo che il rapporto tra di loro si era inclinato, lui le aveva intimato di non cambiare la serratura dell’abitazione e, una sera, era entrato in casa sua e l’aveva uccisa. L’attenzione si concentra proprio sulle chiavi: in scena, la donna le controlla più volte, ripetendo quale fosse quella del cancello e quella del portone. A conclusione dello spettacolo lancia un interrogativo: “Ora mi son rimaste solo queste chiavi e non mi ricordo neanche cosa aprono… questa è del cancello… e questa?”. È facile pensare che, idealmente, quella chiave – che era stata un mezzo per compiere l’uccisione – possa diventare uno strumento per aprire il cuore, le menti e gli occhi delle persone, per rendersi conto del dolore delle vittime e per promuovere la nascita di relazioni fondate sul rispetto dell’altro.

Paolo Ghisleni

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