Arte

L'intervista

Mastrovito: “Bergamo? Un giardino fiorito per l’arte contemporanea”

Andrea Mastrovito, artista che vive tra Bergamo e New York, sta preparando la sua prossima mostra alla Gamec "At the end of the line" in calendario per la primavera 2014. Nell'attesa racconta come vede il rapporto tra Bergamo e l'arte.

di Stefania Burnelli

Bergamo "città invidiata all’estero per l’arte contemporanea", Gamec "galleria civica d’arte più importante d’Italia", nuovi spazi espositivi come "Baco" in Santa Maria Maggiore "ricercati da artisti di New York". Ce n’è abbastanza da consolarsi per la bocciatura a capitale europea della cultura 2019 nelle parole di Andrea Mastrovito, prossimo protagonista in Gamec della mostra "At the end of the line" in calendario per la primavera 2014.

Mastrovito, che abbiamo sentito prima della sua ripartenza per gli Usa dove lavora e trascorre gran parte del suo tempo, non ha dubbi: "Da tre anni a questa parte l’arte contemporanea fiorisce molto bene in città, con giovani gallerie interessanti, giovani curatori, l’associazione The Blank, istituzioni pubbliche e collezionisti privati che si stanno aprendo agli artisti e al pubblico in un modo che pareva impensabile fino a qualche anno fa".

Nato a Bergamo nel 1978, diplomato all’Accademia Carrara, Mastrovito ha esposto negli ultimi anni nei maggiori musei, dal MAXXI di Roma al Museo del Novecento di Milano, dal MART di Rovereto al Pecci di Prato, dal MUDAC di Losanna al MAD di New York e ha da poco dato alle stampe un "Manabile per giovani artisti" di cui è curatore (edizione Libri Aparte, distribuito con l’ultimo numero di Artribune e da pochi giorni disponibile nelle librerie italiane), riflessione "sincera, scanzonata, concreta" e a più voci sulla formazione artistica in Italia.

L’artista è anche uno degli intepreti contemporanei convocati, insieme a Ferrario Frères e a Stefano Arienti, a dare un contributo creativo alla Chiesa del nuovo Ospedale, un vero e proprio "white cube" progettato dagli architetti Zublena e Traversi, la cui consacrazione e inaugurazione sono previste tra metà dicembre e gennaio.

Che cosa è il "Manabile per giovani artisti", un bignamino per l’apprendista artista?

"Il Manabile racconta di tutti gli errori che ho fatto. C’è un mio testo, ci sono testimoninanze di altri artisti, i lavori dei ragazzi con cui ho collaborato in occasione di un piccolo workshop che ho tenuto in Accademia lo scorso anno, poi altri testi di curatori, galleristi, filosofi, tutti sotto i 35 anni, per dare un’idea ai giovanissimi di come altri giovani stanno lavorando. Il mio intervento è una sorta di decalogo di tutti gli errori che ho fatto e che ancora faccio, magari chi legge quegli errori eviterà di commetterli. Non posso dire che cosa fare ma che cosa non fare".

Ma l’artista chi è?

"L’artista è fondamentalmente un creatore di linguaggio: che sia musicista, scrittore, videoartista, il linguaggio della contemporaneità lo creiamo noi. Personalmente io provo a parlare a più gente possibile, in più lingue possibili, cercando di impararle e di inventarne delle altre. Poi magari la contemporaneità impara a leggerle un po’ più in ritardo, come è normale. D’altra parte viviamo secondo regole che ci sono insegnate da piccoli, quando queste cambiano ci vuole un pochino per acquisirle".

Hai parole d’elogio per la Bergamo contemporanea. Dal tuo punto di vista, che cosa è cambiato?

"Fino a qualche anno fa Bergamo era piena di potenzialità ma ognuno stava nel suo orticello, la nostra città era molto restia ad aprirsi, lo dico sia per la mia esperienza precedente sia per quello che mi è stato raccontato. L’associazione The Blank è stata fondamentale, ha unito le energie, ha fatto rete: in fondo ha fatto una cosa cosa molto semplice, eppure fondamentale in questi anni, ha creato sinergia".

Chi si trova, quindi, "At the end of the line"?

"In realtà lo siamo tutti, ma la fine è anche un nuovo inizio. Il momento storico non è florido e bisogna ripartire dalla base per ricostruire. Per questo ho intitolato così il mio nuovo progetto per la Gamec. E’ una riflessione sul segno e sul disegno, la ricerca della fine della linea, il punto di congiunzione tra la nascita, la morte e la rinascita. Perché "the line"? Perché tutto ciò che usiamo è prima disegnato e poi realizzato dall’uomo, a volte addirittura viene prima il segno dell’idea. La linea del disegno va a sovrapporsti alla linea della vita e della storia: ragionando su questo binomio, tra il personale e l’universale, eseguirò in Gamec delle grandi installazioni analizzando attraverso il disegno i momenti chiave e di passaggio dell’esistenza".

Che cosa vedremo in Gamec?

"A terra un grande lavoro calpestabile: un disegno ralizzato con frottage su carta ottenuti facendo il calco grafico di un centinaio di lapidi dal I secolo d.C. ai nostri giorni – quindi la memoria della vita vissuta. Sulla parete frontale troverà posto una grande opera di sculture e un disegno di 36 metri realizzato direttamente sul muro, che racconta il processo biologico che succede alla morte – quindi il destino del corpo sotto terra. Nell’altro spazio ci sarà una videoanimazione ottenuta con migliaia di disegni, alla maniera antica, sul concetto di anima – quindi ciò che non sappiamo circa la dimensione extra corporea. Emblema della mostra è l’immagine di una ragazza appesa a un filo e ad una pietra, metafora della condizione umana di cui si può avere una visione tanto leggera e sognante quanto pesante e incombente".

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