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Da feuilleton a pop culture Il serial televisivo tra successo e qualità - BergamoNews
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Da feuilleton a pop culture Il serial televisivo tra successo e qualità

Un nuovo focus per Bergamonews: Ivan Leoni ci guiderà, con un occhio critico, tra i linguaggi e i fenomeni televisivi (serial, in particolare) ma anche tra la rete (video virali, social network), novità che stanno ridefinendo la grammatica espressiva dei network di comunicazione mainstrean.

Una nuova rubrica entra nella famiglia di BgNews: sarà quella di Ivan Leoni che ci guiderà, con occhio sempre critico, tra i linguaggi e i fenomeni televisivi (serial, in particolare) ma anche tra la rete. "Il linguaggio e la grammatica dei media, nuovi o tradizionali che siano – si descrive Ivan Leoni -, fanno di me un assiduo divoratore di storie che descrivono l’esistente attraverso il filtro della verosimiglianza. Impegnato nel mondo della comunicazione aziendale, mi considero un osservatore attento delle modalità narrative veicolate da TV, radio, cinema e rete".

 

di Ivan Leoni

Cosa accomuna Dexter Morgan, Walter White, Tony Soprano e Carrie Mathison, protagonisti delle serie culto del nuovo millennio, ai grandi classici della letteratura mondiale come i fratelli Karamazov, Anna Karenina e Madame Bovary? Apparentemente separati da un arco temporale che si estende su tre secoli, ad unirli è un’insospettabile origine narrativa: il feuilleton. L’analogia con il romanzo d’appendice ottocentesco era, del resto, già chiara sin dagli anni Settanta: il meccanismo della serialità, sperimentato con successo in letteratura da Balzac, Dumas, Flaubert, Allan Poe e Dostoevskij, ha infatti prodotto risultati altrettanto durevoli anche nel fumetto, nella radio e nel cinema stesso.

Tuttavia, nel corso dell’ultimo quindicennio la serialità televisiva è esplosa, su scala mondiale, con l’esponenziale crescita di pubblico, produzioni e capacità espressiva. Una crescita tutt’ora in corso, peraltro, testimoniata dall’incremento dell’offerta su digitale terrestre, canali a pagamento e – ça va sans dire – streaming o download illegali.

Non solo. L’ascesa quantitativa di produzioni e pubblico si è accompagnata ad un altrettanto sorprendente innalzamento della qualità. Come i primi romanzi d’appendice, anche le prime fiction degli anni 50 erano firmate da mestieranti senza troppe ambizioni e destinate all’intrattenimento pomeridiano o pre-serale: realizzate con l’unico fine di intercettare quanti più spettatori possibili – e con loro inserzionisti, pubblicità e quattrini – cominciarono a diventare di qualità autoriale con David Lynch: i suoi Segreti di Twin Peaks, tormentone pop anni Novanta, scavavano nella provincia americana per sgretolarne l’illusoria impalcatura di valori, svelando il senso di smarrimento di un’intera generazione.

Dopo Lynch, a sperimentare la nuova frontiera della narrazione seriale ci si sono messi anche grandi registi come Scorsese (Boardwalk empire), Spielberg (Falling skies), J.J. Abrams (Fringe), Aaron Sorkin (The newsroom) e Jonathan Nolan (Person of interest); non si sono fatti attendere nemmeno gli attori dello start system hollywoodiano, come Steve Buscemi, Jessica Lange, Katy Bates, Jeff Daniels e, su tutti, il magnetico Kevin Spacey di House of Cards.

Narrazioni che si definiscono per lo spessore dei dialoghi, la cura della fotografia, la complessità psicologica dei personaggi ed una timeline che offre potenzialità superiori anche alla due ore o poco più della durata cinematografica: l’arco narrativo non si esaurisce nel tempo chiuso del singolo episodio (Happy Days, MacGiver o Baywatch) ma si estende per la durata dell’intera stagione o di più stagioni (Dexter, Breaking Bad, Homeland, Lost, Walking dead). Non più prodotte per il solo scopo finanziario, le serie si impongono come strumento privilegiato per la rappresentazione dei traumi, delle aspirazioni e delle tensioni che attraversano la società (liquida) contemporanea. Così come, a suo tempo, i romanzi d’appendice pubblicati sulla stampa quotidiana intercettavano e rappresentavano i gusti della borghesia ottocentesca delle grandi capitali d’Europa.

La serialità televisiva offerta – pardon, venduta – dalle emittenti statunitensi sta dunque riaffermando e riscrivendo un genere letterario che non ha per fine la complessità dell’intreccio narrativo ma ha funzione di critica nei confronti dell’attualità. E lo fa percorrendo l’intero arco dei generi, dal thriller al crime-drama, dalla commedia al fantasy, dalla science fiction al soprannaturale. O, meglio ancora, optando per una sapiente ibridazione fra gli stessi, che fa molto post-modern.

Certo, va sottolineato che ci si può riferire purtroppo alle sole produzioni d’oltreoceano, visto che il desolante panorama delle produzioni italiane – salvo rarissime e fortunate eccezioni come Montalbano, Romanzo criminale e Boris – rimane popolato da cliché sociali (il prete, il nonno, la suora, la sexy-carabiniera, il medico) rappresentati come personaggi da operetta, ridicoli nella loro essenza anacronistica e monodimensionale. Purtroppo.

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