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Giordano Tomasoni, da depresso a rinato: "Vi racconto come" - BergamoNews
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Giordano Tomasoni, da depresso a rinato: “Vi racconto come”

Mauro Bernardi ci porta alla scoperta di Giordy, un amico conosciuto all’Unità spinale di Mozzo che, dopo aver tentato il suicidio per via di una grave forma di depressione, ora è rinato. E ha deciso di raccontare la sua splendida storia per la rubrica SuperAbili.

Cari amici di Bergamonews,

nel mio percorso riabilitativo ho transitato presso l’Unità spinale di Mozzo nella quale terminata la fase di recupero delle mie potenzialità residue mi sono messo a disposizione dell’Associazione Disabili Bergamaschi (ADB) attraverso l’impegno nella gestione dello sportello info point con il compito di fornire informazioni inerenti al mondo della disabilità ai pazienti ricoverati presso la stessa struttura. Durante quel periodo ho avuto il piacere di conoscere Giordano Tomasoni, un ragazzo di Castione della Presolana con una storia particolare, che domenica 13 ottobre ha vinto la Maratona di Carpi nella categoria "handbike" con il tempo di 1h6’40”. Attraverso la rubrica Superabili ho il piacere di farvi raccontare la loro storia direttamente da lui: eccola.

 

Per quanto nella vita, sia consigliato spesso pianificare le scelte, nel mio caso l’effetto sorpresa ha giocato un ruolo determinante nel suo proseguo. Racconterò ora quello che nella mia vicenda avrebbe reso ancor più amaro l’epilogo di un gesto che poteva vanificare lo sperimentare delle infinite possibilità che esistono per rimettersi in gioco.

Non potevo non appassionarmi alla montagna, vivendo in un luogo che ne è circondato, come non potevo non essere attirato dal legno, visto la vicinanza di casa mia alla falegnameria dello zio. Cosi il passatempo è diventata una professione, quella di falegname e l’ambiente esterno mi ha avvicinato allo sport alternandone le discipline, a secondo delle stagioni: sci in inverno e bicicletta in estate, la primavera e autunno sono state assorbite da un inesorabile stravolgimento dei calendari. Impegnarmi nel lavoro finita la terza media, mi ha dato la possibilità di garantirmi la certezza di un futuro fatto di una famiglia da creare, e così avvenne.

Mi sposo a 37 anni e dopo 2, nasce mi figlia Vittoria, un angelo biondo. La famiglia del "Mulino bianco" emigra dalle confezioni dei biscotti e si trasferisce proprio nel mio quotidiano: un lavoro che mi piace, una mogli adorabile, una creatura che cresce nella serenità, il tempo libero adoperato per passarlo con gli amici tra le montagne innevate o salendone i tornanti in sella alla bicicletta nei mesi più caldi.

La vita mi anticipa che diventerò nuovamente padre, Vittoria avrà una sorellina che chiameremo Alessia, ma… prima che veda la luce succede qualcosa che stravolge non solo la mia, ma la vita di tutte le persone che mi circondano: in una fredda mattina di novembre scavalco la barriera di un ponte con l’intenzione di far finire la sofferenza interiore, o meglio la sofferenza acuta trasformatasi in disperazione, dovuta ad una forma depressiva. Scelgo la morte in alternativa ad una vita che improvvisamente non mi fa più sentire i profumi di un vivere con gioia, senza più un riferimento sensato, ma guidato da una forza irrazionale mi butto nel vuoto con la speranza di scrollarmi di dosso il dolore e scomparire per sempre.

Come non ho scelto io di venire al mondo, probabilmente per lo stesso motivo sono esonerato dal finire al cimitero. Tra i commenti infiniti di chi in ogni occasione non perde l’attimo per fare la morale a qualcuno, ciò che veramente conta, è che sono vivo, con una condizione che in tutta sincerità non avevo minimamente preventivato. Nella caduta mi esplode una vertebra, la diagnosi è impietosa: paraplegia, nel mio prossimo futuro dovrò fare spazio ad una sedia a rotelle. In un attimo si chiude la porta sul prima e il dopo è un grosso punto interrogativo su tutti gli ambiti che gravitavano intorno a me.

Dalla depressione si guarisce, l’ho sperimentato in prima persona, mentre la disabilità è per sempre, questo il sunto del racconto fino a questo momento. Senza sapere quanto ci sarei restato varco le porte del centro di riabilitazione motoria di Mozzo, un anno intero può sembrare eterno, invece vola via proiettandomi in una realtà migliore di quella che si potrebbe pensare.

Da allora tutto è cambiato. Anzi no, non tutto: è infatti rimasta la vita con le sue molteplici possibilità di rinascere. Regola numero uno: eliminare dal vocabolario la parola accettare, sa troppo di sconfitta e di rassegnazione, io preferisco il termine affrontare che è più indicato quando in ballo ci sono delle sfide, e quando si è disabili le sfide sono molteplici, a volte mascherate anche solo da un semplice scalino. Le altre regole arrivano con il tempo, condite con una speranza che giorno dopo giorno diventa sempre più palpabile. Quello che non ho capito in 37 anni di vita "normale" l’ho capito fin dai primi istanti di vita "speciale", che la felicità, forse unico obbiettivo di ogni essere, la si può provare in ogni condizione ci si trovi. Condizione e non castigo, questo è quello che penso sulla condizione di disabilità. E’ vero, cambia il modo di vivere, il modo di fare le cose, ma non il senso della vita, quello è il medesimo pure stando seduti in carrozzina.

Ho "voluto", attenzione, non "dovuto" farmi carico di quello che mi è successo. Anche in questo caso percorrendo la strada più impegnativa, scrivere l’intera vicenda in un libro. Per uno che ha mangiato segatura fino al giorno prima, mettersi a fare lo scrittore può sembrare un poco folle, è così che ho imparato a vivere nuovamente, affrontando sfide che mai avrei pensato di vincere. Forse in "Mi spinge la salita", titolo del libro, è emerso il coraggio di dire la verità, la verità di raccontare una storia certamente dolorosa ma ricca di un’umanità e di un percorso fatto di ostacoli prontamente scavalcati.

Ora la scrittura mi ha messo di fronte ad un ennesimo bivio: scrivere ancora, e così è stato: "Esserci può bastare" sarà il titolo del mio secondo libro.

Ho scelto lo sport come strada maestra di questa seconda vita, ho scelto lo sport perché è stata la cosa che più mi è mancata, fra tutte le azioni a cui pensavo avrei dovuto rinunciare. Non che sia stato facile ma ne è valsa certamente la pena. Seduto su di un guscio a cui sono agganciati gli sci da fondo mi spingo con la sola forza delle braccia e vi assicuro di strada se ne può fare… fatica e soddisfazione viaggiano in simbiosi, nel mio caso sono state premiate dal titolo di vicecampione Italiano e una porta semiaperta per le prossime Paralimpiadi.

L’elemento indispensabile per far si che un sogno si avveri è averne uno, mentre gli altri elementi sono: determinazione, coscienza dei propri limiti, non scoraggiarsi, ascoltare i consigli per poi scartarne la maggior parte e far nascere gli stimoli da semplici aspirazioni.

Racconto la mia vicenda in scuole, oratori, biblioteche, la racconto sempre con l’intenzione di sensibilizzare il problema della depressione, malattia sottovalutata e presa troppe volte alla leggera, vuoi perché ritenuto un problema che per comodità è meglio non affrontare, vuoi perché ha profondi ostacoli culturali e specialmente legati all’ignoranza in materia (io in primis ne ho pagato le conseguenze).

Per finire il consiglio che mi sento di dare alle persone disabili è molto semplice: impiegate il vostro tempo in maniera tale che la sera prima di addormentarvi vi sentiate soddisfatti della giornata trascorsa, pur sforzandoci nessuno di noi sarà capace di aggiungere un solo secondo alla propria vita, tanto ne vale sprecarla lamentandosi in continuazione col dire cosa sarebbe stato se. Scegliere di essere felice è una scelta possibile, in più alla portata di mano di tutti, così come alla portata di tutti è diventare persone migliori. Non sta a me giudicare, ma se sono diventato forse una persona migliore lo devo alla mia condizione di disabilità.

Con affetto

Giordy.

 

Dimenticavo, con Giordy, l’estate scorsa, ho condiviso un viaggio molto particolare: in occasione del 20esimo anniversario della Polisportiva Disabili ValCamonica e del 20esimo anniversario della strage di via D’amelio insieme ad altri quattro disabili (tre in handbike come me e Giordano e un ragazzo ipovedente in tandem) abbiamo raggiunto Palermo da Breno, quasi 2000 chilometri attraversando l’Italia da Nord a Sud… un avventura che vi racconterò prossimamente.

A presto

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