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Dove collocare l’Allori? Il dibattito è aperto e l’esito non è scontato

L’Ultima cena di Alessandro Allori è stata ricollocata nel Salone delle Capriate di Palazzo della Ragione: oltre al dibattito sul luogo giusto deve aprirsi però anche quello sul corretto posizionamento che ne consenta la migliore fruizione possibile.

L’Ultima cena di Alessandro Allori, restaurata grazie alla Fondazione Creberg, è di nuovo ricollocata e visibile nel Salone delle Capriate di Palazzo della Ragione. Ma fino a quando? Il dibattito, rilanciato dai rappresentanti delle istituzioni cittadine e regionali in sede di presentazione al pubblico mercoledì 18 settembre, è aperto e per nulla scontato nell’esito.

La storia dell’arte è anche, necessariamente, storia della conservazione delle opere d’arte. E’ quindi, spesso, storia di non facili contese, negoziazioni, cambi di sede delle opere che, per amore o per forza, per incuria o per necessità di tutela, hanno subito viaggi e peregrinazioni che non sempre le hanno destinate al recapito più ideale. Quando poi un bene è un “bene pubblico” – come appunto il Cenacolo di Alessandro Allori, di proprietà del Comune di Bergamo – le logiche e le tentazioni sono multiple, all’incrocio tra volontà di visibilità e di prestigio, esigenza di garanzie e di conservazione, urgenza di sinergie tra pubblico e privato.

E proprio “sinergia” è la parola chiave ribadita da Maria Cristina Rodeschini, responsabile di Accademia Carrara e Gamec, intervenuta anche in veste di moderatrice dell’incontro che ha visto protagonisti, oltre all’assessore alla Cultura Claudia Sartirani, i soprintendenti Amalia Paci, ai Beni storici e artistici, e Giuseppe Napoleone, ai Beni architettonici e paesaggistici, il segretario generale della Fondazione Credito Bergamasco Angelo Piazzoli.

Questo il cuore della questione: la grande tela dell’Allori, pittore ufficiale della corte medicea di Firenze e autore tra l’altro degli arazzi con i misteri di Maria ospitati in Santa Maria Maggiore, fu commissionata a fine Cinquecento dall’abate del Monastero vallombrosiano di Astino per il refettorio del convento, dove rimase fino al 1798 per poi essere definitivamente collocata in Palazzo della Ragione. Dall’oblio è decisamente riemersa quest’anno grazie all’intervento della Fondazione Creberg che ha preso in carico il restauro e che ha promosso la massima visibilità dell’opera, in ripetute occasioni espositive presso il Palazzo del Credito Bergamasco: trentamila i visitatori che hanno ammirato il dipinto a partire dallo scorso ottobre, con periodiche mostre e visite guidate ad hoc che hanno consentito anche di seguire e apprezzare nel tempo lo stato dei restauri in corso d’opera.

Ricollocato ora in Palazzo della Ragione, il quadro rischia di nuovo di uscire dai riflettori? La questione non è di facile soluzione, anche perché chi mercoledì si è recato in loco per ammirare il dipinto risistemato in alto a cinque metri dal pavimento, non può non rilevare che la tela perde così in godibilità e fruizione quello che aveva acquistato nelle sale del Credito, dove era leggibile ad altezza d’uomo. Posto che una tela di due metri per sette ha bisogno di una certa distanza per essere ben vista, la collocazione sulla parete della Sala delle Capriate andrà forse per lo meno aggiustata in termini di posizionamento.

Anche a questo infatti ha accennato il soprintendente Giuseppe Napoleone, che apprezza la ricollocazione in Palazzo della Ragione in quanto luogo straordinario e sede ormai storicizzata del dipinto. Angelo Piazzoli ha invece caldeggiato il ritorno dell’opera in Astino, nella sala del refettorio per la quale il dipinto era stato originariamente pensato “a condizione che il luogo sia reso idoneo”, ma non ha escluso l’odierno setting “purché la gente abbia la possibilità di ammirarlo”. Perché il quadro, restaurato prima nel Settecento, poi dal Pelliccioli negli anni Trenta e infine da Minerva Tramonti Maggi e Alberto Sangalli in quest’ultima tornata di risanamento – ben illustrata dalla soprintendente Amalia Pacia – merita davvero di essere visto. Ricca di rimandi a illustri precedenti, come l’ultima cena di Leonardo, e intessuta di simbologie e allegorie connesse alla Passione di Cristo, la tela esibisce un magistrale desco imbandito di piatti, fiori e frutti simbolici come castagne, datteri, limoni, pere, bicchieri di vino bianco e rosso: uno sfoggio iconografico di grande perizia e dettaglio per nulla secondario alle figure del sacro sodalizio di Cristo e degli apostoli radunati attorno al tavolo.

Anche per questo, oltre che accordarsi sul luogo più idoneo, occorre che si trovi la giusta distanza tra il quadro e gli spettatori.