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“Corriamo il rischio di dichiarare l’impossibilità di essere cristiani”

Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia di monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, in occasione della festa di Sant'Alessandro, patrono di Bergamo.

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Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, in occasione della festa di Sant’Alessandro, patrono di Bergamo.

 

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo la solennità del Santo Patrono, il martire Alessandro, nel quadro di una quantità impressionante di eventi che hanno attraversato e attraversano la nostra comunità: l’Anno della fede e il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio e della morte di Papa Giovanni, a cui ora si aggiunge l’annuncio della sua canonizzazione straordinaria; i pellegrinaggi parrocchiali a Sotto il Monte e il Pellegrinaggio diocesano a Roma con l’incontro eccezionale con Papa Francesco; in quest’anno tre Beatificazioni: la prossima il 21 settembre di fra Tommaso da Olera, qui nella nostra Cattedrale per la prima volta; la Giornata mondiale della gioventù in Brasile a cui hanno partecipato alcuni nostri giovani e molti altri alla veglia in contemporanea con i giovani della Lombardia a Caravaggio; l’ordinazione episcopale di mons. Gervasoni, Vescovo eletto di Vigevano e quella di mons. Eugenio Coter in Bolivia, oltre a nomine in quel Paese di altri già Vescovi; e proprio in questi giorni la Settimana liturgica nazionale che si tiene nella nostra Diocesi.

Dal punto di vista sociale desidero ricordare la continuazione della crisi in termini occupazionali, che continua a alimentare profonde preoccupazioni con particolare ricadute sul mondo giovanile; avverto – e mi auguro che così non sia – il pericolo di una più forte tensione sociale, proprio nel momento in cui si intravedono possibilità di ripresa, una turbolenza politica destabilizzante a livello nazionale, una situazione nei paesi del bacino del Mediterraneo – così vicini a noi sotto tanti profili – che assume toni drammatici e spesso coinvolge tragicamente le comunità cristiane.

Contemporaneamente viviamo la consapevolezza che la strada del criterio della qualità a tutti i livelli è quella che ci apre prospettive e nello stesso tempo esige di perseguire reali e pertinenti processi di qualificazione; avvertiamo la necessità di coniugare senza reticenze il radicamento al territorio e alla nostra storia con l’apertura al mondo, non solo oltre i nostri confini, ma dentro i nostri confini; mi sembra di avvertire ancora bisogno di un nuovo slancio e nello stesso tempo la fatica a condividere ragioni e mete. Come discernere questa mole di eventi, senza smarrirsi, senza cavalcarli, senza ripiegarsi?

Che rapporto esiste tra quelli che investono la Chiesa e quelli che contrassegnano la vita di tutti?

La risposta a questa domanda, comincia dalla riflessione su un segno che ci è stato donato, che ci ha parlato, che ha suscitato attenzione preoccupata e trepidante e poi meraviglia gioiosa: si tratta del gesto umile e coraggioso compiuto da Papa Benedetto, nel momento in cui ha dichiarato di “rinunciare al ministero di Vescovo di Roma” e poco dopo della scelta inaspettata da parte dei Cardinali riuniti in Conclave di un Papa venuto da lontano – ci ha detto al momento dell’elezione: “Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo” – un Papa che ha immediatamente suscitato una profonda speranza non solo nella Chiesa, ma in tutto il mondo. Non si tratta di una combinazione fortunata: piuttosto dell’azione dello Spirito di Dio, che bussa alla coscienza di chi si professa credente e chiede di assecondare la vitalità sorprendente del Cristo risorto e del suo Vangelo, senza paura, senza compromessi mondani, ma con coraggio e libertà, così come i martiri, in un modo speciale ci hanno testimoniato. Si tratta di una fedeltà allo Spirito e al Vangelo che produce sempre rinnovamenti inattesi e insperati, rinnovamenti evangelici e dunque destinati a tutti, a cominciare da coloro che hanno rinunciato alla speranza. Sono rinnovamenti che iniziano dal cuore, ma si sviluppano nelle intelligenze e nelle scelte, nei comportamenti personali e comunitari.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo collocato la fede nell’angolo degli oggetti preziosi o in quello degli oggetti inutili; l’abbiamo trasformata in una specie di tana nascosta entro la quale rifugiarci oppure l’abbiamo sbandierata per scopi che poco hanno a che fare con il Vangelo. Stiamo correndo il rischio di dichiarare l’impossibilità di essere cristiani nel mondo contemporaneo.

La testimonianza di Sant’Alessandro e di tutti i martiri, dei Santi che hanno illuminato la vita della nostra Chiesa e società bergamasca, la figura luminosa di laici, consacrati e sacerdoti, l’indimenticabile Papa Giovanni, il segno che ci è stato donato, ci spronano a resistere a questa tentazione. La Chiesa, la nostra Diocesi, le nostre parrocchie e comunità ecclesiali siano la risposta vivente e credibile a questa tentazione, non solo pensando a salvare se stesse, ma avendo a cuore ciò che sta a cuore a Cristo: la speranza e il riscatto di ogni persona umana, cominciando dai più piccoli, i più deboli, da coloro che sono maggiormente provati. Penso ai senza speranza: agli spigolatori che non trovano più nemmeno quel che una volta restava dal raccolto dei ricchi; penso ai disprezzati che rinunciano per scelta o per necessità a combattere la guerra del disprezzo reciproco; penso agli smarriti che temono di rivelarsi, per non essere brutalmente dichiarati falliti.

La nostra Comunità non ha soltanto una storia da raccontare in questo senso, ma oggi, qui e in diversi paesi del mondo si impegna ad essere segno evangelico di speranza; testimonianza coraggiosa di liberazione, di giustizia, di solidarietà. Desidero sottolineare la cura e l’intelligenza di questi interventi, oltre che la generosità di questa dedizione. Oggi, questa ampia azione d’amore ci provoca ad una conversione ulteriore: si tratta di riscoprire e alimentare le ragioni profonde che spingono a questo impegno. La fede in Cristo è la nostra risposta, è la nostra ragione: è quella sorgente di speranza che si trasforma in impegno evangelico per ogni persona umana. Sant’Alessandro ci consegna nel suo antico e indimenticato sacrificio, questa testimonianza suprema: la testimonianza di cosa significhi la fede in Gesù Cristo. Cari fratelli e sorelle, quest’anno vi inviterò ad un rinnovato impegno ad approfondire la fede cristiana, a partire dalla nostra condizione di adulti della comunità e della società, per diventare maggiormente e nuovamente donne e uomini capaci di Vangelo.

Avverto l’esigenza di una rinnovata assimilazione della profondità, della bellezza e della ricchezza della fede in Cristo, per crescere in una matura coscienza dell’essere cristiani in un mondo e in un tempo come il nostro, che, a dispetto delle apparenze, rende ancora più appassionante questa avventura della fede e della vita. La limpida e luminosa testimonianza dei Santi e particolarmente del nostro Patrono, il martire Alessandro, risveglino la nostra sincera disponibilità a accogliere e trasformare il grande dono della fede in un fermento di vita così credibile da diventare capace di riscattare non solo la nostra esistenza, ma quella di ogni uomo.

Monsignor Francesco Beschi

Vescovo di Bergamo

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