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Architettura sostenibile: Edoardo Milesi insegna a Siena e nel mondo - BergamoNews
L'intervista

Architettura sostenibile: Edoardo Milesi insegna a Siena e nel mondo

L'architetto bergamasco Edoardo Milesi, docente alla Summer School Architettura Sostenibile che si è svolta a Siena, spiega l'importanza dell'architettura: gli spazi influenzano le relazioni, le abitudini e lo stile di vita.

di Laura Cavalieri Manasse

In Val del Lujo, nel verde, lontano dagli spazi urbani, ha sede lo studio Archos dell’architetto Edoardo Milesi. Nel silenzio della vallata, con le finestre dello studio che si affacciano sul fitto bosco di bambù, da anni Milesi e i suoi collaboratori non progettano solamente edifici unici ed importanti come il Monastero benedettino di Siloe a Cinigiano, in provincia di Grosseto, o la Cantina Vinicola di Collemassari, presente alla XII Biennale di Venezia 2010, al Congresso Mondiale di Architettura UIA 2011 a Tokyo e alla XIV Biennale di Venezia 2012 Padiglione Italia, o molti altri ancora sparsi sul territorio bergamasco e toscano, ma progettano come modificare lo spirito che permea il lavoro dell’architetto, così si sono impegnati a realizzare un corso di studi di architettura che non prescinde l’aspetto olistico, anzi, lo indaga.

In quest’ottica si è tenuta la scorsa settimana alla Certosa di Pontignano, sulla collina senese, la prima Summer School Architettura Sostenibile all’interno di una facoltà umanistica, realizzata con la collaborazione dell’Università di Siena, di Pescara, di Haiti e della Sorbonne di Parigi.

Il tema del seminario, a cui sono stati ammessi 10 giovani laureati provenienti da tutt’Italia,  è stato lo spazio ha il potere perchè lo spazio è performante”, ed è stato trattato da antropologi, sociologi, letterati, storici dell’arte, architetti, archeologi, esperti della comunicazione e del diritto come Marcello Flores D’Arcais, Clemens-Carl Haerle, Franco La Cecla, Salvatore Settis, Stefano Campana, Franco Farinelli ed altri ancora, i quali hanno condiviso la loro esperienza e la loro formazione accademica con il principio per cui l’architetto è il creatore dell’ambiente umano, perciò deve considerarsi il custode dei valori emotivi, della storia dell’architettura, della storia dell’arte, dei fattori sociali, politici, artistici, economici e di tutte le altre forze che costituiscono la vita di una comunità e di una civiltà.

La metodologia didattica della SSAS è stata nuova e complementare a quella accademica,  rifacendosi ad analoghe e importanti esperienze, quali quella di Paolo Soleri ad Arcosanti o quella del Rural Studio presso la Auburn University, dove l’insegnamento viene inteso come un work-in-progress, che alterna lezioni frontali a esperienze di cantiere, nelle quali sperimentare di persona le nuove tecnologie non invasive.

Dopo la settimana senese, la SSAS prevede la trasferta degli studenti, in ottobre, ad Haiti, per vivere altri sette giorni insieme ai loro docenti ed ai tutor nel cantiere che Archos ha attivato in primavera per la costruzione della Scuola Edile “Papa Giovanni XXIII” commissionata dai Padri Monfortani SMM con il contributo della Caritas di Bergamo.

A Port au Prince, insieme alle maestranze locali e a Edoardo Milesi, i giovani architetti della Summer School si misureranno con la tecnica di costruzione a secco che implica un modo di costruire evidente, trasparente, dove la tecnologia non è affidata a formule chimiche e dove la resistenza al vento e alle piogge, le schermature del sole e la manutenzione passano attraverso considerazioni esplicite e visibili.

 “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” un assioma di Confucio che ha trovato la sua applicazione nel progetto della Summer School Architettura Sostenibile, costruito in mesi di lavoro tra le mura, sempre accarezzate dal vento, dello Studio Archos a Fiobbio di Albino.

·         Architetto Edoardo Milesi, dopo l‘esperienza del “Festival degli appetiti” della scorsa estate, dove 10 giovani artisti nella settimana di workshop hanno progettato e costruito una chiesa di fieno nel Monastero Benedettino di Siloe, quest’anno la proposta è una Summer School di Architettura sostenibile. Cosa ha condizionato il suo progetto?

Lo scopo del nostro seminario, aperto a giovani architetti, è quello di renderli consapevoli della grande responsabilità che si assumono col mestiere che hanno scelto. Un mestiere dove la tecnica è uno dei tanti mezzi, ma la preparazione può essere solo profondamente umanistica: lo spazio ha potere perché lo spazio è performante. Attorno a questo concetto – anche per smentirlo – saranno orientate le nostre lezioni e i nostri dibattiti, dove andremo a capire come agisce l’architettura, quali effetti produce nel pensiero di chi la vive, in che modo riesce a innescare rapporti, reazioni e nuove azioni creative. E per capire occorre riflettere, prima che di architettura, di archeologia, filosofia, psicologia, geografia, antropologia, arte e biologia. In generale di cultura. Da qui la progettazione di una settimana full immersion in questo tema.

Architettare in modo umanistico?

Si. L’architettura non è solo un fatto fisico, il suo valore reale sono gli effetti che produce, le sue potenzialità performative sono in grado di influenzare, incoraggiare, a volta costringere le persone a comportarsi in modo diverso sia mentalmente che fisicamente.

Questo è il motivo che deve spingere gli architetti e gli attuatori dei programmi di pianificazione a occuparsi dal punto di vista ecologico non solo del processo edificatorio, dei materiali e delle tecniche costruttive, ma anche e soprattutto della struttura aggregativa, delle problematiche relazionali, sociali e morali.

La sfida è sviluppare progetti capaci di generare inclusione sociale in grado di influenzare possibili nuovi e migliori comportamenti. E’ fondamentale conoscere a fondo l’ambiente culturale e intellettuale in cui si andrà a operare per capire cosa potrà generare all’interno della comunità a cui è destinato l’intervento architettonico, così che sia comunque in grado di generare forme di orgoglio identitario presso la comunità che se ne deve appropriare.

Perciò il focus della Summer School sarà sviluppare una visione inedita nei giovani architetti che si accingono ad intraprendere la loro attività?

Da sempre chi progetta modifiche all’ambiente è responsabile di come queste modifiche influenzano i comportamenti. Il luogo, lo spazio, il paesaggio producono effetti sulle persone e luogo, spazio e paesaggio vengono modificati dall’azione delle persone mutando la propria influenza sull’individuo, sulla comunità, sulla cultura.

Questo ci deve spingere ad attivare una pratica responsabile nelle azioni e nelle scelte  che riguardano l’arte, la comunicazione, il modo di abitare mediante una vera e propria coscienza del diritto (e dei conseguenti doveri) al paesaggio e ai luoghi di vita.   

Il tema dei convegni che ho organizzato ruota attorno alla cura del paesaggio (inteso come habitat) e dei luoghi dell’abitare, dove cura sta prima per sensibilizzazione e partecipazione a questo processo inarrestabile di trasformazione.

Sensibilizzarci su questo tema deve tener conto di criteri fondamentali:

– adottare una visione olistica in grado di affrontare l’enorme complessità dell’argomento paesaggio nella storia dell’uomo.

– basarsi su una visione dinamica in grado di percepire la realtà mutevole del paesaggio che si trasforma continuamente in base ai rapporti tra le persone, le società, le culture, le economie.

– considerare l’eterogeneità fisiche e di interesse delle componenti anche all’interno dello stesso gruppo apparentemente omogeneo.

– mantenere un cosciente rapporto temporale con il programma giacché è fondamentale agire su questioni contingenti, ma nella consapevolezza che la modellazione sociale avviene in tempi lunghi.

– basarsi su esperienze personali che evitano demagogie e semplificano la comprensione e l’interrelazione tra persone e ambiente.

– utilizzare risorse espressive più varie possibili senza escludere a priori alcun linguaggio artistico, tenendo quale riferimento inderogabile sostenibilità ed ecologia. 

Attuare una filosofia attraverso l’esperienza quotidiana del lavoro dell’architetto?

Si, mettere in pratica un precetto poiché è compito dell’architettura individuare nella vera qualità abitativa, la buona architettura. 

Sono convinto che si debba iniziare a pensare a edifici e luoghi facili da abitare. Spazi con maggiori qualità sociali, più generosi e flessibili. Gli edifici devono corrispondere ai reali comportamenti domestici e sociali. Il progettista deve essere sincero e diretto.

In termini di durabilità architettura e tecnologia hanno spesso tempi differenti di invecchiamento e la tecnologia obsoleta rischia di trascinare l’architettura nel disuso.

La semplificazione compositiva diventa così di grande aiuto al riciclo e al riuso, non c’è dubbio che la cura consapevole per il paesaggio ne diventa la sua valenza ecologica, sociale, ambientale e costituisce un importante fattore di qualità della vita e del benessere individuale e collettivo.

Una intera settimana per entrare nello specifico di quali temi?

L’abitare. Abitare, da habitus abitudine, significa starci dentro, coprirsi, circondarsi di cose. L’habitat dell’uomo è ormai la sua cultura (la seconda natura di Cicerone) il luogo dove l’uomo vive, dove la cultura dell’uomo vive. L’uomo ha inventato la cultura per  piegare alle sue esigenze, alle sue necessità, la natura, spesso per contrastarla. Quando la cultura rifiuta la sua dipendenza sistemica dai cicli, dai ritmi, dai codici, dall’ordine della natura, la perde di vista e genera programmi non sostenibili. Si dice spesso che la scienza è in grado di illuminare, ma anche di accecare. In epoca industriale le esigenze della natura e dell’industria sono spesso state contrapposte. Parleremo dello spreco, lo sperpero delle risorse che si identifica in una vera e propria patologia all’interno della cultura e ne diventa ben presto una cultura a se stante. La cultura dello spreco ci rende passivi, mentalmente poco creativi. Lo spreco per lo più si identifica nella mancanza di un progetto. Quindi parleremo della necessità del progetto in architettura nella storia e nella contemporaneità. Tutte le attività umane si materializzano necessariamente nell’edilizia. Nessuna tra le attività umane è estranea all’edilizia che, attingendo dalle risorse mondiali è responsabile dei conflitti del pianeta. L’edilizia è responsabile di tutta l’attività di estrazione di materie prime e produce oltre il 60% dei rifiuti umani".

 

 

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