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L’esorcismo della morte attraverso la fotografia Nella mostra di Rankin

In esposizione alla Walker Gallery di Liverpool “Alive: In the face of death”, l’ultima fatica di John Rankin Waddell, il fotografo britannico che riesce a conciliare la morte e la fotografia

Il concetto della morte e la fotografia di moda possono sembrare mondi inconciliabili. Da una parte abbiamo l’ultimo vero taboo umano, dall’altra c’è l’emissario dell’impero effimero per eccellenza. Se però a maneggiare questi due universi paralleli sono le abili mani del fotografo britannico John Rankin Waddell, meglio noto come Rankin (classe 1966) la commistione di piani etici ed estetici è possibile. Anzi, è arte.

Il fotografo, conosciuto soprattutto per la sua attività nel mondo del foto ritratto glamour, ha lavorato con Kate Moss, Madonna, David Bowie, Vivienne Westwood e, non ultima, sua maestà la Regina Elisabetta. Ha inoltre fondato una rivista leggendaria per tutti coloro che sono cool (e che quindi non si definirebbero mai tali): Dazed & Confused.

Parallelamente alla sua attività nel mondo della moda, Rankin ha sempre nutrito un profondo interesse per le cause sociali, che nelle sue mani di poliedrico comunicatore diventano campagne di sensibilizzazione di fama mondiale. Per citarne alcune, è sua la firma sulla campagna R.E.D., per la lotta contro l’AIDS, voluta da Nike e Bono Vox, ma anche il lavoro per l’organizzazione benefica Woman’s Aid, nella serie di scatti What’s it going to take?, volti alla riflessione sul tema, purtroppo sempre attuale, della violenza domestica.

In questi mesi, e fino al 15 settembre, è in mostra alla Walker Gallery di Liverpool la sua ultima fatica, “Alive: In the face of death”, nel contesto più ampio dell’evento: Look/13: Liverpool International Photography Festival, che racchiude numerosi eventi riguardanti l’arte fotografica nella città inglese. La mostra di Rankin si sviluppa in 80 ritratti di persone comuni, legate dall’aver affrontato, o dal dover affrontare, la prospettiva della morte, come la cantante Sandra Barber, che lotta contro il cancro, o Freddie Knoler, un reduce di Auschwitz. Il tutto filtrato attraverso l’obiettivo di un fotografo che è famoso per l’abilità di penetrare nella personalità del soggetto, svelandone la vera natura. A tal proposito Rankin sostiene che “non devi avere una bellezza sconvolgente. Devi solo essere interessante. Essere te stesso”.

La catarsi, l’esorcismo della paura di morire, avviene proprio grazie alla capacità dell’artista di estrapolare la vitalità, e il glamour, insito in ognuno dei soggetti. Per cui, non conoscendo il retroscena, non ci stupiremmo nel trovare questi scatti in un editoriale sulle più patinate riviste di moda. Dunque la mostra, attraverso la messa in scena della morte, parla di vita, e di speranza, la più forte nemesi della fine ineluttabile. Ed è lo stesso Rankin a suggerire lo spirito con cui approcciarsi ai suoi ritratti: “Ho incontrato delle persone straordinarie, e penso che ogni ritratto estrapoli la vitalità di ciascun soggetto, il loro senso dell’umorismo e le loro qualità individuali”. Nessun pietismo, solo la celebrazione della vita.

Il direttore della Walker Gallery, Sandra Penketh, trova che sia una grande occasione poter ospitare un artista del calibro di Rankin: “È come aver vinto il primo premio, per la Walker Gallery, accogliere l’esibizione di uno dei fotografi più influenti del mondo. Il tema della mortalità è una sfida e Rankin l’ha affrontata in modo commovente”.

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