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La crisi ci sta cambiando Non porta solo guai anche opportunità

La crisi economica che ci accompagna ormai da cinque anni ha cambiato i consumi, rivisto gli status symbol e per molti anche le abitudini. Per Stefano Cofini, responsabile Ufficio studi di Confindustria: “Al di là dei suoi aspetti drammatici, la crisi può essere una straordinaria opportunità per cambiare”.

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Il carrello della spesa stracolmo, l’acquisto dell’ultimo modello di cellulare, il televisore ultrapiatto, il Suv o la moto sportiva, la villetta a schiera, le vacanze in località esotiche, la corsa sfrenata allo shopping sono solamente alcune delle luci di una fotografia che immortala un mondo dei consumi tanto recente quanto ormai lontanissimo. La crisi economica innescata nel 2008, e non ancora finita, sembra un flash che abbaglia e disorienta, eppure cambia in silenzio abitudini e mentalità. Come siamo cambiati? E’ finita la crisi? Che cosa rimarrà di questa fase economica? Sono alcune delle domande che abbiamo rivolto a Stefano Cofini, 65 anni, responsabile Ufficio studi di Confindustria (nella foto), per aiutarci a fare il punto della situazione.

A che punto è la crisi?

“Difficile fare previsioni su questa recessione, ma dati alla mano non sono ottimista e dovremo attendere ancora un po’ di tempo per vedere degli spiragli di ripresa”.

E poi, come sarà?

“La sensazione che ho è che quando sarà finalmente finita ci troveremo di fronte ad una società più frammentata e divisa. Questa crisi ha colpito la classe media ed ha acuito le distanze economiche tra le persone, non dimentichiamoci che ci sono persone che non hanno perso il loro status, ma hanno anche guadagnato, mentre ci sono molti che hanno dovuto affrontare situazioni difficili e sono ripartite da zero. Di fronte a questo quadro, potremmo avere due situazioni che interessano in particolar modo chi ha pagato maggiormente questa crisi. Da una parte avremo chi ha imparato a risparmiare, a valutare e a moderare i consumi e dall’altra ci sarà chi andrà a spendersi tutto ciò che riuscirà di nuovo ad avere tra le mani”.

I bergamaschi a quali delle due categorie potrebbero appartenere?

“Credo che Bergamo non abbia dimenticato la sua non lontana povertà, in fondo fino agli anni Cinquanta questa terra era caratterizzata principalmente dalla cultura contadina, e quindi possa ora rientrare nella prima categoria di chi da questa crisi ha imparato alcune lezioni”.

Quali?

“Per esempio: sono costretto a fare economia e scopro quanto è bello. Se ci si abitua alla cultura del risparmio si scoprono e imparano anche cose interessanti. Magari non compro il Suv, ma un’auto più modesta che non serva a dimostrare il mio status symbol, in questo modo risparmio e ho il piacere di avere 50mila euro in più in banca. Magari non mangio sushi, ma scopro i prodotti a chilometro zero. In sintesi: prendo solo le cose buone e che mi servono”.

Detto così è semplice, eppure è una rivoluzione.

“Ed di fatto lo è”.

Però non cambiano i consumi?

“Sì cambiano. Anzi, in questo modo si possono anche ridurre. L’economia in fondo è un gioco e il consumatore impara a giocare. Scopre il piacere non solo di comprare il necessario, ma di trovare il miglior prodotto di qualità al miglior prezzo. Forse perde tempo, ma scopre il piacere di fare economia e di risparmiare”.

Nell’altra ipotesi, secondo lei, ci sarà chi non vede l’ora di uscire dalla crisi per spendere tutto.

“E’ una possibilità. Siamo ad un bivio: abbiamo vissuto anni di abbondanza e di sperpero per certi versi finendo in questa crisi, ma allo stesso tempo abbiamo una memoria storica non troppo lontana nel tempo quando si viveva con meno possibilità economiche e si risparmiava. Il momento che stiamo vivendo con questa crisi di fatto è un’occasione di grande cambiamento: straordinario e positivo, senza dimenticare le difficoltà e i costi che lascia”.

Intanto sono cambiate molte abitudini. Non crede?

“C’è in corso una battaglia nel cercare di fare economia. Penso agli acquisti: si creano community in rete o si scaricano delle app per individuare gli sconti maggiori. Ma soprattutto ci sono fenomeni interessanti che cambiano la società. Penso per esempio alla riscoperta del piacere di condividere. Si condividono gli acquisti: trovo un’offerta del detersivo, lo compro poi condivido con il vicino di casa o con i parenti. Sono cambiare le vacanze: si condivide la casa al mare o in montagna, o l’appartamento trovato in affitto con il passaparola di un amico. E non parliamo del mercato immobiliare che riserva delle vere sorprese”.

Per esempio?

“Con questa crisi è emersa una maggiore attenzione all’ecologia. Si è diventati più sensibili. Un edificio di classe G non trova mercato, oggi chi compra cerca almeno la classe B o C. Hanno fatto un esperimento: nel nostro condominio hanno appeso un avviso di vendita di un appartamento classe G. Ebbene, in un mese non hanno ricevuto nemmeno una telefonata”.

Dunque sono cambiate alcune esigenze.

“Non solo. Anche alcuni modelli. C’è stato un tempo, tra gli anni Ottanta e Novanta, che abitare in un condominio era considerato quasi superato, si doveva vivere in una villetta a schiera con giardino e taverna dove poter invitare amici a cena. Un modello che abbiamo importato dagli Stati Uniti. Da noi in Italia la politica abitativa è sempre stata quella della palazzina, del condominio per un’esigenza di spazio. Con questa crisi siamo tornati a parlare a Bergamo addirittura di un piano per case popolari, quando per due mandati amministrativi il Comune li aveva accantonati non riscontrandone la necessità”.

Insomma stiamo riscoprendo i modelli di vita che ci appartengono e che più ci sono adatti. Anche se non è molto ottimista sulla fine di questa crisi?

“Dobbiamo partire dal presupposto che questa crisi è nostra: italiana ed europea. Persino la tanto celebrata Germania, seppur con una crescita, non è immune da questa crisi. E’ l’Europa che è ferma, siamo fermi mentre il mondo corre”.

Quali sono le cause?

“Una classe politica e dirigente vecchia, che non si rinnova. E poi siamo una società che non fa figli, che non crede nel futuro e che quindi non sogna. In poche parole viviamo di rendita, con un introito più meno garantito. Negli anni Cinquanta vivere di rendita era da parassiti, una condizione quasi disprezzata nella società. Oggi ci si accontenta anche di una piccola pensione, e così si rinuncia ad investire e a produrre. Il vero scatto sarebbe quello di trasformare la rendita in reddito: investendo e producendo”.

Ed invece…

“C’è un disimpegno generale, manca la volontà di cambiare il mondo. Ma forse da questa crisi potrebbe emergere una riscossa anche in questo senso. Vedremo”.

Lo spettro del Pil che non cresce è dietro l’angolo. Ci potrebbero essere delle misure per indirizzarlo verso il segno positivo?

"Credo di sì. Questa crisi ha intaccato il settore privato, ma non ha messo in discussione il pubblico. Sarebbe opportuno spostare le persone che lavorano nella funzione pubblica nel privato. In questo modo producono più ricchezza e pesano meno sui conti dello Stato. E’ una misura già adottata negli Stati Uniti: le guardie carcerarie sono state affidate ad un’impresa privata. Svolgono la loro mansione, producono ricchezza ma non pesano sui conti dello Stato".

Sarebbe auspicabile e praticabile una misura simile in Italia?

"Credo proprio di sì. Penso ai musei. Se mantenessero la proprietà pubblica ma fossero affidati ai privati nella gestione avremmo un cambio notevole, anzi recupereremmo quelle risorse spesso necessarie per i restauri e il mantenimento delle opere".

Hai già in mente qualche progetto per Bergamo?

"No. Anche se questo modello potrebbe essere molto utile. Se la Gamec fosse affidata ad un privato avremmo una maggiore valorizzazione dello stesso museo con un bookshop, un bar, un ristorante, come avviene per i più importanti musei all’estero, penso per esempio alla Tate Gallery di Londra. Il patrimonio pubblico verrebbe maggiormente valorizzato, si creerebbero posti di lavoro e da costo per le casse dello Stato, i musei diventerebbero una fonte di guadagno da reinvestire nel settore". 

 

 

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Commenti

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  1. Scritto da mino

    penso che siano solo parole: i fatti sono che la provincia di Bergamo si è impoverita in maniera strutturale, quanta edilizia si è persa che non tornerà più? Quanti capannoni contate nei vostri paesi vuoti con la scritta vendesi o affittasi? Quali opportunità per fare impresa, quali aiuti dalle banche a fronte di una buona idea nessuno rischia! Quali sgravi fiscali ci si può mai aspettare da uno stato con una tassazione portata all’estremo. Questo articolo è la storia di un sogno.

  2. Scritto da Diogene

    Il problema è che ci sono poche nascite?E tutti i giovani disoccupati?Ma vogliamo parlare delle pensioni d’oro, di chi è andato in pensione a 35 anni di età di chi ha sperperato soldi pubblici facendo la cresta sui lavori, di chi ha evaso impunemente fino ad oggi?Uno stato assente da oltre 50 anni ci ha portato alla rovina e la gente continua a votare le stesse persone che da anni (perchè il debito pubblico sono anni che cresce) governano malamente questo paese

  3. Scritto da piano

    Piano con le privatizzazioni uber alles. Se nel pubblico c’è qualcosa che non va, si cerca di rimediare, ma non necessariamente ricorrendo al privato. Un esempio: l’incendio nei boschi. Viene chiamata subito l’impresa privata proprietaria dei Canadair, con costi altissimi, soprattutto di manodopera. Se invece il servizio venisse scolto dai pompieri, i costi sarebbero minori (e non vi sarebbe il sospetto di incendio provocato ad hoc)

  4. Scritto da Ein Audi

    Belle parole ma dove sono le statistiche, i trend storici, l’autocritica della Confindustria che ha quasi smantellato nella delocalizzazione l’industria italiana, dove sono le eccellenze della privatizzazione che subentrando alle partecipazioni statali doveva darci un secondo miracolo economico? Lei parla di privatizzare il book shop e buffet della Carrara, adesso che i lavori fatti con i soldi pubblici sono finiti! L’arrivano i nostri e l’assalto alla diligenza coincidono!

  5. Scritto da Kurt Erdam

    Aggiungo secondo me per uscirne c’è da mettere in discussione il sistema nel suo insieme,non si può concepire un sistema economico basato su una eterna crescita che si basi unicamente sul profitto dell’imprenditore.La ricchezza prodotta va distribuita su tutti(i governi in uno stato democratico servono a fare quello al meglio)e il lavoro si crea,se serve meno gente in fabbrica si devono avere più servizi(pompieri,insegnanti,dottori).Serietà,competenza e onestò sono indispensabili.

  6. Scritto da Kurt Erdam

    Non sono d’accordo su alcuni punti dell’intervista.Non ritengo che la soluzione delle privatizzazioni sia quella giusta.Le esperienze in Italia da Alfa Romeo a Alitalia sono tutte negative.Non sta scritto da nessuna parte che una attività dello stato debba essere per forza inefficiente e io contribuente vorrei che se pago 100 per un servizio vadano tutte per il servizio e non il meno possibile e l’utile più alto ricavabile al privato.Distribuire meglio la ricchezza è il primo passo.

  7. Scritto da Kurt Erdam

    Io sono un 63 enne e la crisi la sto sopportando abbastanza bene ma mi sono fatto il mazzo tutta la vita [ho fatto esperienze che lei non riesce neppure ad immaginare mi creda] ed ho vissuto da formica(per la cronaca sono 13 anni che non vado in ferie),E francamente non ritengo giusto che fra i vostri nemici(dice grillo”quelli di galleggiano”)ci mettiate anche noi.In fin dei conti quello che ho risparmiato va come welfare per i miei figli.Se i giovani no hanno lavoro non è colpa nostra.

    1. Scritto da il polemico

      mi sono fatto esperienze che voi umani non riuscirete a provare in 2 vite.a parte aver fatto astronauta dell’apollo , soldato nelle legione straniera,o scalatore di tutti gli 8mila del mondo,ma hai almeno lavorato?te lo chiedo,perchè se lo avresti fatto,non ti sogni di regalare casa tua ai rom,e ricordati che senza imu,gli italiani avevano 24miliardi in piu da poter spendere.,certo che poi la mps come si sarebbe salvata?.il sistema europa fa schifo,come chi l’ha concepita cosi,falliremo tutti

  8. Scritto da tambor

    Analisi che va benissimo per l’alta borghesia, che impara a rinunciare al suv in favore della golf ed ha la gioia di trovarsi 50.000 euro sul conto. Peccato che la crisi stia mordendo soprattutto chi deve rinunciare alla panda pagata a rate in favore della bici, per avere la gioia di avere 50 euro sul conto…

  9. Scritto da poeraITALIA

    ottima analisi giusta e profonda con i soldi altrui nelle famiglie
    dove la crisi è vera e sentita
    Signor Stefano Confini mi spieghi come ci si può accontentare o essere ottimisti con circa 1200 euro mensili PAGANDO mutuo
    utenze un’automobile mangiamo in 4 e di conseguenza ci vestiamo insomma dovremmo VIVERE
    non vorrei essere scortese ma lei a fine mese quanto porta a casa di stipendio???

  10. Scritto da Anna Laura

    Bravo Bergamonews, mettete anche questi articoli un po’ meno semplici rispetto alle tante e necessarie notizie che ci offrite ogni giorno. Così siete un giornale completo. Grazie

  11. Scritto da Alberto

    L’unico modo per salvarsi (ma sarà dura) o quantomeno sopravvivere nella gabbia dell’euro è quello di importare di meno ed esportare di più. Quindi meno auto tedesche, meno benzina e gas, meno cineserie, e più prodotti locali e made in Italy. Allo stato attuale, non c’è altra maniera (a meno di voler tagliare ulteriormente i salari, che non credo sia una mossa intelligente).

    1. Scritto da Kurt Erdam

      Non è così facile(purtroppo)l’industria italiana è stata distrutta e per poter ricominciare va ricostruita anche la”cultura”che sta dietro le cose che si fanno.Le auto in Italia non sono costruite ma assemblate,ad esempio gomme,vetri,fanali ecc…vengono comunque da fuori.Cambia la destinazione degli utili ma avere un marchionne che mette i tasca più di 1000 stipendi/mese non aiuta.Qui è il sistema completo che va messo in discussione e non è facile.La ricchezza va distribuita su tutti.

  12. Scritto da paolot

    Un punto di vista intelligente e profondo. Per una volta sono d’accordo con Confindustria

  13. Scritto da L.

    Ottima analisi, lucida e perfetta.

  14. Scritto da Luca

    Andate a farle ai giovani ste domande… che non hanno un lavoro e un futuro e non basta dire “fare economia” perché non basta fare economia x comprarsi una casa…
    Invece che farle a un 65enne che non sa neanche cosa è la crisi