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Riforma Confindustria: la bozza Pesenti e le serie “A” e “B”

Sull'Espresso Stefano Livadiotti racconta la riforma di Confindustria, così come la sta definendo la commissione presieduta da Carlo Pesenti, senza risparmiare critiche.

 Sull’Espresso Stefano Livadiotti racconta la riforma di Confindustria, così come la sta definendo la commissione presieduta da Carlo Pesenti, senza risparmiare critiche.

Dalla rappresentanza, cioè la sintesi di interessi anche molto diversi tra loro, alla lobby pura, cioè la tutela di valori particolari. In questo caso quelli delle grandi imprese.

E’ il percorso disegnato per la Confindustria dalla riforma presentata giovedì 25 luglio alla giunta di viale dell’Astronomia dalla commissione guidata dal re del cemento, Carlo Pesenti.

Il clou della bozza di progetto è infatti  la nascita di una serie "A" e di una serie "B" per gli iscritti alla confederazione dell’aquilotto, oggi tenuti tutti sullo stesso piano.

La novità è spiegata a pagina 24 del documento dove si delinea la nuova figura del socio effettivo partecipante, l’unico che ha il diritto di mettere becco nella governance della casa degli imprenditori, attraverso l’accesso diretto all’organo di indirizzo e controllo, cioè il nuovo Consiglio generale (che sostituirà la giunta, il tradizionale parlamentino dell’Eur).

Per poter assumere questa qualifica le 98 associazioni territoriali che compongono attualmente il sistema confindustriale dovranno avere un doppio requisito: raccogliere dai loro associati almeno l’uno per cento del totale dei contributi incassati da tutte le territoriali, e versare al quartier generale romano almeno l’uno per cento del totale pagato dalle territoriali.

Analogo meccanismo riguarderà le 97 strutture di categoria.

La logica è quella di spingere i soggetti più piccoli a fondersi tra di loro per giungere al ridimensionamento di un baraccone che a livello nazionale costa ormai qualcosa come 500 milioni l’anno e rende sempre più difficile agli imprenditori criticare l’elefantiasi e l’eccesso di burocratizzazine dello Stato.

Solo che il meccamnismo fa acqua da tutte le parti.

Nei cento chilometri che vedono convivere l’una accanto all’altra le Confindustrie di Milano, Brescia, Bergamo, Varese, Monza e Legnano, tutte ampiamente al di sopra della soglia dell’uno per cento, non succederà niente: ognuna manterrà le proprie strutture, a partire dal presidnete (con relativi autista e segretaria), dal direttore generale e dagli organismi direttivi.

A doversi fondere, se vorranno evitare di fare le belle statuine (pagando per giunta tanto quanto gli altri) saranno le associazioni più piccole.

In pratica, se si escludono Napoli e Bari, tutte quelle che stanno da Roma in giù.

Ma non è accorpando le piccole, ammesso che queste accettino di farlo, che si realizza una vera spending review.

E infatti Pesenti & C. sui risparmi cui l’operazione può portare si sono tenuti molto sul vago. "Efficienze intorno al 20-30 per cento delle risorse utilizzate a livello di sistema (in funzione delle aggregazioni effettivamente realizzate)" si legge nell’ultima pagina del documento.

Dopo un anno di pensose riunioni della commissione per la riforma, che hanno visto il coinvolgimento di 18 associazioni, molti si aspettavano qualcosa di più.

Almeno tre past president (Luigi Abete, Antonio D’Amato ed Emma Marcegaglia) lo hanno detto a chiare lettere.

E non sono stati i soli. 

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