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Il manuale del perfetto cercatore d’alberi: intervista a Tiziano Fratus

Tiziano Fratus é un grande appassionato: di alberi e di letteratura. Per lui l'amore verso gli alberi secolari è una vera e propria filosofia. I suoi ultimi due libri in particolare esaltano le qualità di un autore che, attraverso i suoi viaggi e le sue scoperte, alimenta le curiosità dei lettori verso la vera natura e la bellezza.

Tiziano Fratus é un grande appassionato di alberi e di letteratura. Per lui l’amore verso gli alberi secolari é una vera e propria filosofia. I suoi ultimi due libri in particolare esaltano le qualità di un autore che, attraverso i suoi viaggi e le sue scoperte, alimenta le curiosità dei lettori verso la vera natura e la bellezza. Gli alberi sono poesia ambientale e, quando Fratus ci aiuta a scoprirli, s’innesca il naturale meccanismo della fame del sapere, del conoscere aspetti della vita che spesso fingiamo di non vedere.

Il nuovo progetto “Giona delle Sequoie” lo vede impegnato in questo mese di luglio 2013 in un lungo viaggio in California che lo porterà alla pubblicazione del prossimo libro. Non ultimo: a settembre, è ufficiale, sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova.

Potrete seguire Tiziano Fratus sul blog homoradixnew.wordpress.com e sul sito www.homoradix.com. I suoi ultimi due libri: Il sussurro degli alberi pubblicato dall’editore Ediciclo e Il manuale del perfetto cercatore d’alberi uscito qualche mese fa per Kowalski. Cura inoltre una rubrica settimanale per il quotidiano torinese La Stampa dal titolo “Il cercatore d’alberi” che esce ogni venerdì. Letto recentemente il suo ultimo libro, ho deciso di incontrarlo.

Tiziano, dall’inizio di luglio si trova in California nel tour che porterà alla pubblicazione del suo prossimo libro: ci racconta perché proprio in California e come sta proseguendo l’esplorazione di homo radix con il nuovo progetto Giona delle Sequoie?

"Giona delle sequoie è un progetto che avevo in mente da diversi anni e che è stato reso possibile dalla concomitanza di diverse situazioni. Innanzitutto il sostegno del quotidiano per il quale da un anno lavoro, La Stampa, che mi ha incaricato di scrivere gli speciali del mese di agosto, 8 paginone dedicate ai grandi alberi della California che sono andato a incontrare. A questo s’è aggiunto il sostegno della Fito-consult di Varese, diretta da Daniele Zanzi, il curatore degli alberi monumentali in Italia, che mi ha ovviamente inorgoglito. E poi l’interessamento di editori di prima linea, come Giunti. Alle spalle ho una lunghissima gavetta di scrittura e pubblicazioni con piccolissimi editori, alcuni indipendenti, come si dice, altri semplicemente piccoli, sia in Italia che all’estero. Da un anno a questa parte ho invece iniziato a pubblicare con editori maggiori, che è tutta un’altra vita, non sempre migliore ma i risultati che puoi raggiungere fondamentalmente si amplificano. E’ probabilmente tanto ovvio quanto scontato dirlo. Questo transito dalla piccola editoria alla media e grande, come è il caso di editori quali Kowalski (gruppo Feltrinelli), Ediciclo e Giunti, mi permette anche progetti più ambiziosi. Giona delle sequoie è questo: un viaggio innanzitutto, una scoperta delle grandi sequoie millenarie che nel nostro pianeta abitano tutte la medesima zona, quella California mitica per i suoi paesaggi, la sua storia, la convivenza di natura e civiltà, le figure letterarie e poetiche. Il concetto cardine del mio percorso è “Homo Radix”, nato proprio in un periodo di grandi letture di narrativa e poesia contemporanea americana, spesso californiana, e nato all’ombra delle prime sequoie che ho ammirato, a Big Sur, la cittadina fra Los Angeles e San Francisco, prossima alla penisola di Monterey, dove hanno vissuto e scritto Henry Miller e Jack Kerouac. Tutto questo insieme di riferimenti, di suggestioni, oltre alla bellezza naturalistica di quel pezzo di costa e dei suoi parchi, dei suoi alberi, mi hanno suggerito le parole che ho messo insieme per avviare un nuovo periodo della mia vita, dopo tanti anni di poesia, e che ruota appunto attorno all’essere un “Uomo radice”, un essere umano che si sente spiritualmente prossimo ai grandi alberi che occupano il paesaggio, in qualsiasi parte del mondo. Avendo smarrito, nelle nebbie della prima parte della mia esistenza, la mia famiglia “naturale” (quante volte ritorna questo concetto mentre rifletto e mentre scrivo) ho sentito il bisogno di crearmene una nuova, completamente nuova. Il viaggio s’è appena concluso, è stato molto impegnativo, molto faticoso, ho visto in tre settimane molti luoghi – non tutti, ma molti, parchi di sequoie di costa, di Redwoods come li chiamano gli americani, che si estendono da Big Sur fino al confine con lo stato dell’Oregon, a Crescent City, qui abitano gli alberi più alti del pianeta, 110-112-115 metri di altezza. Poi sono migrato sulle montagne, la famosa Sierra Nevada, a incontrare le sequoie della specie “gigante” in luoghi anche qui mitici, scoperti a metà Ottocento da cacciatori di grizzly, montanari, reduci dalla corsa all’oro; Calaveras, Mariposa, Yosemite, luoghi davvero mitici e splendidi, dove la natura più selvaggia degli Stati Uniti si è svelata in un certo momento della storia agli occhi dell’umanità. E qui ci sono oggi gli alberi più grandi per volume della terra, appunto le sequoie giganti, con centinaia di esemplari dalle dimensioni mostruose, nomi che oramai racchiudono storie epiche, come Generale Sherman, Generale Grand, Grizzly Giant, Washington, Generale Lee, Lincoln, Boole, Genesis, Hercules e tantissimi altri. In auto ho percorso 3343 miglia, faccia conto che la distanza percorsa in aereo fra Los Angeles e New York si aggira intorno alle 2400 miglia, e quella fra New York e Milano alle 3900 miglia, ovvero ho percorso in auto una distanza prossima a quella che intercorre fra casa mia, a nord di Torino, ai piedi delle Alpi, e le Montagne Rocciose, il Colorado o forse addirittura il Nevada, Las Vegas, lo stato confinante a oriente con la California. Ora, da questi materiali e da questa esperienza, ne usciranno prima gli speciali estivi per La Stampa e poi il nuovo libro per Giunti".

Il suo ultimo libro “Il manuale del cercatore d’alberi” pubblicato dall’editore Kowalski sembra aver attirato molta curiosità da parte soprattutto di chi, di alberi, non se n’è mai occupato o preoccupato; ho avuto la sensazione che, con questo suo libro, insieme all’attività che stai svolgendo, sia riuscito a colmare una sorta di vuoto di sapienza, del sapere. E’ così?

"Sarebbe bello se il libro avesse davvero contribuito a colmare questo vuoto culturale, ma credo che sia soltanto vero in parte. In Italia si legge poco, la fascia di lettori detti “forti” riguarda il cinque percento della popolazione, mentre il resto legge tuttavia i libri che consigliano i telegiornali o qualche programma televisivo. Se pensate che i bestseller da noi vendono un milione di copie, beh, un milione di copie rappresenta un sessantesimo della popolazione italiana. Il mio libro ha raggiunto cifre molto ma molto ma molto inferiori… di certo ha contribuito a colmare una distanza specialistica, scientifica. Interessarsi, e magari appassionarsi, di alberi e di grandi alberi, non significa leggere libri a schede, trattati botanici, ma guardare il paesaggio che abbiamo intorno e dentro il quale spesso ci muoviamo con occhi nuovi, con curiosità".

L’aspetto forse più pop del libro riguarda la possibilità di osservare: tutti lo possono fare, la maggior parte non sa come farlo. Troppo distratti da smartphone e simili, camminiamo per lo più senza alzare la testa. Non dico arrivare a conoscere alberi nello specifico o mappare una zona, ma semplicemente curarsi di cosa ci sta attorno. Insomma: la Natura, di cui i bellissimi e affascinanti alberi che descrivi nel libro fanno parte. Meno distrazioni e maggior consapevolezza?

"Viviamo in un’epoca molto interessante, nonostante la grande crisi economica che d’altro canto è il risultato di problematiche e contraddizioni mai davvero affrontate e risolte. La tecnologia fa passi da gigante e ci offre oggi strumenti di intrattenimento e di potenziale approfondimento che sono straordinari. Nel mio viaggio, che ho cercato di affrontare con spirito pionieristico, la tecnologia è stata molto utile per orientarmi, per raccogliere informazioni, ma anche per documentare. Senza guide e applicazioni, ad esempio, non sarei riuscito a fare il viaggio che volevo in così poco tempo, avrei avuto bisogno del doppio, se non più, del tempo, e questo sarebbe stato, alle attuali condizioni, impossibile. Ma al fondo, quello che manca, è la curiosità. La mancanza di curiosità è spesso l’aspetto più pernicioso presente in molte persone. Ovviamente non avere interesse per gli alberi non significa essere di per sé ottusi, chiusi, o altro; ma conoscere ciò che ci circonda è un’opportunità per arricchirci e per capire meglio ciò che siamo. I grandi alberi fanno parte di questo fondamentale patrimonio di identità, anche se spesso gli ultimi a comprenderlo sono proprio gli amministratori, gli assessori, delle nostre città e delle nostre regioni".

Una delle cose curiose inaugurate sul suo blog su La Stampa è la Biblioteca del cercatore d’alberi dedicata a libri vecchi e nuovi, romanzi o saggi che hanno a che fare direttamente e indirettamente con gli alberi. Ce ne vuole parlare?

"L’abbiamo inaugurata per il Salone del Libro di Torino ma deve ancora partire, ci lavorerò proprio in questi giorni per farla diventare effettiva. L’intuizione è molto semplice: offrire al lettore interessato e al camminatore che ama immergersi nel paesaggio strumenti di lettura che possano abbracciare romanzi dalla spiccata dimensione naturalistica, trattati, libri regionali o locali dedicati al tema, libri in altre lingue, pamphlet, e così via. Dal Barone rampante di Calvino a L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, due riferimenti se vogliamo obbligati, ad Alberi monumentali del Piemonte, Alberi monumentali del Lazio, Ancient Trees e così via".

Tiziano qual è, a suo parere, la vera bellezza che ogni albero possiede?

"La risposta è intima e personale. Ogni albero, soprattutto se di una certa età e dimensione, o meglio, se porta i segni che il tempo ha lavorato e inciso sulle sue cortecce, sulle sue radici, sulle sue ramificazioni, ci racconta qualcosa di quel pezzo di universo, ci mostra il lavorio del tempo in atto da secoli o da millenni, e ce lo offre tutto insieme. E’ come quando ci ritroviamo di fronte alla sezione di un tronco di sequoia in un museo: vediamo srotolato il tempo davanti a noi, dalla nascita di Cristo alla caduta dell’Impero Romano d’Oriente, dalle guerre per la conquista della Terra Santa alla scoperta europea delle Americhe, dalla guerra di Crimea all’Indipendenza di India e Australia all’Uomo sulla Luna. E’ come aprire gli annali di una civiltà estinta, di cui adesso possiamo apprendere i fatti essenziali, o quantomeno quelli che qualcuno si è preso la briga di riportare".

La letteratura si è occupata da sempre di alberi; grandi autori ne hanno creato ambientazioni per i propri romanzi, titoli che rimandano agli alberi. Altri, più in generale, del rapporto con la Natura e l’uomo. Quali sono gli autori che, in quest’ambito, l’ hanno maggiormente influenzata?

"Tantissimi. Sono, ad esempio, da anni un adoratore di Giono. Ma tantissimi: di alberi hanno scritto e scrivono in molti, talvolta in forme romanzate, talvolta nei loro diari di viaggio – amo la letteratura del genere, molto antica e risale fino alle radici anche della nostra letteratura occidentale e mediterranea, e penso a Teofrasto, e penso a Plinio il Vecchio. Leggo trattati botanici, ficcanaso in testi cinquecenteschi, seicenteschi, dei primi botanici, i diari di viaggio di Charles Darwin, del von Humbuldt, di Adamson – a cui si deve la prima classificazione dei baobab secondo termini moderni, ma anche testi di autori locali, spesso ignorati dalla critica e dai quotidiani ma molto interessanti per la conoscenza di storie e connessioni, leggende e racconti. Per me in sostanza la letteratura dei grandi nomi e degli editori è sempre stato un mondo molto piccolo per capire, per decifrare la realtà. Le note sono molte di più delle sette standard".

Il suo rapporto con la scrittura: come è nato e quanto è cambiato in questi ultimi anni?

"Non sono sicuro di esserne orgoglioso ma la mia curiosità per la scrittura nasce fra i 18 e i 20 anni, a fine liceo, guardando i programmi di Alessandro Baricco. Quella sua voce compassata e precisa mi ha sempre colpito, anche se oggi non mi ritengo affatto un suo lettore. Però gli devo riconoscere di aver aperto una breccia, dentro cui poi è entrato di tutto. Negli anni successivi ho provato a scrivere “il romanzo”, che però no sono mai stato capace di comporre. Se non schifezze illeggibili e zeppe di errori con cui purtroppo ho tormentato editori e lettori. Ancora dovrei chiedere perdono per questo a Dario Voltolini, giusto per ammettere una delle mie tante vergogne… provai col teatro, poi scivolai nella poesia, che è stato un mezzo di trasporto, che mi ha condotto ad altro, fino alle Americhe, fino alla California, fino a Big Sur e da lì tutto ha assunto un nuovo ordine, nuove parole, nuovi significati, e nuove scritture".

Come mai la scelta di sradicarsi e decidere di vivere “isolato”?

"Non sono certo che sia stata una scelta. Sono più che altro coincidenze e mancanze, alla fine tutta la mia storia mi ha portato a ritrovarmi dove sto, e ci ho messo anni ad accettarlo, non è stata proprio una scelta leggera o univoca. Dopo tanti fallimenti, dopo tanti errori, e qualche dramma di troppo, mi sono ritrovato nel paesaggio che ora abito, ho iniziato a decifrarlo ed ora ci sto bene. Una casa, la mia compagna, i nostri gatti, l’orto, il giardino, e tutto il resto. Non mi considero un “isolato”, è che scrivendo ho bisogno di molto tempo da solo".

Cosa pensa possa servire agli uomini per avere maggiore e naturale rispetto verso ciò che li circonda?

"Tornerei sul vocabolo “curiosità”. E mi piacerebbe, un giorno, constatare che la nostra gente, gli italiani, si interessassero un po’ di più al proprio paese, non soltanto la domenica o la festa comandata quando vanno al museo e pretendono zero code e servizi di qualità. In California molte persone dedicano una parte del proprio tempo alla cura di ciò che hanno intorno, addirittura ci sono cittadini che prendono in consegna per anni tratti di strada e di autostrada, non essendoci fondi per tutto. Da noi non possiamo continuare ad aspettare che sia lo Stato a fare tutto, che sia lo Stato a curare i boschi, che sia lo Stato a darci i musei e conservare l’enorme patrimonio artistico che abbiamo, che siano le amministrazioni cittadine a curare i nostri parchi e a tutelare i nostri alberi. Dovremmo essere noi a prendercene cura direttamente. Sono due anni che insisto con alcune amministrazioni per una maggiore tutela dei grandi alberi dei parchi cittadini, ma senza risultati: i tecnici pongono problemi su problemi, recintare un albero secolare per evitare che venga stupidamente imbrattato, che si cammini sulle sue radici, che lo si spezzi e spacchi, da noi sembra impossibile. E ci vorrebbero finalmente degli assessori all’ambiente degni di questo nome, non soltanto interessati a formulette da salotto come “smart city”. Ci vanno iniziative semplici, capaci di attivare la società civile, e magari persone con quella che un tempo si chiamava vocazione. Purtroppo la nostra attuale classe politica non è all’altezza".

Con il regista Manuele Cecconello ha girato un documentario dal titolo Homo Radix ambientato fra le sequoie più antiche d’Italia. Un vero e proprio patrimonio nazionale. Com’è nata l’idea?

"E’ un discorso che si è concretizzato dopo un incontro alla Fondazione Pace Futuro che gestisce un’oasi nel biellese, a Pettinengo. C’ero capitato per visitare e documentare alcuni grandi alberi, tre sequoie e un bel Cedro del Libano, fra i maggiori del Nord-Ovest, qui un amico comune ci ha presentati. E poi, essendo lui interessato a storie particolari ed essendo io interessato al suo lavoro di documentazione ci siamo ritrovati. Lo abbiamo girato vicino, alla riserva Burcina di Pollone, sempre nel biellese, dove abitano quelle che dovrebbero essere le sequoie più antiche d’Italia, messe a dimora nel 1848 per celebrare la promulgazione dello Statuto Albertino. Il paesaggio era grandioso: pochi giorni prima c’era stata la nevicata storica con temperature sotto i 20 e i 30 gradi, e quindi il contrasto cromatico fra le conifere e la neve era ancora più spettacolare. Una bella esperienza".

Nell’ultima riga del sito di Wikipedia, alla voce Tiziano Fratus: “legge e rilegge i romanzi di Jean Giono”. E’ vero? E perché Giono?

E’ vero. Perché mi piace. Perché dice le cose semplici e fondamentali sulla natura e sugli uomini.

Fin qui hai pubblicato poesie, ha pubblicato libri con Ediciclo e Kowalski, ha creato il concetto di homo radix, ha disegnato itinerari in tutta Italia, ha ricevuto il Premio Speciale Natura l’anno scorso, cura una rubrica settimanale su La Stampa. Dimenticherò qualcosa sicuramente. La mia domanda è: progetti?

"Al momento ho la mente e i sensi occupati dalla meraviglia che ho raccolto in California. No ho proprio spazio per altro. La stesura del libro dal titolo Giona delle sequoie sarà un momento davvero importante del mio percorso e della mia piccola vita. Una delle poche distrazioni che mi prenderò sarà la partecipazione al Festivaletteratura di Mantova, che quest’anno mi vedrà ospite con tre eventi. Erano tanti anni che speravo di essere chiamato, e quest’anno, anche questo sogno, troverà una propria manifestazione".

Commenti

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  1. Scritto da gioele

    sei staordinario continua cosi!

  2. Scritto da Ornella

    Davvero una bellissima intervista che mi ha fatto rivivere le belle sensazioni che ho potuto provare quest’anno in California, mentre ammiravo nel parco le imponenti sequoie!

  3. Scritto da serena

    deve essere un personaggio eccezionale che seguirò e cercherò di conoscere a Festivaletteratura di Mantova

  4. Scritto da tiziano

    caro giuliano, grazie di cuore

  5. Scritto da giuliano

    abbiamo conosciuto tiziano all’inaugurazione della “casa della lettura”, nei boschi di songavazzo.
    un fine scrittore e una persona straordinaria