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A Scanzo ecco “Manna” La mostra di Tribbia scopre la poetica dell’abbandono

A Scanzorosciate, in una vecchia fabbrica dismessa che in autunno sarà rasa al suolo, sono visibili fino al 28 luglio le installazioni d'arte contemporanea di Ezio Tribbia. L'esposizione, dal titolo “Manna” gioca sull'opposizione concettuale tra il sacro cibo di salvezza di biblica tradizione e l'odierna civiltà dello spreco e dell'azzardo.

A Scanzorosciate, in una vecchia fabbrica dismessa che in autunno sarà rasa al suolo, sono visibili fino al 28 luglio le installazioni d’arte contemporanea di Ezio Tribbia. L’esposizione, dal titolo “Manna” gioca sull’opposizione concettuale tra il sacro cibo di salvezza di biblica tradizione e l’odierna civiltà dello spreco e dell’azzardo che si affida ai “gratta e vinci” più volentieri di quanto non valorizzi l’etica della fatica e del lavoro. Ciò che più colpisce il visitatore varcando la soglia della struttura è l’edificio stesso. Le mostre d’arte solitamente sono il frutto di un dialogo – più o meno riuscito – tra un contenitore d’arte e un contenuto artistico. Ma sempre più nell’arte contemporanea l’accento cade sul contenitore, come alla biennale veneziana dove le corderie, l’arsenale o i magazzini del sale sono stati felicemente riciclati in funzione espositiva. Nel contemporaneo, come ben sanno gli appassionati del genere, quasi ogni spazio si può reimpiegare e rilanciare, basta il fascino dell’incuria e della dismissione, tanto più se accompagnato all’annuncio della demolizione. Se poi lo spazio è stato luogo di imprenditoria e di lavoro, come l’attuale area ex Fulget di Scanzorosciate, il gioco è fatto. abbandono Così anche i calcinacci, i detriti, la polvere, le pozze d’acqua piovana tra cui ci si trova a camminare rientrano nella “poetica dell’abbandono” e tutto può acquistare un senso “altro”, spirituale e quasi metafisico. Ezio Tribbia, che si è fatto conoscere nel 2009 con la mostra “Sudari” allestita in Santa Maria Maggiore – una serie di teleri con l’impronta del pane, ascetica allusione al ciclo della vita – sfrutta qui la suggestione degli spazi per allacciare, sempre a partire dal pane, un dialogo fatto di opposti, spirito e materia, etica e fortuna, durata e caducità. Un dialogo fatto di poco nella forma, ma di molto nella sostanza.

L’allestimento è impostato su due binari ortogonali, quasi ad accentuare l’opposizione di valori: varcata la soglia, piove dall’altro un vero e proprio separé di 5 metri per 5 fatto di centinaia di “gratta e vinci”, una pioggia di biglietti appesi ai fili che quasi sembrano banconote stese ad asciugare; al di là di questa cortina artificiale, percorsi vari metri nella penombra, ecco affiorare da terra rametti e steli con in cima michette di pochi centimetri a mò di fiore, un’inattesa epifania, quasi un mistico compenso. “L’operazione artistica di Trebbia è una testimonianza sulla fine della modernità industriale ma anche di un’era antropologica”, ha commentato Vincenzo Girelli presentando la mostra. “L’artista compie una sintesi della complessità del rapporto che l’uomo ha intrattenuto con la natura, dalla fase della raccolta e della dipendenza dalle leggi naturali, alla fase dell’uomo faber che modifica il creato a suo vantaggio, all’odierna dimensione di squilibrio ambientale ed etico che porta la terra, ma anche l’essere umano, ad una modificazione sempre più veloce e catastrofica”. Il plusvalore del contesto in cui la mostra è inserita è stato sottolineato con sensibilità dal critico d’arte Sem Galimberti: “Se stiamo zitti e ascoltiamo gocciolare l’acqua dal soffitto, ci vengono in mente gli ambienti dei film di Tarkovskij, che erano pieni di nostalgia, pieni di angoscia, ma anche pieni di vita”. Una mostra che invita, oltre a guardare, ad ascoltare e a riflettere, anche grazie al bel testo di presentazione di Alessandro Dehò, che aiuta a entrare in sintonia con la poetica di Ezio Trebbia. La mostra, a Scanzorosciate in via Marconi, area ex Fulget, è aperta tutti i giorni dalle 15 alle 20. 

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