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Spending review Il piano di Giavazzi chiuso nel cassetto

Tagliare di netto i contributi per alcuni settori imprenditoriali per abbassare la pressione fiscale a tutti. L’economista Francesco Giavazzi ha lavorato al suo piano per due mesi, nel 2012: il risultato era l’eliminazione di 10 miliardi di euro di contributi dati alle imprese per ridurre le aliquote fiscali generali.

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Tagliare di netto i contributi per alcuni settori imprenditoriali per abbassare la pressione fiscale a tutti. L’economista Francesco Giavazzi ha lavorato al suo piano per due mesi, nel 2012: il risultato era l’eliminazione di 10 miliardi di euro di contributi dati alle imprese per ridurre le aliquote fiscali generali. Al contrario di quanto si possa pensare l’idea è piaciuta anche a Confindustria. Il problema è che è rimasta un’idea. Il piano, commissionato dal governo Monti, è rimasto chiuso in un cassetto. Ora il ministro dello Sviluppo economico Fabrizio Saccomanni vuole rispolverare il documento del professore bergamasco, che in un’intervista a Panorama spiega come mai le buone intenzioni sono rimaste tali. «Pare che di fronte alla necessità impellente di trovare nuove risorse» spiega Giavazzi in un’intervista a Panorama «il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni voglia riprendere in mano la nostra cartellina, insieme con quella sui possibili tagli alle detrazioni preparata nella scorsa legislatura dall’ex sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani. Speriamo sia la volta buona».

Partiamo proprio dalla vicenda, mai ben chiarita, del suo dossier. Che cosa accadde quando lei lo consegnò al governo? È una storia che si può dividere in due capitoli. Il primo si concluse il 20 giugno 2012, quando io e gli altri due economisti con cui avevo lavorato illustrammo il rapporto al governo. I ministri si dissero soddisfatti e tutto sembrava andare per il meglio. Di conseguenza mi aspettavo che l’esecutivo facesse proprio il nostro documento e cominciasse a prendere provvedimenti per la sua attuazione. Invece il presidente del Consiglio disse che nei giorni successivi avremmo dovuto avviare la concertazione con le strutture dei diversi ministeri. Fu un errore. Capii ben presto che il destino del nostro lavoro era segnato.

Sta dicendo che ad affossare il suo rapporto non furono le resistenze dei ministri, ma i funzionari dei ministeri? Sì. Soprattutto quelli dello Sviluppo economico, cui spetta la responsabilità della distribuzione dei fondi. I dirigenti cominciarono a sollevare obiezioni di ogni tipo. Si creò la classica situazione del vecchio detto sui tacchini e l’abolizione del Natale.

Cercavano di conservare il posto di lavoro? Nessuno li avrebbe mai licenziati, però avrebbero perso il loro potere. Per fare un esempio: in uno di quei faticosi confronti sostenni che era assurdo concedere allo stesso autotrasportatore sia il contributo per il gasolio sia quello per incentivarlo a mettere il proprio mezzo sul treno e ridurre così l’inquinamento. Dissi che almeno una delle due agevolazioni era di troppo. Ma questi contributi erano gestiti da due uffici molto potenti del ministero, che se fosse passata la mia linea sarebbero stati chiusi. Così non se ne fece niente.

Lei crede che questa volta potrebbe essere diverso? Lo spero. Registro che dal ministero dell’Economia è arrivato un primo segnale positivo importante con il cambiamento di uomini di vertice che sembravano inamovibili. È difficile che un dirigente che in 10 anni non è riuscito a tagliare le spese dica: «Finora ho sbagliato, da adesso in poi si fa sul serio». Come nelle aziende private, ci vuole un nuovo «amministratore delegato» per correggere gli errori e le manchevolezze accumulati negli anni precedenti.

Rapporto Giavazzi a parte, di quanto bisogna tagliare la spesa pubblica? Una buona unità di misura è data dal cuneo fiscale.

Che cosa c’entra il cuneo fiscale? Come, che cosa c’entra? Il cuneo fiscale, ossia la differenza fra il salario lordo pagato dall’impresa e quello netto che va in tasca ai lavoratori dopo tasse e contributi, è il più grosso freno alla creazione di posti di lavoro in Italia, specie per i giovani. Per ridurre questo handicap dobbiamo cercare almeno di portare il cuneo fiscale al livello della media europea. E l’unico modo serio e sostenibile di finanziare questo riallineamento sono i tagli alla spesa.

E lei ha calcolato quanti soldi ci vogliono? Più o meno 50 miliardi di euro.

Chi legge penserà che lei stia proponendo ricette da mondo dei sogni. E invece, secondo me, sono soldi che si possono trovare. Fra 10 e 15 miliardi possono venire dal taglio dei contributi alle imprese di cui ci siamo occupati noi, altrettanti da quello alle detrazioni fiscali di Vieri Ceriani. E ci sono tante altre cose che si possono fare, a partire dai costi della politica, abolizione delle province comprese, dai cui possono arrivare altri 5 o 6 miliardi. Per finire con la chiusura degli enti inutili e la cessione delle aziende in perdita perenne possedute dagli enti locali.

Anche Letta, come Monti, sembrava esser partito con il piede giusto sui temi economici. Questi governi di emergenza si arenano a causa di una insufficiente legittimazione politica? Più che la legittimazione politica, il problema è la fragilità delle maggioranze parlamentari. Se mentre si governa i due partiti maggiori stanno lì a guardarsi per capire quand’è che gli conviene andare alle elezioni, è difficile portare a termine riforme incisive. Ma qui molto dipende da quanto è disposto a rischiare il capo del governo.

In che senso? Un presidente del Consiglio può partire con le migliori intenzioni, ma se quando è in carica si preoccupa di durare più che di fare le cose, sarà sempre bloccato da veti e resistenze. Prendiamo il caso di Monti: da novembre 2011 a febbraio 2012 è riuscito a trasmettere al Paese il giusto senso di urgenza, approvando misure importanti. Poi, quando sono arrivati in Parlamento il decreto sulle liberalizzazioni e il disegno di legge sul lavoro, che sono stati fondamentalmente svuotati, la sua azione si è spenta. Se avesse minacciato di dimettersi, forse l’avrebbe spuntata. Vale lo stesso per quel che riguarda i tagli.

Letta rischia di compiere la stessa parabola? Ancora più di Monti, che era andato al governo come tecnico. Per un politico a tutto tondo come Letta la tentazione di restare in sella a prescindere dai risultati è sicuramente più forte.

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