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In mezzo secolo a Bergamo più che decuplicato il numero degli avvocati

Sull'ultimo numero di "Diritto e Rovescio", il periodico dell'Associazione Provinciale Forense di Bergamo diretto dall'avvocato Barbara Bari, Paolo Monari fa un bilancio sul numero degli avvocati iscritti all'albo di Bergamo e si scopre che se nel 1961 erano 158, ai primi di giugno si contano 1.730 avvocati.

Sull’ultimo numero di "Diritto e Rovescio", il periodico dell’Associazione Provinciale Forense di Bergamo diretto dall’avvocato Barbara Bari, Paolo Monari fa un bilancio sul numero degli avvocati iscritti all’albo di Bergamo e si scopre che se nel 1961 erano 158, ai primi di giugno si contano 1.730 avvocati.

Forse non tutti sanno che nel 1961 gli iscritti all’albo di Bergamo erano 158, tra avvocati e procuratori, di cui 5 colleghe, 225 nel 1970, con 6 toghe rosa, divenute 28, tra i 292 iscritti nell’anno 1980. Il fisiologico incremento ci porta nel 1990 a 405, con 68 tra avvocatesse e procuratrici legali. La legge 24 febbraio 1997 n. 27 sopprime l’albo dei procuratori legali, per cui nel 2000 gli avvocati iscritti sono 874 e le colleghe 289.

Lo “spread” tra i generi inizia a ridursi, tanto che, al 31.12.10, su un totale di 1609 avvocati iscritti – tra ordinari, professori, stabiliti e speciali – 890 sono uomini e 710 donne, che, invece, se consideriamo gli iscritti al registro speciale (praticanti senza e con abilitazione al patrocinio) risultano in numero superiore – 293 – rispetto ai 189 colleghi. In altre parole, sul totale di 2091 iscritti all’albo ed al registro, le colleghe sono 1012 a fronte di 1079.

In “sorpasso” è imminente e si realizza il 31.12.12 – 1092 contro 1090 – mentre permane il vantaggio del “sesso forte” tra i soli iscritti all’albo avvocati, 918 a 807, per 1725, che sommando 457 praticanti, porta il totale complessivo a 2182 unità.

Al 5 giugno scorso siamo 1730 avvocati – 917 colleghi e 813 colleghe – 515 aspiranti avvocati (ben 325 donne), il tutto per una popolazione forense pari a 2245 operatori, di cui 1107 uomini e 1138 donne. Pur senza aver la presunzione di conoscere i numeri degli altri fori italiani, mi pare che il “trend” sia evidente ed omogeneo: la professione legale è un’attività che oggi non conosce differenze di genere, almeno per l’accesso, altro è – quante volte, sul punto, ci siamo confrontati – la capacità reddituale, che ancora sensibilmente diseguale tra colleghi e colleghe, a tutto vantaggio dei primi. Ma avremo modo di riprendere tale (curioso) aspetto.

La nostra legge professionale non ha potuto ignorare che oramai gli iscritti agli albi sono pressoché equamente ripartiti tra uomini e donne e che le composizioni delle governance locali dovranno rispettare l’equilibrio. L’art. 28 della legge 247/12, allorquando applicabile – gli attuali consigli dell’Ordine in carica sono prorogati sino al 31 dicembre 2014 – prevede che il regolamento attuativo per l’elezione dei componenti del consiglio dovrà determinare criteri da assicurare al genere meno rappresentato almeno un terzo dei consiglieri eletti. Presto il colore rosa diverrà di moda anche nelle sale più austere dei Tribunali.

Permettetemi di esprimere compiaciuta soddisfazione nel verificare che ben 608 sono gli avvocati del nostro albo in possesso dell’autorizzazione alle notifiche in proprio, ex lege n. 53/94. Ancora una volta l’avvocatura, in particolare quella bergamasca, contribuisce, utilizzando una normativa che, nel tempo, si è dimostrata (finalmente) efficace – superando ritrosie e perplessità iniziali – ad alleviare i carichi degli uffici preposti alle notificazioni degli atti, tanto più negli ultimi anni ove, in via Borfuro, è divenuta “un’impresa” l’accesso allo sportello ed un successo (alcuni parlano di miracolo) il possesso del mitico biglietto “nominale”.

Se devo auspicare, tra i tanti, un intervento legislativo di miglioramento/adeguamento in tema di giustizia, lo vorrei sulla legge n. 53/94 – recente, ma conseguenziale, quello per le notifiche in proprio a mezzo pec – nel senso di ampliare le facoltà dell’avvocato in materia, assegnandogli responsabilità e poteri/doveri simili a quelli degli ufficiali giudiziari, con tutte le cautele del caso.

A mio avviso, l’avvocatura di oggi è pronta ad assumersi anche tali oneri. Non posso non manifestare un vivo complimento ai nostri candidati che hanno superato le prove scritte – corrette dalle commissioni insediate presso la Corte d’appello dell’Aquila – dell’esame di abilitazione per il titolo di avvocato 2012/2013.

Il totale degli iscritti alla Corte d’appello di Brescia sono stati 795, la percentuale degli ammessi agli orali è stata il 37,73% (300 su 795), quella dei bergamaschi il 39,59% (97 su 245 iscritti). Bravi!

L’affettuoso pensiero (e l’incoraggiamento) a quanti devono ripetere la prova. Da ultimo, Vi rimetto la mia indignazione – che presto diverrà protesta diretta – per l’arresto di 73 (ad oggi) colleghi turchi, arrestati a Istanbul all’interno del tribunale nel quartiere di Kagithane, difensori dei manifestanti ed accusati di terrorismo.

La violazione da parte delle autorità del paese della mezza luna del più elementare, ma sacrosanto ed imprescindibile, diritto alla difesa, sancito dagli artt. 8 e 9 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, ultimo presidio di libertà e di democrazia in ogni stato, non può passare sotto silenzio.

Già in occasione dell’arresto di Ocalan avevo censurato la brutalità della detenzione ed ancor più l’assoluta mancanza delle minime garanzie fondamentali durante gli interrogatori dell’imputato, svoltisi senza la presenza dei suoi difensori, peraltro minacciati, aggrediti fisicamente ed impossibilitati ad accedere ai verbali. Ma si era a metà degli anni ’90, con la Turchia che, faticosamente, iniziava un percorso (a volte contraddittorio) democratico per entrare a far parte dell’Unione Europea.

Nel 2013, il rispetto delle leggi nazionali ed internazionali da parte di un Paese, stato membro dell’Onu, di importanza strategica fondamentale nello scacchiere mediorientale, in crescita economica esponenziale, è dovuto, senza riserve, perchè è inaccettabile sopprimere, anche solo per un minuto, i diritti fondamentali della persona.

Ai colleghi arrestati ed a tutti i difensori dei diritti umani va la nostra solidarietà e la più convinta partecipazione.

Paolo Monari

Commenti

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  1. Scritto da Arto

    Caro Gigi, non penso si possa definire far parte di casta allorquando si svolga una professione in cui ogni cliente te lo devi guadagnare con la fiducia e la professionalità, lavorare 15 ore al giorno, incassare compensi da fame che devono essere assoggettati all’impostazione fiscale e versare contributi previdenziali che non gravano sull’inps. Per me casta significa altro. Dopodiché penso sia più facile o comodo pensare che gli avvocati nulla facciano o nulla servano.

  2. Scritto da gigi

    è una casta e come tale cerca di trarre profitto e in parlamento essendocene tanti lavorano per loro stessi , non dimentichiamoci che, un annetto fa hanno mincciato di far cadere il governo se andva avanti un proposta che li rigurdava. basta leggere anche l’articolo di qualche giorno fa sul corriere per capire chi sono e cosa fanno…………sono come i taxisti a roma …

  3. Scritto da Il Conte Minimo

    Il crescente numero degli avvocati è conseguenza
    dell’evoluzione di litigiosità e complessità dei rapporti sociali ma soprattutto il risultato di anni di sfruttamento del lavoro di centinaia praticanti (i quali cari dominus diventano prima o poi anch’essi avvocati).
    La riforma più semplice a zero costo dell’accesso alla professione sarebbe stato mettere un obbligo di versamento dei contributi dei praticanti a carico del dominus.
    Il Conte Minimo nonchè un Collega