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Don Accornero: la notizia che aspettavamo è finalmente arrivata fotogallery video

Don Pier Giuseppe Accornero, giornalista e sacerdote, aveva 16 anni e studiava in Seminario quando papa Giovanni XXIII morì circondato dall'affetto del mondo che aveva conquistato con la sua semplicità: indimenticabile.

di Pier Giuseppe Accornero

La notizia che aspettavamo è arrivata.

Papa Giovanni sarà proclamato santo, probabilmente entro questo 2013 che segna il mezzo secolo della sua opera più grande, il Concilio Vaticano II, e della sua morte il 3 giugno 1963.

Ricordo bene quella morte perché il mondo intero era con il cuore attorno all’anziano Papa morente. L’umanità era ideal­mente presente in quella stanzetta spoglia al terzo piano del Palazzo Apostolico.

Io avevo 16 anni e avevo finito la quarta ginnasio in un Seminario di una piccola diocesi del Piemonte. Un anno e mezzo prima, l’11 ottobre 1962, Papa Giovanni aveva inaugurato il Concilio Vaticano II.

E cinque anni prima, il 28 ottobre 1958, mentre il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli veniva eletto Papa, io cominciavo la prima media.

Allora nei Seminari giornali non se ne vedevano e il televisore cominciava a diffondersi, ma comunque lì era tabù. Ci facevano vedere solo, nel pomeriggio di Natale e di Pasqua, lo spettacolo del circo che invariabilmente per anni l’unico canale televisivo trasmetteva. Il direttore stava vicino all’apparecchio e, appena compariva un pezzetto di gamba di una trapezista, girava la manopola e oscurava l’immagine.

Dell’elezione di Papa Roncalli, 55 anni fa, ricordo poco o nulla. Dell’apertura del Concilio, 51 anni fa, ho qualche ricordo.

In Seminario ci avevano concesso di vedere la diretta, una delle prime in assoluto trasmesse dalla Rai.

Mi impressionò la lunghissima processione dei 2.500 vescovi che usciva dal portone di bronzo – a destra sotto il Colonnato del Bernini, per chi guarda la basilica – attraversava la piazza ed entrava nella basilica trasformata in aula conciliare.

Mi impressionò anche la lunghezza della celebrazione: più di cinque ore. Tutto in latino, compreso il grandioso discorso di Papa Giovanni che cominciava «Gaudet mater Ecclesia. Gioisce la madre Chiesa» nel quale – ma lo capii molto dopo – contestava la visione dei «profeti di sventura» che vedono sempre e ovunque il male e le cose brutte e invitava ad avere una visione più positiva della Chiesa e del Concilio.

Ricordo ancora che c’era un bravissimo giornalista che spiegava e incorse in una gaffe di cui si accorsero, credo, solo i preti e i seminaristi: «Adesso ascoltiamo un brano della lettera di San Paolo ai Tessalocinesi», anziché Tessalonicesi.

Ma la sera del 3 giugno 1963, 50 anni fa, la ricordo molto bene. All’imbrunire di quel lunedì di Pentecoste, decine di migliaia di persone si alternavano in preghiera in piazza San Pietro.

E quella sera partecipavano, con l’angoscia nel cuore e con gli sguardi che si levavano verso quella finestra, a una Messa inso­lita. La celebrava in latino il cardinale Luigi Traglía, pro-vicario della diocesi di Roma, «pro Pontífice infirmo, per il Pontefice infermo».

Un minuto dopo l’«Ite, Missa est» Papa Giovanni spirava come un patriarca, amato come un padre.

La celebra­zione era terminata, ma nessuno si allontanava dalla piazza.

Ricordo che d’improvviso, alle 19,49, le finestre dell’appartamento papale si illuminarono. Un senso di sbigottimento colpì la piazza. Tutti compresero che Papa Roncallí aveva concluso la sua giornata terrena ed era entrato nella pace e nella luce di Dio.

Anche se era una cosa più grande di me, mezzo secolo fa intuii che ci aveva lasciato un grande e un santo, cioè un grande santo.

Papa Giovanni XXIII moriva in semplicità e povertà come era vissuto, vegliato da milioni di uomini e donne di tutte le razze, le religioni, le ideolo­gie, spiritualmente stretti attorno al suo letto.

Fu il primo Papa, si può dire, che spirava assistito dal mondo, circondato da una preghiera incessante, perché la gente gli voleva (e gli vuole) vuole un bene spontaneo, sia perché televisione, radio, agenzie di stampa, giornali di mezzo mondo seguirono, ora per ora, la malattia, la lenta agonia, iniziata il 30 maggio, e la morte.

Per una serie di circostanze non così è avvenuto per i Pontefici che lo hanno preceduto e seguito.

Pio XI era morto il 10 febbraio 1939 quando l’Europa era sul baratro della se­conda guerra mondiale e sul Vecchio Continente si aggiravano terrore e angoscia per le dittature di Adolf Hitler in Germania, di Francisco Franco in Spagna, di Benito Mussolini in Ita­lia, di Jozif Stalin in Unione Sovietica.

Pio XII, che nella prima parte del pontificato aveva vanamente tentato di impedi­re l’esplosione sempre più crudele della guerra e che aveva incoraggiato la ricostruzione post-bellica, era spirato il 9 ottobre 1958 a Castelgandolfo. La sua dipartita era stata accompagnata da polemiche per il disonesto e penoso comportamento di alcuni che avevano consentito che venisse fotografato morente.

Anche il successore di Papa Giovanni, il grande Paolo VI è morto a Castelgandolfo in pie­na estate, domenica 6 agosto 1978. Le sue forze erano in declino e spirò quasi all’improvviso la sera della festa della Trasfigurazione, dopo una grave e breve malattia.

Giovanni Paolo I era Papa da appena 33 giorni – era stato eletto il 26 agosto 1978 – quando fu trovato esanime da uno dei segretari particolari, l’irlandese mons. John Magee, di primo mattino il 29 settembre 1978.

Tutti erano rimasti colpiti nel profondo della straordinaria figura di Papa Giovanni, che la gente chiamava e chiama «Papa buono e santo». Ma quando fu eletto Pontefice gli osservatori e gli esperti avevano parlato di un «Papa di transizione». Così non fu.

Cinquant’anni dopo la sua uscita dalla scena nel mondo, è ancora ben vivo nella memoria di molti, ed è per la Chiesa un costante e luminoso punto di rife­rimento, anche se le generazioni più giovani lo conoscono poco o niente.

Nel 1958 i cardinali avevano chiamato a succedere a Papa Pacelli un uomo avanti nell’età: il Patriarca di Venezia aveva 77 anni. I suoi furono cinque anni di Pontificato intensissimo e lungimirante, che ha schiuso le porte della Chiesa al mondo; ha frantumato barriere secolari; ha abbattuto steccati che sembravano invalicabili; ha avviato un valido e costruttivo dialogo con il mondo e con i «fratelli separati»; ha dato vigore all’ecumenismo; ha avvicinato il papato ai più umili e più poveri, ai lontani.

Il Concilio è stato la sua invenzione più bella e il suo regalo più grande alla Chiesa e al mondo. Era stata una sorpresa per tutti, ma l’idea veniva da molto lontano e il suo solco è destinato a durare nel tempo.

Come un albero che rifiorisce a primavera perché ha radici profonde e nascoste nella buona terra, il Concilio – che Papa Giovanni aveva seguito nella prima sessione, chiusa l’8 dicembre 1962 – portò alla luce i tanti movimenti e le tante spinte che avevano indirizzato la Chiesa sulle strade del­l’aggiornamento, della riforma e del dialogo con gli uomini e il mondo, con le culture e le religioni.

Era un Papa che veniva dalla gavetta e che conquistò il mondo con il genio del bene, della sua semplicità, della sua bontà, della sua lungimiranza e della sua bonomia.

Come mi capitò di scoprire proprio a Bergamo negli anni Ottanta. Per «L’Eco» seguii sia il convegno internazionale della Democrazia cristiana – voluto, preparato e guidato dall’on. Filippo Maria Pandolfi e dall’on. Gilberto Bonalumi – «Papa Giovanni per la pace nel mondo: messaggio cristiano e impegno politico» che si svolse nel dicembre 1981 nel 20° della «Pacem in terris», e sia il colloquio internazionale del giugno 1986 su «L’età di Roncalli».

Due eventi che fecero conoscere Papa Giovanni e le sue radici più profonde e anche il suo bonario umorismo. Diceva spesso: «Io non capisco come sono diventato Papa e penso che anche Dio ha qualche difficoltà a spiegare la cosa a se stesso».

O quando uscì eletto dal Conclave e il segretario Loris Francesco Capovilla piangeva e piangeva e il Papa gli disse: «Ma don Loris è lei il Papa o sono io? Andiamo a dire il nostro breviario».

Raccontò la prima benedizione alle oltre 200 mila persone in piazza San Pietro: «Io non vedevo niente perché avevo i riflettori della televisione negli occhi. Ho dato la prima benedizione perché questa gente erano come anime del purgatorio».

Dopo la prima fotografia ufficiale da Papa esclamò: «Io non capisco Dio, ancora una volta. Sapeva da tutta l’eternità che sarei stato Papa, ma perché Dio non mi ha fatto più fotogenico».

Fioretti di una vita. Ma fioretti di un santo. Fioretti di una vita santa.

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