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Foto, mare, memoria e la poetica del “message in a bottle” alla Gamec

Fino a domenica 7 luglio alla Gamec le fotografie, di Alessandro Brasile e di Mattia Insolera, fissano in scatti intensi ed essenziali la realtà affollata e gravida di memorie del Museo di Mohsen Lihidheb

La poetica del “message in a bottle”, che nel ‘79 valse a Sting una celebrità mondiale, non smette di affascinare.

La mostra inaugurata il 3 luglio alla Gamec ("La memoria del mare") e limitata ad una manciata di scatti fotografici e a un video, fa leva soprattutto sull’emozione.

Al centro dello sguardo l’eterna epopea delle partenze senza ritorno, l’irragionevole fiducia riposta nelle onde, lo sgomento di ogni naufragio, la meraviglia di ogni nuovo inizio.

Protagonisti del breve e intenso itinerario visivo, il mare, la memoria, la morte, la vita, e un uomo, Mohsen Lihidheb, un tunisino che da undici anni raccoglie tutto ciò che la marea consegna alla battigia.

Reperti poveri ma ricchi di storie, che Mohsen ha voluto onorare rendendoli installazioni e dando loro il rango artistico di objet trouvé all’interno del giardino della propria abitazione, trasformata in un vero e proprio Museo della Memoria del Mare.

Dietro questa poetica del naufragio non ci sono solo le odierne carrette del mare che puntano ai nostri lidi, ma vicende e saghe molto più vaste e remote.

Millenni di convivenza, sulle sponde del Mediterraneo, di tante e diverse lingue, religioni, civiltà hanno inciso in maniera indelebile sull’immaginario dei popoli che si affacciano sul “Mare nostrum”, bel nome che dovrebbe alludere più a una condivisione che ad esclusive e intolleranti rivendicazioni.

Le rinnovate tensioni che oppongono oggi le coste d’Europa e le coste d’Africa hanno portato già da tempo gli artisti a interrogarsi sui valori e le criticità del senso di appartenenza, sul concetto di differenza e sui giochi e le logiche della geopolitica.

Bergamo ad esempio nel 2006 ospitò Michelangelo Pistoletto e il suo tavolo “Love difference”, una grande superficie specchiante in forma di Mediterraneo allestita in Palazzo della Ragione con attorno sedie di numerosi Paesi dell’area.

La mostra in corso in Gamec, visibile solo fino 7 luglio, si distingue per l’approccio, decisamente pauperistico, e per il punto di vista, ben lontano dall’eurocentrismo cui ormai siamo assuefatti.

Lo sguardo è quello di chi vede il mondo dall’ “altra” sponda del Mediterraneo e si interroga sul senso della vita e dei rapporti umani – casuali o voluti, epistolari o diretti – al di là delle differenze di genere, di identità e di orizzonti.

Le fotografie, di Alessandro Brasile e di Mattia Insolera, fissano in scatti intensi ed essenziali la realtà affollata e gravida di memorie del Museo di Mohsen Lihidheb, mentre il cortometraggio “Il postino del Mediterraneo” di Giulia Ardizzone e Kami Fares dà voce all’artefice di questa originale e struggente collezione museale.

All’inaugurazione, affollata di studiosi di molte nazionalità in Bergamo per il Convegno universitario dal titolo “Mapping Conceptual Change in Thinking European Borders”, sono intervenute Giovanna Brambilla, responsabile dei Servizi Educativi Gamec e la curatrice della mostra Anna Chiara Cimoli, che ha annunciato, per sabato 6 luglio alle 15, un incontro aperto al pubblico sul tema della memoria di viaggio, cui i visitatori sono invitati a partecipare portando con sé un oggetto evocativo di un viaggio che andrà a comporre una piccola, temporanea collezione “pop-up”.

Il 4 luglio in serata (ore 21) performance, aperta al pubblico, di danza della Compagnia Progetto d’Arte e in chiusura, il 6 e 7 luglio, stage per adulti e bambini con iscrizione obbligatoria.

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