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“Nardo Caprioli è andato avanti e… noi siamo rimasti orfani”

Marco Cimmino omaggia il Presidente degli Alpini con un ricordo carico di affetto e commozione. Intanto la camera ardente è allestita nella sede Ana di Bergamo in via Gasparini: dalle 10 alle 22 mercoledì e dalle 8 alle 15 giovedì. Alle 15 il funerale nella chiesa di Santa Maria delle Grazie.

di Marco Cimmino

Nardo Caprioli è andato avanti. Lo sapevamo tutti che stava molto male, che più che vecchi non si campa, che, prima o poi sarebbe toccato anche a lui: però, ora che ci ha lasciato, ci sentiamo tutti un po’ sbigottiti, un po’ orfani. Eravamo talmente abituati a questa icona dallo sguardo d’acciaio, con il cappello sgualcito, illuminato dal distintivo della Russia, con le sciabole in croce, che l’idea di non saperlo più con noi dura fatica ad entrarci in testa.

Ognuno degli alpini bergamaschi ha un aneddoto, un ricordo, una fotografia con il Presidente: per talmente tanti anni è stato al vertice della Sezione e, poi, dell’Ana nazionale, che tutti, in qualche modo, hanno collegato a lui l’idea stessa di essere alpini bergamaschi.

Nardo Caprioli, forse come nessun presidente nazionale, ha plasmato l’associazione pensando al suo futuro: un futuro, per fortuna, pacifico e fruttuoso. Sua è stata l’ispirazione che ha trasformato un’associazione d’arma in un formidabile strumento di carità e di volontariato. Intendiamoci: non è che prima gli alpini non praticassero queste due virtuose attività, ma Caprioli le ha rese istituzionali, fondanti dello spirito dell’Ana moderna.

Da lui sono partite mille e mille iniziative: ma la cosa per cui, credo, verrà più ricordato è legata ad un concetto tanto chiaro quanto profondo, che chiamerei “dottrina Caprioli”. Onorare i morti aiutando i vivi. Ecco, il ricordo dei nostri alpini caduti, delle penne mozze, che non si limita alle suggestioni e ai sentimenti, ma diventa prassi: si converte in mattoni ed ore di lavoro, in denari sonanti ed iniziative concrete: questa è la dottrina di Nardo Caprioli. Dottrina molto bergamasca, del fa’ e fa’ sito. In questo modo, la memoria del nostro passato diviene materia plastica: il monumento ai caduti diventa un asilo, una casa per disabili, si trasforma in muri, in giardini, in grida di bimbi.

E questo pensiero, questa maniera di voler ricordare i morti, impegnandosi concretamente per chi è vivo e può godere del nostro aiuto, viene da molto lontano: viene dalla steppa russa, dal dolore, dal sacrificio di tanti compagni di Caprioli, rimasti sul Don. E’ singolare come in tanti reduci di Russia si sia mantenuto vivo il desiderio di dare un senso a quella tragedia immane, che non sembra averne: cancellare la parola "invano" da una storia di morte e di valore. Anche Don Gnocchi la vedeva in questo modo, con tutta la meravigliosa energia della sua santità: Caprioli non era un santo, ma ebbe, lui pure, una visione. L’unico senso possibile, per rendere meno vano l’olocausto degli alpini sarebbe stato fare del bene in loro nome.

Exegi monumentum aere perennius, scriveva Orazio: ma lui non era un alpino (era di Venosa, figuriamoci!) e gli interessava la gloria di Roma e, magari, ungere un tantino il suo finanziatore. Caprioli il monumento più eterno del bronzo l’ha innalzato per davvero: un monumento di sudore e di amore, che lui, con tutti i suoi alpini, ha inaugurato ogni santo giorno che Dio manda in terra.

Così, oggi che è andato a far compagnia agli altri, su nel Paradiso di Cantore, ci sentiamo tutti quanti in debito con lui: e gli siamo tutti grati, per averci restituito il senso del nostro portare la penna, che avrebbe rischiato di perdersi, nella vanità delle celebrazioni vuote e nel ripetersi noioso delle ricorrenze. Diventerà una ricorrenza anche questa: non facciamoci illusioni. A Nardo Caprioli verranno dedicati edifici, forse strade o piazze, sale, premi, concorsi: e, in fondo, va bene così, perché ci vogliono anche queste cose. Noi, però, ricordiamolo nelle nostre azioni: che non diventi un busto di gesso nella sala dei trofei, ma resti vivo, nell’esempio e nei fatti. Tanto, lui mica ha più bisogno di queste cose: si è lasciato dietro gli anni e la malattia. Il suo passo non è più faticoso e strascicato: è tornato quello del tenentino appena sbarcato dalla tradotta, con la pistolona d’ordinanza e la macchina fotografica appesa al collo. E gli sono corsi incontro i suoi alpini, a fargli festa: alcuni lo aspettavano da settant’anni, seduti ad un crocevia, tra Nikitovka e Nikolajevka.

E se noi ci sentiamo tristi e un po’ orfani perché il nostro Presidente ci ha lasciato, molti altri alpini andati avanti sono felici e contenti, perché, per loro, invece, è ritornato. Questo dobbiamo pensare. E, d’ora innanzi, ci impegneremo ancora di più a ricordare i morti facendo del bene ai vivi, perché, insieme a tutti gli altri, c’è anche Nardo da ricordare.

 

La camera ardente è allestita nella sede Ana di Bergamo in via Gasparini: dalle 10 alle 22 mercoledì e dalle 8 alle 15 giovedì. Alle 15 il funerale nella chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Commenti

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  1. Scritto da makio

    Grandissimo Uomo, Volorosissimo Ufficiale Alpino, Onestissimo Simato Medico,Ti Ricorderemo Sempre immenso Presidente Di Tutti Noi Alpini, Guardaci e Proteggici sempre Da Lassù,ciao

  2. Scritto da giorgio

    Bellissimo ricordo!
    Fa onore al presidente Caprioli, agli alpini e a chi l’ha scritto

  3. Scritto da julius

    quando poteva partecipava ai funerali dei suoi soldati, i suoi alpini, che lo portavano in palmo di mano.
    Una preghiera per Nardo