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Druso e altre storie: tristi, ma speriamo tutte a lieto fine

Questa settimana il nostro Brother Giober abbandona le recensioni per parlare di cultura. Di più, di cultura musicale che rischia di essere penalizzata anche a Bergamo e invece andrebbe coccolata e coltivata con passione dalle istituzioni ma anche dalle famiglie.

In occasione della settimana in cui il Druso di Bergamo farà il tentativo ultimo per (r)esistere (leggi il programma) mi permetto di dire la mia riguardo ai locali della Bergamasca, quelli che propongono musica, che cercano di attuare un discorso culturale, purtroppo non sempre capito e condiviso e sulla situazione generale della musica a Bergamo.

Inizierò proprio dal Druso per poi allargare il discorso in generale.

Benché conosca Marilena (una dei titolari) da anni (troppi forse) non sapevo che avesse un locale come il Druso di cui, in verità, non conoscevo neppure l’esistenza.

Una sera sono andato a sentire il gruppo di un mio amico e ne sono rimasto colpito sinceramente: vi si respira un’atmosfera diversa rispetto a quella di ogni altro luogo. Si respira amore per la musica, per gli artisti, vi è un senso generalizzato di libertà. Ci si sta a proprio agio. La programmazione è coraggiosa, nel senso che passano artisti “diversi” da quelli che difficilmente trovereste nei “talent” o trasmessi alla radio. A volte sono riusciti nel miracolo di portare veri e propri miti come il gruppo di Janis Joplin o Terence Trent D’Arby.

Il servizio e la qualità di quanto somministrato sono buoni: nulla di speciale, birra, patatine e qualche sfizio in più, ma il tutto è calibrato in relazione alle tasche del pubblico abituale che non mi è sembrato, le volte che ci sono stato, elitario (prima di essere crocifisso intendo ciò un pregio e non un difetto).

Difficile che il Druso stia in piedi e spiego il perché: questo come altri locali che si basano sulla programmazione musicale, raramente possono trovare utilizzi complementari nel corso della giornata: non possono nella maggior parte dei casi offrire un servizio bar al mattino (chiudono troppo tardi la notte), difficilmente possono fungere da tavola calda, perché localizzati in posizione non troppo centrale; queste ragioni li costringono ad ammortizzare i costi fissi di 24 ore con la sola attività serale.

In più devono sostenere un costo ulteriore che è quello della produzione musicale. Chi si esibisce ha un costo: credo che sia noto che un musicista, anche bravo, guadagna pochissimo, in molti casi ben al di sotto dei propri meriti, ed è obbligato all’attesa di telefonate di ingaggio che talvolta non arrivano mai con il dubbio amletico se sia preferibile una vita di sogni (ben diversa da una “da sogno”) rispetto a quella che garantisce il companatico.

Altro costo specifico è quello della SIAE che io trovo del tutto spropositato soprattutto quando che si esibisce non propone brani di altri ma un repertorio proprio.

E infine questi locali vanno insonorizzati, per cui necessitano di investimenti di un certo rilievo che rendono ancor più complicato l’equilibrio finanziario.

Le ragioni appena descritte dovrebbero quindi suggerire a qualsiasi persona sana di mente di evitare di intraprendere queste attività che invece vengono quasi sempre avviate per fini che nulla hanno a che vedere con il ritorno economico, ma solo per passione, per la voglia di vedere gente che sotto ad un palco si diverte, per la possibilità di vedere esibirsi artisti che alla fine del concerto ti ringraziano per l’occasione che hai concesso loro.

E il fatto che questa settimana tanti musicisti importanti come Roby Zonca, Tino Tracanna, Massimo Numa, i Diaframma abbiano aderito all’invito del Druso a esibirsi gratuitamente fa riflettere, molto.

Lunedì ci sono stato. Era la prima serata della settimana intitolata (r)-esistere. Non ho avuto tempo per ascoltare il set dei Diaframma, ma nell’attesa mi sono seduto fuori nel giardinetto antistante a parlare con la mia amica Irene: qualche anno in meno di me ma molto meglio "conservata" (direi ottimamente) e la stessa voglia di spazi che in qualche modo ci rappresentino e ci accolgano.

Mentre parlavo con lei mi guardavo intorno: l’atmosfera era serena, visi rilassati, facce sorridenti, voglia di stare insieme. Gli unici tesi Marilena e Davide con lo sguardo rivolto all’entrata alla ricerca della conferma delle loro aspettative di buona riuscita della serata. Dentro di me ho pensato che “quel pubblico” si sentiva a casa e non avrebbe voluto essere in nessun altro posto al mondo (beh facciamo di Bergamo): non in un locale alla moda del centro , non in un ristorante “fusion”, non in un bar dove vuoi bere un aperitivo e ti obbligano all’indigestione. Voleva essere solo lì.

L’età media non era troppo bassa: qualcuno incanutito come me, qualcun altro sulla strada, qualche giovane, ma comunque dai 25 anni in su (e su questo ritornerò).

Una sera sono stato al Loft, il locale che, con un provvedimento che giudico scandaloso è stato appena chiuso. Il Loft era un gran bel locale merito, musicalmente, di Claudio Angeleri, persona per bene, colta, che sta portando avanti un discorso culturale serio a favore dell’intera città. Era un locale dove si suonava prevalentemente jazz e le sue contaminazioni, meno rumoroso degli altri sulla piazza, più colto e raffinato. Forse un locale più per musicisti che non per semplici avventori. Rivolto ad un pubblico più vicino alla mia età che non ai giovani e per questo il rammarico è ancor più profondo.

E qui va fatta un po’ di “mea culpa”. Quella mia è una generazione che per la città sta facendo poco (io nel mio piccolo per primo): non ci distinguiamo, ci lamentiamo che a Bergamo non cambi mai niente ma in realtà non è che ci assumiamo grandi responsabilità, preferendo anteporre i nostri interessi privati rispetto a quelli pubblici.

Ed è un male perché persone perbene ce ne sono, capaci anche. Il Loft, avrebbe potuto essere il Blue Note orobico, posto di incontro, di scambio di idee, ma preferiamo andare in ristoranti alla moda dove si parla sempre delle stesse cose, o si ritrovano sempre le stesse facce ma tanto è importante esserci. Peccato! Un’occasione unica per la nostra città. È stato un vero dispiacere vederlo chiudere. Mi auguro che riapra presto i battenti.

Un po’ più di elasticità e di comprensione sarebbero auspicabili, da parte di tutti.

Ho una passione per l’Hangar 73. Mi ci trovo bene, a mio agio. Lì ho conosciuto amici veri come Massimo Numa e Jean Pierre Rodriguez,  gente che ha accettato, pazientemente (molto pazientemente) di condividere con me parte della sua passione musicale. Le dimensioni del locale permettono anche di fornire un servizio di qualità abbastanza elevata, l’acustica buona, la location anche e il parcheggio è un valore aggiunto importante. Il titolare è simpatico e gentile e la programmazione musicale ottima. Non diventeranno ricchi ma il tutto ha una dignità che è lì a dimostrare che il benessere del pubblico viene al primo posto.

Ogni volta che ci sono andato mi sono divertito, ho mangiato bene, sono tornato a casa felice e ho visto la soddisfazione sul viso di chi era con me.

Conosco il Paprika a Dalmine, lì ho ascoltato il gruppo dei Due Mondi del mio amico Massimo Numa. Un altro bel locale, piccolo, accogliente, intimo, ho ascoltato ottima musica e assaggiato buon cibo; non ho notizie ma mi auguro sia ancora aperto e continui la sua programmazione.

Ho voluto fare quattro esempi di locali che portano (o , purtroppo, nel caso del Loft, portavano) avanti un discorso musicale/culturale serio perché mi “suona” difficile e faccio fatica a digerire che Bergamo si stia dirigendo verso un declino inarrestabile e possa diventare una città morta.

So che esistono altri locali che non ho ancora visitato ma che mi auguro di poterlo fare a breve. Tipo: il Velvet, ma lì c’è mio figlio e il rischio che si vergogni, vedendomi entrare, è troppo alto.

Mi è arrivata voce di qualche iniziativa in Città alta; spero si tratti del segnale definitivo che sia tornata la voglia di stare insieme ascoltando buona musica, di condividere alcuni momenti della giornata insieme agli altri.

Ma mi è arduo accettare che questi tipi di locale non siano pieni ogni sera e facciano fatica a sopravvivere. Perché non è neppure un problema di programmazione, di offerta musicale: la scena bergamasca mi sembra ben viva con una moltitudine di gruppi fatti da giovani e meno giovani che propongono repertori originali o cover di altri artisti; in più c’è il CPDM che sforna (scusate forse il termine è poco rispettoso) musicisti eccezionali che abbiamo la fortuna di ascoltare (spesso gratuitamente) in giro per la città.

Voglio farvi un esempio recente: ero al matrimonio di una persona verso la quale provo affetto e rispetto (per me è importante perché ai matrimoni non vado volentieri) che oltre a tutti gli altri meriti è anche un sopraffino musicista. Qualche mese fa mi chiese un consiglio sul gruppo da scegliere per allietare la cena e mi permisi di suggerire il Dr Funkenstein che io ritengo, in assoluto, uno dei set più divertenti da ascoltare. Senonché avevano già un’altra data ragion per cui è stato chiamato il gruppo di Carlo Ghidotti (noto avvocato di Bergamo). Conosco Carlo da tempo e per me è un musicista straordinario e il suo gruppo di grandissimo livello. In assoluto. Ma quello che ho sentito l’altra sera è andato oltre ogni mia aspettativa per cui ho passato oltre 4 ore ascoltando riproposizioni brillanti, a volte eccezionali di brani degliultimi 40 anni.

Ecco trovo impossibile che vi siano persone che non siano in grado di apprezzare tutto ciò, che non abbiano voglia di uscire di casa per partecipare a spettacoli come questo.

Forse è solo questione di averne conoscenza. Forse…

Passiamo alle istituzioni.

Non che voglia essere a tutti i costi buonista perché “nella vita non si sa mai”, ma mi sembra che qualcosa si sia mosso e si stia muovendo: il Bergamo Jazz a primavera è stato di livello, il Pianistico di Bergamo Brescia assolutamente all’altezza (è a iniziativa privata ma il Comune è presente). In provincia, grazie spesso all’iniziativa degli enti pubblici locali, è un brulicare di iniziative che portano alla ribalta giovani band o artisti più affermati per tutti i palati e tutti i gusti.

Certo che qui il discorso è prettamente economico, la cultura è fatta di molte sfaccettature e la musica non mi pare sia al primo posto.

Certamente qualcosa si è fatto, ma una maggiore attenzione al mondo giovanile e alle sue esigenze sarebbe ulteriormente apprezzata; l’utilizzo di spazi adeguati come il Lazzaretto o, a determinate condizioni, Piazza Vecchia e Sant’Agostino(e anche l’area dell’ospedale sarebbe auspicabile) e un maggior sostegno agli organizzatori locali auspicabili.

Quando la proposta musicale è di livello il pubblico bergamasco, che è serio e competente, risponde e il successo è assicurato, quando invece si cerca di far passare per star musicisti oramai buoni solo per Buona Domenica o quelle robe lì, allora il rischio del flop è serissimo.

A proposito degli organizzatori locali: nella maggior parte sono dei coraggiosi, al limite dell’incoscienza, ma la programmazione, quella di più elevato standing, è sempre stata all’altezza.

Sono arrivati qui artisti di culto come Willie Nile, Elliott Murphy, Garland Jeffreys o altri affermati come Bob Dylan, Elton John, Keith Jarret e forse è un po’ qui che le istituzioni sono mancate dimenticando che queste occasioni danno lustro alla città, possono rappresentare un importante biglietto da visita per il turismo e non sono solo l’occasione per creare profitti (che poi non ci sono quasi mai) agli organizzatori.

Lucca basa la maggior parte del suo turismo sul festival musicale estivo, e mette a disposizione luoghi e mezzi,  avendone un ritorno incredibile in termini economici. Bisognerebbe provare anche qui. I bravi organizzatori esistono andrebbero aiutati, incoraggiati perché sono seri e competenti e perbene.

La musica tuttavia esige rispetto. Di chi la fa e di chi la ascolta e quindi spazi adeguati, confortevoli e in posizioni tali da non arrecare disturbo a chi la musica non la vuole ascoltare. E vanno evitate le esagerazioni: la musica fino a mezzanotte, nel periodo estivo, non può disturbare più di tanto e se anche ciò avviene saltuariamente può essere accettato e quindi le lamentele di certi vip (termine odioso che mi auguro sia subìto e non imposto ) o da pseudo tali mi paiono veramente fuori posto, pretestuose e presuntuose.

Nondimeno il comportamento di chi fa musica e di chi l’ascolta dovrebbe essere improntato al massimo rispetto di chi non apprezza questa forma espressiva di arte. Iniziare un concerto mezz’ora prima rispetto al solito non toglie valore all’esibizione, uscire da un locale ordinatamente senza far casino e senza credere di essere proprietari del mondo e di poterne disporre arbitrariamente, dovrebbe rappresentare un comportamento normale.

Torno, per concludere, sul pubblico che era presente al Druso.

Discutevo con Irene: quando ho iniziato ad andare ai concerti, quindi a 15 anni, la maggior parte degli spettatori aveva la mia età ed oggi, che ancora vado, vedo pochi giovani e molti coetanei.

Da Springsteen è stato così, da Mark Knopfler anche, dai Kiss mi dicono lo stesso. Specularmente gli artisti che attraggono le grandi folle sono ancora quelli di una volta: Springsteen, McCartney, Madonna. Quelli di oggi come Lady Gaga ho l’impressione siano fortemente generazionali, nel senso che il loro pubblico una volta passata una certa età siano inclini all’abbandono.

Quelli invece come me sono cresciuti con i propri idoli, sono maturati, stanno invecchiando insieme a loro.

Va beh, ho fatto casino, ma quello che volevo dire che forse un po’ siamo mancanti come genitori: se ci fossimo preoccupati anche dell’educazione musicale dei nostri figli, facendo ascoltare loro quello che a noi piaceva, emozionava, anziché abbandonarli alla “play” o assuefarli a MTV, forse oggi la musica sarebbe ancora un discorso per giovani, come lo era ai nostri tempi.

Forse servirebbe un maggior coordinamento tra i gestori dei locali: mettersi d’accordo per far passare il medesimo artista entro un certo lasso di tempo nei diversi luoghi porterebbe a una riduzione dei costi.

Forse ci vorrebbe una migliore comunicazione anche da parte dei media: dare enfasi a un evento, recensire un concerto piuttosto che limitarsi a ricordarne l’appuntamento potrebbe aiutare.

Forse sarebbe necessaria una sensibilità maggiore da parte delle istituzioni: il mondo giovanile va tutelato, la cultura rappresenta un elemento fondamentale nella crescita, la capacità di stare insieme elemento imprescindibile.

Fine della filippica.

Giuro che dalla prossima settimana torno alle recensioni.

Viva il Druso e tutti gli altri pazzi che credono di poter (soprav)vivere con la musica.

E… buona musica a tutti.

Commenti

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  1. Scritto da Nicola

    Non posso che condividere quando dicono che la questione è che il progetto Druso non sta in piedi economicamente, dovrebbe fare un mix tra musica e attività da bar. In questo senso qui in città ci sono delle realtà a cui guardare come Edonè. Ciao

  2. Scritto da daniele

    secondo me, se un locale rischia di chiudere i motivi possono essere 2: c’è troppa concorrenza oppure c’è una cattiva gestione. nella zona del druso non mi sembra vi sia troppa concorrenza, anzi. certo,chi suona lo devi pagare ma non lo scopri da un giorno all’altro che sei in perdita, no ?

  3. Scritto da Roby

    Condivido, ma facciamo dei distinguo. Il Druso ha coraggio perché investe sulla varietà e anche su sconosciuti, contribuendo alla cultura musicale del pubblico e alla crezione di una ‘scena’. La programmazione di qualche altro locale, diversamente, verte su nomi o repertori stagionati, in naftalina. Garantiscono il ritorno economico, non certo lo stimolo culturale. Con buona pace di chi vorrebbe avviare discorsi musicali indipendenti. Ognuno ha le sue ragioni, ma una riflessione è d’uopo.

  4. Scritto da Cris

    Il Druso è ottima realtà,purtroppo secondo me pecca nell’organizzazione,come nell’esperienza Druso Estivo con lo “scandalo” di Daniele Silvestri,pubblicizzato come gratuito e fatto pagare con avvisi in loco la sera stessa.Fa niente se poi molti con uno scontrino si sono fatti 5 volte birra e patatine perché il personale manco era in grado di strapparli.La figura fatta è rimasta senza nemmeno andare a loro vantaggio. Insomma,giusto voler far cultura musicale,ma ci vuole anche senso pratico.

    1. Scritto da dd

      io me lo ricordo il Druso estivo, e capisco che sia stato un flop, ma da qui a definirlo “uno scandalo” ce ne vuole.
      E’ facile criticare senza “sporcarsi le mani”. Come in tutte le cose bisogna imparare sbagliando.
      Il vero problema di Bergamo a mio avviso è che ci sono tanti, troppi fighetti bacchettoni che hanno sempre voglia di criticare solo per noia..
      Poi scusa, come fai a sapere la storia dello scontrino non strappato? Sarai mica uno di quelli che hanno usato questo “stratagemma??

      1. Scritto da Cris

        Riguardo agli scontrini riciclati (non da me, ma poco importa), quasi tutti i presenti ne erano a conoscenza, perché la cosa era talmente facile da realizzare che è presto diventato un fenomeno di massa, con annessa ilarità e pubblicità di chi “realizzava il colpo”.

      2. Scritto da Cris

        Ho virgolettato la parola scandalo appositamente, ma a suo tempo quanto successo creò un’ondata di proteste. In molti, tra cui io, avrebbero volentieri pagato per vedere Daniele Silvestri, ma arrivare lì la sera stessa e trovare biglietti che chiedevano soldi quando il tutto era stato sbandierato come gratuito non è stata una grande trovata, non ci vuole un genio per capirlo!

      3. Scritto da Daniele

        Io mi ci sono sporcato le mani (e svuotato le tasche) organizzando per anni uno dei pochi festival in provincia che proponesse musica d’autore (anche internazionale) e non cover band, quindi credo di avere le carte in regola per poter affermare che la scelta di quell’anno del druso estivo fu uno scandalo perché a conti fatti venne fatta pagare al pubblico l’incompetenza degli organizzatori

        1. Scritto da Daniele

          Avevo scritto un’altra parte ma capisco che i toni fossero censurabili… intendevo dire che sbandierare l’evento come gratuito e far trovare a persone venute da lontano la sorpresa di un biglietto da pagare fu una … che è rimasta ben impressa nella memoria di molte persone.

  5. Scritto da Stefano

    Pura verità, la gente si lamenta dei rumore dei locali ma difende il rumore e l’inquinamento dell’aeroporto attaccato alla città! Perchè porta turismo, porta soldi! Ma la gente a Bergamo non si ferma perchè muore di noia! Gli universitari stranieri che hanno scelto la facoltà orobica potessero ritornare sui propri passi lo farebbero domani!

  6. Scritto da gg

    bergamo capitale della cultura

  7. Scritto da diego

    Un locale che propone concerti quasi tutte le sere difficilmente potrà fare molta strada..La soluzione: meno concerti e solo nel weekend, musica più selezionata in modo che ogni concerto si possa considerare una sorta di “evento”, più attenzione ai nomi internazionali emergenti che possono attirare i giovani..con questa formula ad esempio un locale come il Rocket di Milano ha proposto negli ultimi anni nomi come MGMT, Horrors, Futureheads e molti altri e addirittura con ingresso gratuito!

    1. Scritto da Daniele

      Questo è un commento decisamente più costruttivo, concordo in pieno.

  8. Scritto da mario

    L’HANGAR73 SARA’ ANCHE LA MIGLIORE REALTA’ PRESENTE IN PROVINCIA, PECCATO CHE NON DIA SPAZIO A GRUPPI CHE PROPONGONO MUSICA INEDITA..PREMETTO CHE FACCIO PARTE DI UNA COVER BAND…..

    1. Scritto da Ste

      Mario proprio per questo sai che a meno che il gruppo non abbia già un po’ di seguito o un minimo di nome, non attira molta clientela nel locale. Parte di chi va ad ascoltare un concerto lo fa anche per sfogarsi un po’, cantando, saltando… facile da farsi con canzoni famose, un po’ meno con gruppi emergenti. La virtù sta nel mezzo, ma indubbiamente l’Hagar e tutti gli altri dovrebbero considerare un fatturato minore per la serata con gruppi semi sconosciuti.. e questo è contro il “mercato”!

  9. Scritto da diletta

    Una analisi approfondita e piena di spunti condivisibili sulla povertà di cultura musicale (e non solo). Io sarei un po’ più cattiva con le istituzioni perché ultimamente non aiutano in questo senso: i grossi nomi della musica da te citati non sono arrivati negli ultimi anni, ok la crisi però….

  10. Scritto da Giovanni

    Condivido pienamente questa riflessione seria ed attenta, soprattutto nella fase di autocritica verso la società civile che non riesce più ad essere da stimolo. Credo faccia riflettere che il posto di questo genere che viaggia bene sia l’Edoné, che è un iniziativa del Comune, che dovrebbe essere un’eccezione e non la regola in una società liberale

  11. Scritto da Ste

    Bell’articolo Brother Giober, nemmeno io conoscevo il Druso, paradossalmente ha acquisito più fama ora…
    Il Paprika è un bel locale, di recente è stato chiuso un mese per lamentele dei residenti (tanto per cambiare!), dovrebbe riaprire a settembre.
    L’Hangar73 è forse la migliore realtà attualmente presente in provincia. Chi come me lo frequenta spesso sa anche perchè!
    In genere, c’è voglia di conoscere la musica. Qualcosa si sta muovendo (forse), ma a piccolissimi passi.