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L'esperto

Nozze gay, Italia come Usa “Non ci sono motivi per non riconoscerle”

Dopo la storica sentenza statunitense abbiamo intervistato il professor Persio Tincani, autore di un libro dedicato proprio alla normativa italiana sulle nozze tra persone dello stesso sesso.

 Mercoledì 26 giugno è arrivata la storica sentenza della Corte suprema degli Stati Unitiche ha riconosciuto ai coniugi dello stesso sesso gli stessi benefici federali di cui godono mogli e mariti americani.

Abbiamo intervistato il professor Persio Tincani, docente di Filosofia del diritto all’Università degli studi di Bergamo nonché autore di un libro dedicato proprio alla normativa (italiana in questo caso) sulle nozze tra persone dello stesso sesso, per chiedere un suo parere e per capire meglio quanto previsto dalle norme americane e da quelle italiane. 

Professore, come cambia la situazione negli Stati Uniti?

La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti ha abrogato il Doma, ovvero il Defence Marriage Act, la legge federale americana che prevedeva che il matrimonio fosse solo tra uomo e donna. La norma, secondo la Corte, viola i diritti delle coppie gay negando loro i benefici federali riconosciuti dal matrimonio.

Perché questa decisione?

La legge è stata definita una deprivazione di libertà eque, incostituzionale perché in contrasto con il quinto emendamento sulla difesa delle libertà individuali”. Di fatto, quindi, è stata riconosciuta la legittimità anche a matrimoni contratti tra persone dello stesso sesso. 

Come si è giunti a questo cambiamento?

A sollevare la questione è stato il caso “United States contro Windsord”, che aveva fatto emergere una problematica legata a quanto previsto dal DOMA: la norma, approvata nel 1996, negava i benefici federali alle coppie gay o lesbiche sposate negli stati che consentono tali unioni, come la California.

Come è nato il caso?

Il caso era stato sollevato da due donne, Edith Windsor e Thea Clara Spyer, che si erano sposate nel 2007 in Canada. Spyer è morta due anni dopo e la coniuge aveva ereditato tutto il suo patrimonio. In base alla legge del 1996, però, l’Internal Revenue Service, il fisco americano, non aveva accettato di trattare Windsor come la sposa ancora in vita e la vedova rischiava di dover sborsare una cifra di 360 mila dollari, che non sarebbe stata imposta se il suo coniuge non fosse stata una donna. La signora Windsor, quindi, ha fatto causa agli Stati Uniti e l’esito le è stato favorevole: nel 2012 la Corte d’appello di New York ha bocciato la norma oggetto del contendere e in questi giorni la corte suprema ha confermato quella decisione. Il massimo organo costituzionale statunitense, dunque, non è entrato nel merito di quanto previsto dalla costituzione di ogni singolo stato, ma ha semplicemente rimosso la norma che ordinava una discriminazione. In America le leggi che generano discriminazioni sono sempre guardate con sospetto. 

Che differenze ci sono tra la situazione americana e quella italiana?

Anche in Italia la Corte costituzionale si era espressa in merito alle unioni gay partendo da un caso concreto, come in America.

Ce lo ricordi.

Nel 2010 la decisione aveva fatto registrare un’apertura chiarendo che l’aggettivo “naturale” contenuto nell’articolo 29 della Costituzione non ha nulla a che vedere con il concetto attribuito a una famiglia composta da un uomo e da una donna. Le norme, infatti, vanno lette considerando il contesto temporale in cui vengono emanate. La carta costituzionale aveva ripreso quanto previsto dal codice civile del 1942. Attualmente, dunque, ci sono due orientamenti giurisprudenziali: c’è chi afferma che sia necessaria una legge che modifichi quanto disposto in materia codicistica e chi sostiene che la nostra legge già non escluda tali unioni. 

Perché in Italia i diritti ai coniugi gay, allora, non vengono riconosciuti?

Si tratta prima di tutto di un problema culturale, di mentalità. Non dimentichiamo che l’Italia è il Paese che per anni ha pagato una pesante multa all’Unione europea per consentire a Rete4 di trasmettere, contrariamente a quanto previsto dalla normativa comunitaria. E siamo lo stato che sta pagando la multa all’UE per non aver fatto pagare l’Imu alla chiesa.

Non siamo così sensibili sui diritti, insomma

C’è proprio un problema di percezione del diritto: i diritti sono di tutti, ma solo chi non li vede riconosciuti avverte il disagio. I gay sono una minoranza e, allora, il loro diritto all’uguaglianza viene poco avvertito dalla gente.

Vuol dire che le leggi vengono applicate solo dopo che il cambiamento sociale è ormai assodato?

E’ così, pensiamo alle dichiarazioni rilasciate da diversi politici italiani, sono da brividi. Pensiamo alle posizioni di Adinolfi e di Casini, che sostengono che la famiglia è sempre stata etero. Lo affermano loro, che, in quanto divorziati, hanno usufruito per primi dei benefici del cambiamento della normativa del matrimonio.

Interventi pesanti si sono sentiti anche in America…

Anche le dichiarazioni del predicatore americano Dollar sono incredibili: ha affermato che con la sentenza la Corte suprema non ha applicato la Costituzione ma si è piegata ai segni dei tempi, quando il diritto è proprio un segno dei tempi, uno strumento di controllo sociale costruito proprio dalla società. Le leggi non hanno motivazioni pedagogiche e sono diverse dalla morale religiosa i cui precetti vanno accettati senza che ne vengano spiegati i motivi.

I vescovi hanno parlato di provvedimento che mette a rischio la democrazia: che ne dice?

Ma come? E perché? Vengono agitati spauracchi infondati perché non ci sono argomentazioni per negare le unioni gay.

Paolo Ghisleni

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