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Le Troisième Songe: “Creo abiti pensando alle donne che conosco” fotogallery

Maria Cristina Codecasa Conti, fondatrice del brand Le Troisième Songe, racconta a Bergamonews il suo metodo di lavoro centrato sul grande rispetto e la valorizzazione del corpo femminile. E anticipa alcune novità della prossima collezione: pizzo e tulle per una donna da fiaba.

Abbiamo fatto due chiacchere con Maria Cristina Codecasa Conti, nata a Bergamo e milanese d’adozione, fondatrice del brand Le Troisième Songe. Maria Cristina inizia la sua carriera come architetto, per poi diventare designer di gioielli ed infine approdare al mondo del fashion design, fondando nel 2007 il suo marchio. Donna raffinata e libera, vuole vestire donne normali e femminili anche se, precisa, ogni donna, nella sua normalità, è del tutto anormale e unica.

Quando crea i suoi modelli, che tipo di donna, lei pensa, indosserà i suoi vestiti?

"Penso alle donne che conosco. Le donne con cui lavoro, che osservo in metropolitana, le mie amiche, mia sorella. E’ molto lontana da me l’idea di un "ideale femminile", né trovo interessante misurarmi con un concetto astratto di femminilità. Dire che penso e vesto donne normali è riduttivo: in realtà, ognuna di noi nella sua normalità è unica".

Quale range di taglie produce?

"Il range di taglie da me prodotto è assolutamente standard, ma con una particolare attenzione alla vestibilità. Faccio abiti normali e femminili – perché trovo che del corpo femminile si debba tornare ad avere, stilisticamente e commercialmente parlando, un grande rispetto".

So che ama sperimentare con i materiali, come il vinile. Qual è il tessuto che preferisce? E quello che dona a tutte? E quello da evitare?

"Nel lavoro ritengo che il tessuto conti almeno l’80%. Il mio consiglio è in generale quello di usare tessuti naturali, per esempio ritengo la camicia di cotone, nelle sue infinite interpretazioni, un capo passepartout che sta bene davvero a tutte. Ultimamente mi piace moltissimo il pizzo: ecco, il pizzo è un materiale interessante da usare in modo non convenzionale, ossia lontano dall’equazione pizzo = sexy. Una sfida creativa! Eviterei i tessuti sintetici, quelli poco traspiranti e tutto ciò che costringe a dosi massicce di prodotti deodoranti per il corpo".

Lei ha vestito Malika Ayane e Clio Make Up, donne di successo e bellezze formose, che non hanno bisogno di essere filiformi per essere amate dal grande pubblico, diventando anche trend setter. Si tratta di eccezioni o sono i risultati di un cambio di tendenza generale?

"No, non credo siano delle eccezioni. Penso e spero che oggi il trend sia quello di un ritorno ad uno stile di vita più naturale e questo vale anche per la bellezza ed il corpo femminile. La donna formosa, mediterranea, accogliente è stata per secoli modello ed archetipo di femminilità. Sarebbe interessante studiare e capire dove, quando e come questo esempio sia stato spazzato via e sostituito con questa idea mortifera della femminilità. Dove quando e perché le donne hanno smesso di avere rispetto per se stesse ed hanno iniziato ad infierire su di sé: penso all’escalation fuori controllo della chirurgia estetica, o alla proposta quotidiana di modelli femminili che definisco discutibili e spesso ridicoli e grotteschi".

Ha più volte affermato di non seguire la moda e di non voler imporre un trend. Ricorda un po’ la filosofia di Mademoiselle Chanel, per cui la moda passa ma lo stile resta. Quali parole utilizzerebbe per descrivere lo stile di Le Troisième Songe?

"Lo stile Le Troisième Songe è uno stile classico, un po’ fiabesco, direi pulito – nel senso più fanciullesco del termine".

Cosa dobbiamo aspettarci per la prossima collezione? Qualche anticipazione?

"Come le ho detto prima, mi sto appassionando al pizzo. Ci sarà sicuramente, insieme al tulle. Il tutto in chiave fiabesco/frou frou".

Dall’architettura alla creazione di gioielli, al fashion design: un eclettismo che rivela creatività e voglia di sperimentare cose nuove. Come è avvenuto il passaggio? Pensa che esista, nelle sue molteplici modalità espressive, un fil rouge che le unisce?

"Lo scultore Gino Cosentino e l’imprenditrice Mirka Farioli hanno giocato un ruolo fondamentale in questo percorso. Due incontri fortunati. Cosentino mi ha insegnato il valore della disciplina e del lavoro che stanno dietro la creazione artistica. Farioli mi ha insegnato che cosa è l’eleganza vera, il valore della professionalità nel mestiere della moda e mi ha dato l’opportunità di entrarci dalla porta principale: l’alta moda. Se c’è un fil rouge, questo è ed è stato il mio desiderio e la mia attitudine a dare forma alle idee: una casa, una collana, un vestito – e la mia incoscienza nell’accettare nuove sfide".

Anche Gianfranco Ferrè era architetto. Crede esista una forma mentis simile tra chi progetta un palazzo e chi progetta un abito sartoriale?

"Più che di una forma mentis io parlerei di metodo. L’aspetto metodologico è a mio giudizio fondamentale nella progettazione. Lo spazio architettonico avvolge e accoglie il corpo, l’abito lo veste. Le domande ed i problemi che ci poniamo quando progettiamo una casa od un abito non sono molto diverse".

La sua più grande conquista lavorativa? E personale?

"Ritengo una grande conquista lavorativa avere imparato a confezionare un abito e cioè: fare il cartamodello, tagliare, cucire, togliere i difetti. Questo perché penso non basti fare dei disegni carini sulla carta: bisogna anche chiedersi come possiamo realizzarli. Sul piano personale mi riesce difficile parlare di grandi conquiste: mi sento una persona che ogni giorno sbaglia, ogni giorno impara qualcosa di nuovo. La strada è ancora molto lunga, ma questo cammino mi appassiona".

Accessori preferiti: di cosa non può fare a meno, quando esce di casa?

"Non è un accessorio ma è per me uno strumento fondamentale: l’iPad. Lo uso anche per disegnare".

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