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E’ il momento del folk Laura Marling: non facile ma merita attenzione

È il momento del revival del folk, questo lo si era capito. Mumford and Sons, The Last Bison, Lumineers, ed ora Laura Marling. È il tempo delle anime candide, dei cuori gentili, dei visi smunti, dei suoni acustici e di questo si deve scrivere anche se io non ho perso la speranza che da qualche sobborgo di Londra spuntino i nuovi Clash.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema;

** se non ho proprio altro da ascoltare….

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto!non mi esce più dalla testa;

ARTISTA : Laura Marling

TITOLO: Once I Was an Eagle

GIUDIZIO: ***

È il momento del revival del folk, questo lo si era capito. Mumford and Sons, The Last Bison, Lumineers, ed ora Laura Marling. È il tempo delle anime candide, dei cuori gentili, dei visi smunti, dei suoni acustici e di questo si deve scrivere anche se io non ho perso la speranza che da qualche sobborgo di Londra spuntino i nuovi Clash, da qualche quartiere di Los Angeles i nuovi X, che in qualche piccola cittadina del sud degli Stati Uniti un novello James Brown inizi a calcare qualche polveroso palcoscenico, che in qualche catapecchia di Kingston nasca il nuovo Marley. E così mi toccherà attendere ancora molto perché tra un po’ arriverà anche il nuovo progressive, che se ci pensate bene è una derivazione del folk. Insomma l’attesa sarà lunga.

Ma qualcosa di buono in questo movimento musicale c’è pure e sicuramente Laura Marling ha qualche freccia al suo arco, perché è dotata di una scrittura originale, libera, priva di pregiudizi e benché la base sia folk, vi sono alcune aperture ad una musica diversa e più complessa per cui i riferimenti alla divina Joni Mitchell, a Laura Nyro, a Suzanne Vega, che ho trovato sulla stampa specializzata non paiono così fuori luogo. Aggiungo io che nelle tracce di quest’opera ho trovato qualche debito alle “settimane astrali” dell’orso di Belfast, stupendomene non poco. Ad ogni modo Laura Marling è coccolatissima dalla critica musicale, anche da quella italiana , tanto che il Busca e Jam di questo mese le hanno riservato la recensione centrale. Meritato tutto ciò? Boh, Non so, forse un po’ esagerato. Certo è che il prodotto risente un po’ della debolezza del genere per cui alla lunga non tutte le composizioni sono del medesimo spessore e quando lo sono meno, la noia affiora qua e là. Quando invece il pezzo regge allora si apre un mondo affascinante fatto di suoni inusuali, originali, di arrangiamenti complessi benché frutto dell’accostamento di pochi strumenti acustici.

Certo non è un disco facile, non è un lavoro da ascoltare in cuffia sulla spiaggia o mentre si fa jogging, perché merita attenzione, concentrazione e dedizione. A vederla dalla copertina deve essere molto giovane , massimo 23 anni, il tratto del viso è gentile, delicato, l’atteggiamento pensoso. Ho letto qua e là che questo è il suo quarto disco, prodotto dopo una lunga pausa di riflessione al termine di una storia di amore finita male (ma va?). Il disco è stato registrato in dieci giorni a Los Angeles con la collaborazione del produttore Ethan Johns, e la violoncellista Ruth de Turberville. L’inizio è folgorazione pura: le prima quattro canzoni, Take the Night Off, I Was an Eagle, You Know e Breathe, sono unite senza alcuna soluzione di continuità in una sorta di piccola suite. Gli strumenti acustici, chitarre in primis, si mischiano con il suono primitivo di alcune percussioni, poche note di piano e interventi mirati del violoncello.. La struttura è del tutto libera, senza confini, il canto è delicato ma deciso, in alcuni momenti mi par di ascoltare Jeff Buckley, in altri Van Morrison ma è forse Joni Mitchell che vigila su ogni nota. Inizio straordinario. Ha una struttura più ordinaria Master Hunter dove invece aleggia lo spirito di Alanis Morisette per un brano dall’andamento più deciso rispetto ai precedenti ma anche più convenzionale, che però alla fine non dispiace .

Little Love Caster è solo chitarra (spagnoleggiante), voce e violoncello e francamente sono 4 minuti e mezzo di frantumazione delle parti basse che non vedi l’ora che terminino. Qualche richiamo alle farneticazioni di Patti Smith ma là c’era pathos, soul, qui quasi nulla. Passare oltre. Devil’s Resting Place, è più convincente con il suo andamento che è tipico della canzone folk impegnata e con una serie di aperture strumentali che rappresentano una novità nell’economia del suono dell’intero lavoro. Ma qui quello che convince maggiormente è la parte cantata. Nel caso Laura abbandona i tratti sussurrati e assume un tono più deciso. Interlude è un intermezzo strumentale di poco meno di due minuti che credo abbia il ruolo di dividere il lavoro intero in due parti ideali. Del tutto inutile e anche un po’ pretenzioso. Se così è, l’inizio è affidata a Undine che ricorda alcune parti acustiche e folk dei Led Zeppelin o dei Traffic. Il brano ha ad ogni modo un suo bel ritmo, il suono è limpido, il modo di cantare avvicina la Marling a Suzanne Vega. Questa volta la composizione è del tutto azzeccata. Ugualmente bella è Where can I go?, dolce e quasi sussurrata, con una melodia bellissima e un organo spiazzante ma estremamente suggestivo. Uno degli apici del disco.

Anche Once è solo chitarra e voce, con uno spruzzo di organo in sottofondo, e pur non essendo dotata di grande melodia cattura l’attenzione anche forse perché qui come mai il riferimento a Joni Mithell è presente. Un altro gran bel brano. Pray for Me è spezzata dall’intervento di alcune percussioni, che la movimentano anche se la melodia e l’atmosfera sono un po’ troppo simili a quelle dei brani posti all’inizio dell’album. When Were you Happy è ancora caratterizzata dal fraseggio tra alcuni strumenti acustici e le percussioni che intervengono qua e là senza un preciso disegno ritmico. Ma il tutto funziona meravigliosamente, l’atmosfera è quella giusta, profonda, spessa e l’ascolto diventa puro piacere e, se possibile, è da fare al buio, soli.

Love You Bare ha l’incedere di alcuni brani di David Crosby, quello delle migliori annate, ed è notturna, misteriosa e convincente. Il dialogo tra le chitarre e il basso contribuisce a creare un mood suggestivo sino a quando sul finale pochi battiti del charleston abbelliscono il tutto. Little Bird è francamente noiosa, priva come è di ogni melodia e delle intuizioni strumentali che avevano abbellito molte delle composizioni precedenti mentre Saved These Words è poetica e sognante e chiude degnamente un disco che piano piano si fa amare. In definitiva un bel disco, grazioso, delicato, non un capolavoro. Ho il timore che di questi giovani brufolosi che ci parlano e ci cantano delle loro pene d’amore dovremo occuparcene ancora per un po’. In attesa dei nuovi Clash, dei nuovi X, del nuovo Marley…

Termino questa recensione alle ore 00,28 di lunedì 25 giugno mentre ascolto Pierangelo Bertoli che canta “per dirti t’amo” e poi Pino Daniele “quanno chiove” e penso che a volte per fare una grande canzone ci voglia in fondo poco e che inglese e sofferenza non siano requisiti essenziali…Buona estate a tutti!

Brother Giober

DA SCARICARE (se proprio non volete ascoltare tutto il disco):

Once I Was an Eagle

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE :

– Joni Mitchell  – For the Roses

– Van Morrison – Astral Weeks

– Suzanne Vega – Solitude Standing

Commenti

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  1. Scritto da Diego Perini

    Corsi e ricorsi sono normali: quando il “mercato” si stanca di un genere se ne propone (o propina) uno che andava tot anni fa sapendo che per molti, tipo i più giovani, può sembrare nuovissimo. Per quanto riguarda questa non l’ascolto nemmeno sotto tortura.

  2. Scritto da Umberto

    Confesso che non l’avevo mai sentita nominare, dopo la recensione del Busca ho scaricato il disco e ne sono rimasto folgorato….davvero bello, intimo e malinconico. Certo è un disco invernale se capite cosa voglio dire ma mi piace molto.Ora andro’ a cercare gli altri dischi che ha fatto.