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La Idem e l’Ici non pagata "Un peccato non è più grave se lo compie un ministro" - BergamoNews
La riflessione

La Idem e l’Ici non pagata “Un peccato non è più grave se lo compie un ministro”

Il ministro delle pari opportunità, dello sport e delle politiche giovanili Josefa Idem è stata travolta da una bufera mediatica a causa del mancato pagamento dell’Ici: vi proponiamo una riflessione di Luca Cavadini.

Ci risiamo. Un ministro, pardon, ministra, perché a lei piace essere chiamata così, viene pizzicata nel suo recente passato e si scopre che non ha pagato l’Imu, l’Ici, forse pure la tassa sui rifiuti, il bollo dell’auto, sembra che in un’occasione sia entrata al cinema con uno stratagemma. Mimetizzata dentro una canoa ha eluso la maschera addetta allo sbigliettamento e si è goduta in posizione non proprio comoda, l’ultima bidonata di Almodovar. Giustizia è fatta.

Libero e Il Fatto sono gli artefici dello scoop subito ripreso da centinaia di colleghi e meritevole addirittura di conferenza stampa con tanto di avvocato sparlante a difesa di una donna incapace di difendersi. Strano vedere una tedesca di Germania alta un metro e settantasei centimetri per quasi settanta chili farsi rappresentare malamente da un azzeccagarbugli che per fortuna, della ministra, ha parlato talmente lento da risultare inefficace, da provocare il prurito alle mani di chi ascoltava piuttosto di evidenziare contenuti risultati altalenanti, senza ritegno, annunciati come parabole ai poveri astanti.

C’è una disciplina legata alla psicologia che studia il linguaggio del corpo, la prossemica. Ebbene, consiglio a professori e studenti di esaminare con attenzione la conferenza stampa della Ministra e del suo avvocato. Lei immobile, madonnona addolorata-sdegnata-insofferente-ironicamente sprezzante, sguardo assente-basso- perso-annoiato. Ciuffo di capelli biondi irriverente e inconsueto per una sportiva poco incline alle pieghe del parrucchiere, e si vede. Ai lati l’addetta stampa, sigh, e un altro paladino della giustizia arruolato nelle numerose truppe del pubblico, inteso come ufficio statale. Lui, il difensore, occupato a trovare le parole in un contenitore talmente piccolo e vuoto da far quasi compassione. In compenso, in evidente stato di panico, l’avvocato in conflitto manuale con i fogli della documentazione che presto verrà resa pubblica, in rete, la santa rete che lava il peccato da tutti i mali. Grillo docet. Uno strazio infinito interrotto da brevi e illuminanti tentativi di risalire una china impossibile. Giustificazioni aggrappate all’assurdo per convincere coloro che hanno già emesso sentenza.

Epperò qualcuno ha ascoltato e ha fatto pure domande. Una soprattutto ha invaso l’etere della comunicazione distribuendo con democratica magnanimità la saggezza in pillola: "Ministra, ma se lei ha fatto confusione con una bolletta perché troppo impegnata a pagaiare è sicura di reggere l’impegno da Ministro?". Sempre in onore della psicologia informo che la giornalista capace di cotanta filosofia, nell’emettere la domanda, rigorosamente letta, assumeva ghigno sfottente, sguardo compiaciuto, suono vocale con significato più o meno riassunto nel pensiero: “Ti ho incastrato con questa, eh, eh, dai rispondimi se sei capace!”.

Si possono tirare certe somme dall’ennesimo episodio di questa telenovela tutta italiana? Una delle tante l’ha detta proprio Josefa Idem, diciamo un inciampo di verità in mezzo a tante balle sulfuree. Lei si è dichiarata onesta ma non infallibile. Cioè si è resa normalmente uomo, pardon, donna, insomma essere umano con targa italiana più che deutschland. La campionessa olimpica, insieme al povero marito al quale vanno tutte le mie personali simpatie per essere protagonista suo malgrado di una falsa “tragedia” epocale, ha tentato come tutti gli italiani, tutti tutti, di fare la furbacchiona. Intendiamoci bene, non è una medaglia al valore, è una canagliata da estirpare ma, compaesani miei, cari giornalisti dalla penna altalenante, avvocati al prezzemolo, giustizialisti che non avete mai sfiorato la parabola più efficace del vangelo, chi di voi-noi è senza peccato? Lasciate cadere pure le pietre, nessun applauso, siamo in ottima e affollata compagnia.

Questa disonesta e falsamente ingenua retorica secondo la quale un peccato è più grave se lo compie un ministro anziché un casellante dell’autostrada serve da un lato a tutti coloro, e se la matematica non mi sfugge sono la maggioranza assoluta, di casellanti che vogliono sfangare la fedina personale da addebiti più o meno gravi e dall’altro confonde le menti sul vero problema da prendere finalmente in considerazione: abbiamo armadi pieni di fantasmi che si aggirano inquietanti nelle nostre vite. Se una di esse si innalza con incarichi pubblici prestigiosi, con l’aggravante di essere sbilanciata da una parte politica, ecco che l’impietosa macchina della banale verità si mette in moto e l’infrazione è servita. Anche una multa non pagata o le dita nel naso possono compromettere una reputazione.

Certo, sarebbe ideale avviare una riforma mentale storica, accettando con serenità la millenaria lentezza italica, possibilmente senza Piazzali Loreto, divismi forcaioli e populismi che durano il tempo di cento metri. Tra cinquant’anni potremmo ritrovarci con percentuali di furbizia più consone alla giustizia divina magari ad un’unica cifra percentuale. Ad aiutare la scelta personale di civiltà e di regole condivise per la convivenza, in assoluta precedenza dovremmo dotarci di leggi altrettanto imparziali, equilibrate, con causali chiare e risultati efficaci, verificabili. Una tassa assume significati diversi se si basa su risultati certi. Una valanga di esorbitanti ed inaccettabili gabelle che sfociano nella totale paralisi trovano fertilità in chi le rifiuta o fa di tutto per evitarle.

Josefa, non è una giustificazione né essere ingiustamente avversata dal 53% di tasse sul reddito né aver vinto tanto con i colori azzurri. Ma una pacca sulla spalla serve più di una stonatissima conferenza stampa per verificare che sei totalmente, assolutamente e incontrovertibilmente made in italy.

Luca Cavadini

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