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Cure sub acute per essere sempre vicini ai pazienti ‘fragili’

L'unità sub acuti rappresenta il passaggio intermedio tra la fase acuta e il rientro al domicilio, un passaggio durante il quale i pazienti vengono ulteriormente stabilizzati e possono completare il percorso clinico e diagnostico, prevenendo così anche rischi di ricadute

Passare da curare al prendersi cura. È questo l’obiettivo delle unità per le cure ″sub acute″, grazie alle quali è possibile offrire un’assistenza adeguata a quei pazienti che, pur avendo superato la fase di criticità clinica. Una risorsa preziosa e in molti casi indispensabile in una società come la nostra in cui l’età media si allunga sempre di più e spesso le famiglie non riescono da sole ad assistere i propri cari.

"L’unità sub acuti rappresenta il passaggio intermedio tra la fase acuta e il rientro al domicilio, un passaggio durante il quale i pazienti vengono ulteriormente stabilizzati e possono completare il percorso clinico e diagnostico, prevenendo così anche rischi di ricadute" spiega il dottor Dario Buffoli, responsabile dell’Unità di riabilitazione e sub acuti del Policlinico San Pietro di Ponte San Pietro. "L’obiettivo da un lato è quello di ridurre le degenze negli iper acuti, dall’altro dare sollievo alle famiglie in attesa della dimissione" continua il dottor Buffoli. La durata della degenza, come previsto a livello regionale, dovrebbe essere non inferiore ai 10/15 giorni e non superiore ai 30/40.

L’importanza di queste unità quindi è in primo luogo medica, ma non bisogna dimenticare anche l’aspetto più sociale. Oggi infatti le famiglie che si trovano a gestire i propri cari, soprattutto in caso di patologie, sono troppo spesso sole e il peso, inevitabilmente, ricade (sia in termini economici sia psicologici) su di loro.

"Questo è un problema sociale sempre più rilevante, anche considerato il progressivo invecchiamento della popolazione. Attualmente riguarda circa l’80% delle famiglie. Percentuali importanti di cui non si può non tener conto. Il territorio però non sempre riesce a dare risposte sufficienti" aggiunge il dottor Emiliano Petrò, referente medico dell’Unità sub acuti.

"L’Unità sub acuti permette di colmare questo vuoto sia da un punto di vista medico-clinico sia sociale. Non basta infatti assistere il malato, bisogna assistere anche chi lo assiste cioè la sua famiglia che troppo spesso si trova a dover rinunciare alla propria vita e al proprio lavoro per poter accudire il proprio caro". Per riuscire in questo intento, fondamentale è però anche il rapporto tra Medici di Medicina Generale e ospedale. «Per poter garantire davvero una continuità di cura, che è uno degli obiettivi di questo tipo di unità, i medici di Medici di Medicina Generale devono conoscere in modo preciso i criteri per cui i pazienti possono confluire nei sub acuti e che i sub acuti rappresentano un modo per risolvere problematiche non solo cliniche che spesso si accompagnano al paziente anziano» continua il dottor Petrò. L’Unità sub acuti è il primo “passo” di una continuità assistenziale all’interno della quale si inserisce, completandola, l’ADI, il servizio di Assistenza Domiciliare Integrata gestito direttamente dai Policlinici San Pietro di Ponte San Pietro e San Marco di Zingonia (Istituti Ospedalieri Bergamaschi), che garantisce alle persone non autosufficienti e/o parzialmente non autosufficienti di ricevere a casa propria cure ed assistenza socio sanitaria, temporanea o permanente, da parte di equipe multi professionale (infermieri, Oss, fisioterapisti e addetti specializzati) in rapporto diretto con l’ospedale.

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