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Il Cile debutta a Bergamo “Scrivo e canto la crisi ma sogno una rivincita”

Ha lavorato con i Negrita e i suoi singoli trattano tematiche che toccano da vicino i problemi quotidiani della gente. Ma dietro a un apparente pessimismo si nasconde una gran voglia di riscatto e di consapevolezza. Lorenzo Cilembrini, in arte Il Cile, stasera è al Lazzaretto.

di Luca Bassi

Scrive e canta la crisi, le delusioni d’amore, la rabbia nemmeno troppo repressa delle nuove generazioni, quelle che faticano a emergere. Lui è Lorenzo Cilembrini, in arte Il Cile, uno dei giovani cantautori che nell’anno appena passato ha vissuto una parabola ascendente da mettere i brividi. In che modo? Prima con un singolo che ha avuto grande successo come "Cemento armato", poi con le prestigiose collaborazioni con i Negrita e i Club Dogo e, infine, con un disco che in pochissime settimane è riuscito a scalare le classifiche di Fimi e iTunes.

Lunedì sarà al Lazzaretto per la prima serata del Summer Sound Festival di Promoberg dove proporrà, assieme agli altri successi, anche "Le parole non servono più", il brano che a Sanremo gli ha permesso di vincere il premio di Assomusica riservato alla miglior esibizione e quello dedicato a Sergio Bardotti per il miglior testo presentato in gara: "A Bergamo sono stato solo di passaggio, non mi sono mai esibito – ha raccontato Il Cile a Bergamonews – ma lì ho tantissimi cari amici. Se la città è come loro sono certo che ci sarà da divertirsi".

Spesso parla dei suoi viaggi, delle avventure vissute lontano da casa quando era giovane: questa cosa quanto ha condizionato la sua musica?

"Tantissimo. Nella mia vita ho viaggiato molto e in ogni esperienza ho cercato di rubare qualcosa, così da portemele portare dentro per sempre. Ho visto culture diverse dalla nostra, modi di fare completamente lontani da quelli degli italiani e, ovviamente, ho scoperto tanta musica nuova".

Il posto che più ha influenzato quella che poi sarebbe stata la sua carriera?

"Sicuramente Londra: lì mi sono avvicinato tantissimo ai Beatles, ai Rolling Stones, a Elvis, individuando un modo di fare musica diversissimo dal nostro. Quando sono tornato mi divertivo a rifare le loro canzoni: oggi per ascoltare un brano basta andare su YouTube e cercare quello che si desidera, ma quando ero piccolo io o avevi il disco o riproducevi tutto te, con i tuoi strumenti. Ho imparato così a suonare".

Poi è passato per Bologna, la città dei grandi cantautori italiani.

"Sono molto legato a Bologna perché è la città in cui ho studiato. Lì ho vissuto il passaggio che dall’adolescenza ti porta a essere un uomo, quello stesso passaggio che ho provato a trasformare in musica con il mio album".

Con "Siamo morti a vent’anni" se la prende spesso con la sua generazione, colpevole, a suo dire, di aver "perso con se stessa la battaglia più grande". Cosa rimprovera ai suoi coetanei?

"Ogni generazione è il fallimento di se stessa perché, in un modo o nell’altro, finisce sempre per essere schiacciata da quella che l’ha preceduta. Ma con quel passaggio non volevo rimproverare nessuno per un fatto specifico: alla fine tutti siamo stati un po’ ribelli a vent’anni ma quella ribellione non era altro che una battaglia impossibile da vincere. L’importante, poi, è uscire da quel periodo della vita con un tesoro che ci aiuterà da adulti: parlo degli errori e dei successi, delle gioie e delle delusioni".

"Cemento armato", un mix di rabbia, rancore e delusione, ha certificato la sua esplosione nel 2010. Come le è venuta quella canzone?

"Di getto, due anni prima. Stavo vivendo un momento molto particolare della mia vita non solo per via di una delusione d’amore, ma anche perché vedevo il mio futuro come un grosso punto di domanda. Mi chiedevo: riuscirò a dimenticare quella ragazza? Farò davvero il cantante? E domani dove sarò?".

Perché, secondo lei, ha avuto tanti riscontri?

"Forse perché con quello che ho scritto sono arrivato davvero alla gente che, come me, sognava e sogna ancora oggi una rivincita".

E come ha saputo gestire l’improvviso successo?

"Oggi come allora lo cerco di gestire come un lavoro perché alla fine questo è per me. I complimenti, i premi e i riconoscimenti fanno sempre piacere ma devono servire per migliorare, per crescere ancora".

Nell’album "Siamo morti a vent’anni" traspare una certa sua disillusione: Il Cile, nonostante i trent’anni, ha davvero smesso di credere alle favole?

"Sì, proprio mentre producevo quell’album. E sono contento che questa cosa si senta attraverso le mie canzoni perché, secondo me, ogni lavoro deve rispecchiare lo stato d’animo che un cantante prova mentre scrive".

Ha collaborato Adelaide Fabbi

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