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Fondamentalista riluttante: la lotta dei pregiudizi tra Islam e sogno americano

Changez, il protagonista, rifiuta il concetto di fondamentalismo due volte. La prima davanti alla spietata analisi finanziaria-capitalistica occidentale che ha come risultato la cancellazione di posti di lavoro e storie imprenditoriali. La seconda davanti alla pretesa islamica di giustificare la violenza per cancellare dalla terra tutto quello che non si riflette con la propria religione.

Titolo: Il Fondamentalista Riluttante

Regia: Mira Nair

Genere: drammatico, thriller

Durata: 128’

Attori: Riz Ahmed, Kate Hudson, Liev Schreiber, Kiefer Sutherland, Om Puri

Voto: 6/7

Attualmente in visione: Capitol Bergamo, Ariston Treviglio.

 

Changez Khan (Riz Ahmed) è un giovane e talentuoso pakistano che vive in una famiglia della borghesia intellettuale con un padre poeta e una certezza economica che viene messa in discussione dalle nuove generazioni di industriali arricchiti e mentalmente limitati, senza passato, con radici culturali che affondano nelle componenti più inutili del nuovo capitalismo. C’è una soluzione, il sogno americano, la certezza di poter gareggiare tutti la stessa partita con le stesse regole, l’università newyorkese che forma pochissimi super manager della finanza e una brillante quanto veloce ascesa nel mondo spietato del business statunitense.

Nella grande mela c’è anche l’amore, subito complicato dall’incapacità della bella Erica (Kate Hudson) di elaborare il lutto del fidanzato morto in un incidente provocato proprio dalla fotografa-artista concettuale. Niente a che vedere con il vero sipario della prima parte del film che è la tragedia delle torri gemelle.

Nulla sarà più come prima e Changez se ne accorge subito. Basta una barbetta incolta per generare il sospetto e la diffidenza. Il sogno americano assume sfumature completamente diverse ed il film si trasferisce in un’altra dimensione.

Attorno ad un tavolino di Lahore in Pakistan a sorseggiare tè con un finto giornalista fingendo di essere solo un professore molto dedito ai suoi studenti. Ha inizio un racconto-confessione-intervista farcito da lunghi flashback fino all’epilogo verità.

Mira Nair tenta, riuscendo parzialmente, di descrivere due mondi completamente diversi da ogni punto di vista attraverso la lente d’ingrandimento della tragedia dell’attentato dell’11 settembre.

Un film dedicato alle apparenze che non devono divenire realtà e ai fatti concreti che non riescono a incanalare le storie umane in direzioni apparentemente naturali. Il mondo corre a riparare i guasti fatti dai suoi pazzoidi abitanti in una sorta di roulette russa dove a turno ognuno si arma di una propria pistola fatta di miserie, egoismi, insofferenze, razzismi.

L’attrazione tra il mondo islamico e quello occidentale per il protagonista finisce nella conflittualità interna maturata dopo vari episodi di intolleranza da parte dell’autorità americana ma termina soprattutto quando un editore di Istanbul lo accusa di essere un giannizzero. I giannizzeri erano soldati del sultano ottomano che venivano rapiti a dieci anni e allevati al tradimento e all’obbedienza come perfette macchine senz’anima. La brutale accusa svela al giovane analista finanziario le sue radici e lo porta a combattere. Sarà una lotta senza armi, intellettuale, intima, ma profondamente significativa per centinaia di giovani più inclini a sparare che comprendere. Changez rifiuta il concetto di fondamentalismo due volte.

La prima davanti alla spietata analisi finanziaria-capitalistica occidentale che ha come risultato la cancellazione di posti di lavoro e storie imprenditoriali. La seconda davanti alla pretesa islamica di giustificare la violenza per cancellare dalla terra tutto quello che non si riflette con la propria religione. Il pregio di questo film è la chiarezza forse un po’ semplicistica ma sempre utile, di far riflettere sulla dicotomia tra assurda realtà e conseguenze di ogni fondamentalismo, di qualsiasi ridicola affermazione di presunzione in virtù di un’appartenenza sociale, religiosa o economica. I difetti sono due. Manca pathos e dura davvero troppo. Anche quando si parla di cose serie, 128 minuti risultano sfiancanti.

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