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Il ‘giusto’ Odo Focherini proclamato beato Salvò migliaia di ebrei

Odoardo Focherini sarà proclamato sabato 15 giugno a Carpi, in provincia di Modena, la città dove visse e salvò gli ebrei dalla persecuzione nazista. Morì nel 1944 nel campo di concentramento di Hersbruck.

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di Pier Giuseppe Accornero

«Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, come trattano gli ebrei qui dentro, saresti pentito solo di non averne salvati di più». Disse con convinzione Odoardo Focherini al cognato Bruno Marchesi che lo visitava nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna.

Una frase che ora campeggia nel Museo-Monumento al deportato politico e razziale di Carpi, in provincia di Modena. Nella sua Carpi, sabato 15 giugno 2013, il «Giusto» Odoardo viene proclamato «Beato» in una celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei santi. È il primo italiano a essere beatificato per aver salvato gli ebrei dalla persecuzione nazista.

Sposato e padre di sette figli, esponente dell’Azione Cattolica, amministratore del giornale cattolico «L’Avvenire d’Italia», medaglia d’oro della Repubblica italiana, «Giusto tra le Nazioni» perché salvò molti ebrei, muore nel 1944 nel campo di concentramento di Hersbruck. Martire «in odium fidei».

Odoardo, detto familiarmente Odo, nasce il 6 giugno 1907 a Carpi da genitori di origine trentina. Il padre vi aveva aperto un negozio di ferramenta, e a Carpi Odo frequenta le scuole elementari e tecniche. A 17 anni è responsabile dell’oratorio nel quale è andato da ragazzo. Determinante il rapporto con due sacerdoti, don Armando Benatti e con don Zeno Saltini, il famoso fondatore di Nomadelfia, sotto la cui guida nel 1924 si fa promotore de «L’aspirante», giornalino per ragazzi che diverrà strumento di collegamento regionale e poi nazionale per i ragazzi dell’Azione Cattolica. A 18 anni si fidanza con Maria Marchesi, che sposa a 23 anni nel 1930. Tra il 1931 e il 1943 i coniugi Focherini hanno ben sette figli: sono il loro orgoglio e lo scopo della loro vita.

È un padre costretto a molteplici lavori per mantenere la numerosa famiglia. Nel 1934 è assunto dalla Cattolica Assicurazione di Verona come agente e poi promosso come ispettore. Collabora con articoli a «L’Osservatore Romano».

Si impegna nell’apostolato in parrocchia e nella carta stampata ed è molto attivo nell’Azione Cattolica: nel 1928 entra nella Giunta diocesana come presidente della Gioventù maschile; nel 1934 è eletto presidente degli Uomini e nel 1936 presidente dell’Azione Cattolica diocesana; è cronista di importanti eventi ecclesiali come i Congressi eucaristici; nel 1939 è amministratore delegato de «L’Avvenire d’Italia», quotidiano cattolico regionale.

Durante la guerra, con la moglie, organizza una «postazione casalinga» per aiutare la gente a mantenere i contatti con i soldati sui vari fronti e per salvare gli ebrei. Diventa eroe quasi per caso. L’arcivescovo di Genova, il cardinale Pietro Boetto – un gesuita nativo di Vigone (Torino) – sollecita il direttore de «L’Avvenire d’Italia», Raimondo Manzini, a intervenire per alcuni ebrei polacchi giunti a Genova.

Manzini, come fa spesso nelle vicende più delicate, si affida a Focherini e lo incarica di farli espatriare per evitare loro la deportazione. Odo riesce a procurare i documenti contraffatti e a far loro varcare il confine con la Svizzera. Nel 1938 entrano in vigore le odiose leggi razziali.

Con l’8 settembre 1943, con la defenestrazione del dittatore Benito Mussolini, con l’occupazione nazista, la situazione degli ebrei in Italia si fa ancora più drammatica: sono sottoposti ad ar­resto e internamento nei lager e alla confisca dei beni. Per questo l’impegno di Focherini si fa ancora più intenso e rischioso. Odo mette in piedi un’organizzazione clandestina che riesce a condurre in salvo 105 ebrei: prende contatti con persone di fiducia per procurarsi carte d’identità in bianco, le compila con dati falsi e porta i perseguitati al confine con la Svizzera.

Trova un fidato amico in don Dante Sala, parroco di San Martino Spino vicino a Mirandola. All’ultimo ebreo Enrico Donati porta i documenti in ospedale a Carpi. All’uscita è prelevato dal segretario del Fascio e portato in Questura a Modena. È l’11 marzo 1944: non uscirà più dall’incubo. Sottoposto a un interrogatorio, gli viene contestata una lettera nella quale afferma di «interessarsi degli ebrei non per lucro, ma per pura carità cristiana».

Quest’unico capo di imputazione gli procura nove mesi di terribile calvario e senza un processo. Il 13 marzo è condotto nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna dove rimane fino al 5 luglio; poi nel campo di concentramento di Fossoli, frazione di Carpi; il 4 agosto nel campo di Gries (Bolzano); il 7 settembre è deportato in Germania nel lager di Flossenburg nella Baviera orientale e poi nel sottocampo di Hersbruck dove aiuta come può gli sventurati compagni di prigionia e dove muore a 37 anni il 27 dicembre 1944 per setticemia dovuta a una ferita alla gamba.

Gli è vicino e lo assiste nei momenti estremi un altro campione del coraggio e della santità, Teresio Olivelli, anch’egli luminosa figura di partigiano cattolico, che morirà a Hersbruck il 17 gennaio 1945 per le botte ricevute da una guardia.

A casa in Emilia-Romagna Odo lo aveva salvato da morte, lo aveva nascosto in una baracca del fieno per sottrarlo alla fucilazione in rappresaglia dopo l’uccisione di dieci tedeschi, e lo aveva sfamato togliendosi il pane di bocca. Presto anche Teresio sarà proclamato beato. Prima di morire il partigiano riesce a trasmettere le ultime parole di Odo: «Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia diocesi, per l’Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo».

Di quei terribili mesi di prigionia rimane la testimonianza preziosissima di ben 166 lettere, pubblicate nel 1994, che Odoardo riesce a far pervenire alla moglie Maria, ai genitori e agli amici facendole passare sotto il naso dei tedeschi e gabbando la censura: in esse nessun cedimento, nessuna recriminazione per l’attività clandestina a favore degli ebrei. L’Unione delle comunità israelitiche italiane nel 1955 gli assegna la medaglia d’oro alla memoria per aver salvato tante vite innocenti, «prodigandosi attivamente e instancabilmente per un lungo periodo a favore degli ebrei, particolarmente per salvare quelli ricercati».

Nel 1969, insieme all’amico don Dante Sala, è iscritto nell’albo dei «Giusti tra le nazioni» a Yad Vashem di Gerusalemme.

Nel 1996 la diocesi di Carpi avvia la causa di beatificazione che procede spedita e nel 1998 passa a Roma. Il 10 maggio 2012 Benedetto XVI firma il decreto sul martirio. Nel 2007 l’Italia gli conferisce la medaglia d’oro al merito civile alla memoria. Splendida figura di laico cattolico, paga con la vita la coerenza cristiana e l’impegno per gli altri. Per vivere fa l’assicuratore; per apostolato lavora nell’Azione Cattolica; a tempo pieno è marito affettuoso e padre premuroso di sette figli; nella sua breve vita è un cristiano tutto d’un pezzo, sempre sereno.

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Commenti

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  1. Scritto da angelo f.

    Ore 16,42. Per ora, oltre al mio, nessun commento. Se invece di questo esempio, ci fosse notizia di brutti esempi, inevitabili, purtroppo nella Chiesa, chissà quante pagine di commenti. Comunque, nessuna meraviglia.