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Stendardo, il giocatore diventa paladino dei malati del “suo” sud

Il difensore dell’Atalanta scrive un editoriale per difendere la struttura ospedaliera della sua città d’origine, Agropoli, che rischia la chiusura: “È assurdo sacrificare i diritti umani di tanti cittadini per salvaguardare gli interessi politici”

Guglielmo Stendardo è un giocatore fuori dagli schemi. Non quelli in campo, che rispetta alla perfezione, ma quelli del prototipo del calciatore pettinato, patinato e anche un po’ ignorante. Dopo aver deciso, lo scorso dicembre, di saltare –contro il volere della società nerazzurra- la trasferta di Coppa Italia a Roma per sostenere l’esame di Stato per diventare avvocato, che tra l’altro ha superato brillantemente, Stendardo adesso scende in campo a favore della sua Agropoli. In particolare dell’ospedale della sua città di origine, che rischia la chiusura: una situazione che potrebbe creare grossi disagi a tutte le persone della zona.

Ecco l’editoriale che il difensore nerazzurro ha pubblicato sul quotidiano Agropolinews.it:

 

Il ridimensionamento dell’ ospedale di Agropoli e la trasformazione di un Ambulatorio di fondamentale importanza verso una guardia medica allargata rappresenta un duro colpo per il Cilento. È davvero assurdo e impensabile sacrificare e calpestare i diritti umani e inviolabili di tanti cittadini per salvaguardare gli interessi politici attraverso tatticismi e strategie indegne. Questa vicenda si trascina dallo scorso aprile tra presidi, sospensioni del provvedimento, ricorsi al Tar e mobilitazioni sociali. Una peripezia che è divenuta una storia civile e un’emergenza sociale, connotandosi di tratti etici e morali ben lontani dalle semplici implicazioni politiche e partitiche, affondando la loro ragione d’essere nella salvaguardia del diritto alla salute. Un diritto fondamentale dell’individuo, garantito e regolamentato dall’art. 32 della Costituzione, che tutela l’integrità fisica e psichica della persona e può essere fatto valere dai cittadini sia nei confronti dello Stato e degli enti pubblici che dei privati.

La lotta legata alla chiusura dell’ospedale di Agropoli non è limitata a una comunità singola e isolata, ma rappresenta una battaglia civile perché, in effetti, questo provvedimento, se nella sua unitarietà di fenomeno riferisce a un colpo sferrato a una specifica comunità territoriale, a livello macrocosmico, inserito in un sistema complesso di contesti e relazioni, è sintomatico di un vizio di malgoverno, che oggi tocca la realtà agropolese, ma domani potrebbe colpire qualunque altro comune. Una decisione impopolare, ma soprattutto immotivata e ingiustificata se si considera che nel piano attuativo approvato dalla Regione Campania non era prevista alcuna chiusura anche nel momento in cui si parlava di riduzione della spesa sanitaria.

Immaginabile lo sgomento e la reazione dei cittadini e dell’Amministrazione, che sin da subito si sono appellati alle massime cariche dello stato – il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta, il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin – per rivendicare i propri diritti di tutela e garanzia della salute. Il nosocomio è destinato a diventare un centro di primo soccorso e di riabilitazione.

Una riconversione che colpisce una struttura inaugurata pochi anni fa, perfettamente funzionante e completa dal punto di vista dell’offerta di servizi erogati in un comune come quello di Agropoli che conta 25.000 abitanti. Un provvedimento che sa ancora più di assurdo pensandolo in prossimità dell’estate quando il comune cilentano registra un notevole incremento di persone dovuto ai flussi di turisti: un periodo in cui una struttura ospedaliera completa ed efficiente diviene ancora più necessaria.

Pertanto, piuttosto che una chiusura e una conseguente riconversione volta a garantire la sola emergenza territoriale, era sicuramente più appropriato strutturare un miglioramento e un’implementazione delle prestazioni garantite ad Agropoli e ai 19 comuni limitrofi che fanno parte dell’utenza dell’ospedale. Per raggiungere i primi presidi ospedalieri – Eboli, Battipaglia, Vallo della Lucania – è, invece, ora necessario percorrere decine di chilometri, considerando che la Strada Cilentana versa in pessime condizioni ed è continuamente interessata da fenomeni di dissesto idrogeologico: trasportare in questo modo persone bisognose di interventi d’urgenza rappresenta un rischio elevatissimo che non si può correre quando in gioco vi sono vite umane.

Guglielmo Stendardo

Commenti

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  1. Scritto da damaten

    Le rispondo io al posto di Stendardo:è vero, in linea di principio, ciò che lei sostiene ma bisogna conoscere le realtà da vicino.Se per arrivare, in caso di urgenza, in ospedale eccellente ci vogliono 2h., non serve più. Sei già morto ! Qualsiasi ospedale, in quanto tale, dovrebbe essere almeno “decente”.Nel senso di dignitoso.

  2. Scritto da Berry

    E’ vero ma bisogna ammettere che una città di 20.000 abitanti con altri 19 paesi serviti che ha il primo ospedale ad oltre 30 km è un pò al limite , senza dubbio non ha riscontri qui da noi.

  3. Scritto da Nemo

    Signor Stendardo…voglio risponderle con un’altra domanda..lei preferirebbe avere un “ottimo” ospedale a 30 km da casa sua o un ospedale “scarso” a 2 km..perchè la domanda di fondo a cui ogni cittadino deve rispondere è solo questa. Un ospedale è fatto di professionisti, strumentazioni, efficienza…se manca anche solo uno di questi fattori..meglio chiuderlo. E poi basta con 20 ospedali che fanno tutto ma male…meglio 5, ciascuno specializzato in qualcosa…