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Omaggio ai Creedence tra nostalgia e schiettezza coi duetti di Fogerty

"Wrote a Song for Everyone" sembrava la classica operazione revival e invece a Brother Giober è piaciuto: John Fogerty propone il meglio dei Creedence Clearwater Revival insieme a Keith Urban, Miranda Lamber, i Foo Fighters....

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: John Fogerty

TITOLO: Wrote a Song for Everyone

GIUDIZIO: ***1/2

E che nostalgia sia! Perché tutti quelli della mia età hanno una canzone dei Creedence nella testa che li ripota a bei ricordi: chi Born on the Bayou, chi Who’ll stop the rain.

E alzi la mano il musicista che ha fatto parte di un gruppo che almeno una volta non ha suonato Proud Mary.

Insomma i Creedence e il loro leader John Fogerty rappresentano una bella fetta della storia del rock e hanno influenzato grandissimi musicisti i quali, per ringraziarli, ne hanno riproposto alcune cover come il Boss (Who’ll stop the rain?) o Ike and Tina Turner (Proud Mary).

Dopo più di quattro decenni di una grande carriera, un po’ altalenante negli ultimi anni soprattutto per le vendite (ma nessuno, commercialmente, è immortale), John Fogerty decide di proporre una carrellata di alcuni dei suoi maggiori successi attraverso l’abusata formula del duetto, ossia chiamando a raccolta altri artisti con i quali condividere l’esecuzione dei singoli brani.

Francamente quando ho letto la recensione entusiastica di Carù sul Busca non mi sono riscaldato più di tanto. Carù è un fan sfegatato di Fogerty e spesso, benché io lo consideri un ottimo critico musicale, eccede nelle lodi; ma quando anche la mia consulente più autorevole me l’ha consigliato ho pensato che una certa attenzione il lavoro la meritasse.

E devo dire che il disco dopo un paio di ascolti, disattenti e annoiati, ha cominciato a prendermi e a crescere nella mia considerazione sempre di più, tanto è che sono alcuni giorni che almeno una volta al dì me lo ascolto tutto e ciò nonostante una copertina orribile dove il colore della capigliatura di John è innaturalmente nero come la pece e i segni del botox più che evidenti.

Eppure non è male invecchiare con una certa dignità senza rendersi ridicoli. Ma vabbè questi sono altri discorsi che esulano dall’aspetto musicale.

Torniamo quindi alla musica. Perché un’operazione del genere spesso, in altri casi, priva di alcun significato artistico abbia avuto buon esito mi è abbastanza chiaro e cercherò di spiegarlo.

Prima di tutto si tratta nella maggior parte di grandi canzoni, di canzoni immortali.

Nel disco i classici ci sono quasi tutti e ci sono anche due canzoni nuove Train of Fools e Mystic Highway, la seconda in particolare di ottima fattura.

In più le versioni in alcune casi sono coraggiose e danno una versione del singolo brano che può piacere o meno ma che certo non lascia indifferenti.

In secondo luogo, gli artisti chiamati a collaborare: in alcuni casi si tratta di “grandi” in qualche modo debitori della musica dei “Creedence” (come Zac Brown, Keith Urban, Bob Seeger) mentre in altri casi frequentano mondi distanti ma ad ogni modo vivono di luce propria intensa e si mettono al servizio del singolo brano con umiltà, senza aver la presunzione di dover per forza dimostrare di essere bravi “a prescindere” (Foo Fighters, Jennifer Hudson).

La partenza è affidata a Fortunate Son che viene eseguita in duo con i Foo Fighters dell’ex Nirvana Dave Grohl. La versione è adrenalinica, poderosa, puro rock ‘n’ roll, una rilettura che rende il brano ancora perfettamente attuale, con un arrangiamento diverso da quello di tutte le canzoni successive e più orientato al country. Forse farà storcere il brano ai fans della prima ora ma catturerà l’attenzione e i favori di giovani appassionati di musica rock.

La canzone che però mi ha iniziato al lavoro è quella successiva, Almost Saturday Night eseguita insieme a Keith Urban, una stella del country. Ed è proprio Urban a far di tutto per rendere la versione molto vicina, nello stile, a quello che è il suo mondo . Così il brano scorre liscio come l’olio, un country roll (???!!) con banjo e mandolino in prima fila, estremamente piacevole, cantato divinamente, esaltante, che alla fine lascia una sensazione piacevolissima.

Lodi è eseguita insieme ai due figli Shane e Tyler, i quali probabilmente, non hanno la personalità per imporre una versione diversa da quella ideata dal padre. La rilettura è senza sorprese, del tutto simile all’originale. Però resta una grande canzone, dalla melodia estremamente accattivante.

Wrote a Song for Everyone, è il brano che dà il titolo all’intero lavoro. Non so quali siano state le ragioni alla base della scelta, certo che il brano va via che è un piacere, grazie anche alla voce di Miranda Lamber che si “mischia” perfettamente con quella di John, a una “steel” dalle note azzeccate, e alla chitarra di Tom Morello (Rage Against the Machine) autore di un solo nel mezzo del brano di sicuro valore ed effetto.

Ho un debole per la Zac Brown Band, un gruppo che frequenta i lidi del country ma che nei propri dischi, un po’ in controtendenza rispetto agli stilemi del genere, dà grande risalto alle improvvisazioni, alle jam. E così ero incuriosito dallo strano assemblaggio ma, alla fine, devo dire che la resa è invece notevole. Il brano, Bad Moon Rising, bello e noto di suo, acquisisce molto dalle parti strumentali e dalla voglia, che emerge in modo chiaro, di suonare e di divertirsi. Il ritmo è contagioso, gli assoli coinvolgenti, il violino e l’armonica presenti contribuiranno a regalarvi una grande allegria che vi prenderà il cuore.

Long As I can See the Light è un brano che ho iniziato ad ascoltare da poco. Me l’ha fatto apprezzare il mio avvocato e chitarrista, patito dei Creedence. Ammetto la mia ignoranza, non lo conoscevo ma ho recuperato alla svelta ed oggi lo adoro. La versione qui proposta, con l’intervento dei My Morning Jacket che dimostrano ancora una vola di trovarsi a loro perfetto agio quando ripropongono cover, è molto buona, molto lenta, l’atmosfera creata è suggestiva, le chitarre, che sostituiscono il sax dell’originale, filano che è un piacere e le voci si rincorrono incastonandosi perfettamente. Certamente una delle vette dell’album.

Born on the Bayou è riproposta con l’intervento di Kid Rock, un artista molto noto in America (non solo per le sue qualità artistiche ma, se non erro, per essere stato marito o amante di Pamela Anderson) autore di una produzione musicale discutibile, salvo essersi rifatto la verginità con alcuni degli ultimi dischi, invece, di un certo spessore. La versione è leggermente più grintosa dell’originale, anche grazie alla sua voce roca.

Train of Fools è l’altro inedito, un blues dall’arrangiamento piuttosto pesante che francamente non mi ha scosso più di tanto. Discreto brano ma nulla più.

I Dawes accompagnano Fogerty nella riproposizione di Someday Never Comes, una grande ballata dalla melodia assai ampia, che vive del contrappunto delle voci di Fogerty e di Taylor Goldsmith e di alcuni solo di chitarra azzeccati. Il brano è molto suggestivo e rappresenta uno degli apici dell’intero lavoro.

Who’ll stop the Rain, vede l’intervento di Bob Seeger, per me un grandissimo, che ne fa una cosa sua, forse troppo sua. Così il brano assume una connotazione pianistica che ricorda Night Moves ed altri hits del nostro. Ma certo è che quando le voci di Bob e John si alternano e si inseguono diventa impossibile trattenere i brividi.

Brad Paisley contribuisce a regalare una solidissima versione di Hot Rod Heart, veloce , essenziale come solo il rock ‘n’ roll, quando è suonato come si deve, è in grado di essere.

Have You ever Seen the Rain è forse la canzone dei Creedence che amo di più anche se, francamente, la versione del disco resa grazie al contributo di Alan Jackson è un po’ troppo compassata, troppo country e il violino nel caso specifico toglie quella freschezza che invece è la caratteristica del brano originale.

Chiude il disco Proud Mary: l’intro è affidato a Jennifer Hudson, una grande voce nera che ammicca inizialmente un po’ troppo a Tina Turner; ma quando è la volta di Allen Toussaint e della Rebirth Brass Band, la canzone acquisisce nuovi colori e nuove tonalità e diventa un classico del sud, di New Orleans, un qualcosa del tutto nuovo ma perfettamente riuscito.

Finisce così il disco di un arzillo settantenne che ha venduto nella sua carriera oltre 100 milioni di dischi e che ancor oggi gode dei frutti della sua carriera di autore essendo tra i più riproposti dalle varie band che si esibiscono in giro per il mondo.

Un artista che, nonostante ciò , ha avuto il coraggio di riproporsi in modo umile, schietto senza alcun atteggiamento da divo, mantenendo una grande dignità (a parte il botox).

Un disco bello, genuino, sincero che potrà essere l’ideale sottofondo alle calde serate (che prima o poi arriveranno anche) d’estate.

DA SCARICARE (se proprio non volete ascoltare tutto il disco): Almost Saturday Night

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE:

Eagles– Hotel California

Creedence Clearwater Revival – Cosmo’s Factory

Bob Seeger – Night Moves

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