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Rod Stewart: “Time” Bilancio in musica di una vita spericolata

A leggere questa recensione di Brother Giober vien voglia di ascoltarlo l'ultimo Rod Stewart, che torna dopo vent'anni a firmare (anche se non da solo) un album, magari non stellare ma vitale, piacevole e decisamente "suo".

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA : Rod Stewart

TITOLO: Time

GIUDIZIO: ***

Provo un grande affetto per Rod Stewart. E riconoscenza. È stato il testimone degli anni più belli della mia vita, di quelli più felici.

Le sua canzoni sono state la colonna sonora di estati spensierate, della preparazione notturna di esami universitari, di conversazioni tra amici sul futuro che ognuno, pur spaventato, presagiva per sé roseo, sono state il nostro viagra musicale per conquiste femminili che parevano impossibili.

E gli sono riconoscente perché alcune canzoni mi sono rimaste dentro, e le vado a sentire ogni volta che sono troppo triste (Sailing, The First Cut is the Deepest, You’re in my Heart) o troppo felice (Da ya Think I’m sexy?, Maggie May, Young Turks) e perché, al suo concerto all’Arena di Verona di qualche anno fa, uno dei più belli della mia vita, sono legato per mille motivi non tutti attinenti alla musica.

Certo un po’ il vecchio Rod fa incazzare.

A 68 anni suonati è ritratto in copertina con improbabili (per l’età) “all star” ai piedi mentre cammina pensieroso (finalmente!) rivangando il passato (Time appunto) ma dopo una vita spesa tra belle donne, eccessi divertimento e… calcio!

Ma probabilmente anche per lui è giunto il momento del ripensamento: “Ne ho fatte di stronzate …ai tempi dei Faces conoscevamo anche qualche limite, tanto per cominciare , non ho mai fatto sesso con i pescecani. Molte cose di tutti i tipi , ma davanti ai pescecani conservavo una mia moralità. Per il resto , io e i Faces ci avventavamo su qualsiasi cosa respirasse. O perlomeno, che avesse respirato nelle ultime 24 ore”.

E Time, dopo l’autobiografia uscita l’anno scorso, cruda per certi versi, è un diario intimo dove vengono ripercorse le varie tappe della sua vita, dai primi amori, alle cause legali di divorzio (credo si sia sposato almeno 4 volte ed abbia avuto 8 figli, il primo cinquantenne e l’ultimo di due anni), all’attuale compagna ancora un ex modella (tanto per non lasciarsi mancare nulla) con la quale, fatto strano per lui, è ancora sposato dopo più di dieci anni.

Rod Stewart ci mette del suo a infoltire la schiera degli oldies che sono tornati ad incidere e a lavorare in questi ultimi mesi con risultati tutt’altro che disprezzabili a voler dimostrare che, al di là della nostalgia, se si vuole ascoltare buona musica bisogna guardare, purtroppo, al passato.

Così dopo il ritorno di Bowie (ottimo), quello di Dylan (buono) di Knopfler (buono), di Clapton (buono) e di McCartney (sufficiente) e quello sul palcoscenico dei “Rolling”, di Springsteen, di Roger Waters e quello, per me , attesissimo di CSN, anche Rod ci vuol far capire che c’è, vivo e vegeto.

Time è il 28esimo disco di Stewart, che ha venduto in tutto il mondo più di cento milioni di dischi, ma è anche il primo dopo più di vent’anni a firma, seppur in collaborazione con altri autori, dello stesso artista.

Giunge dopo una serie di raccolte a volte insulse (Great American Song book dove il “nostro” si trasforma in consumato crooner e ci propina noiosissime cover di classici della canzone americana) e di inascoltabili dischi natalizi dove non ci viene risparmiato neppure un duetto virtuale con la divina Ella.

Time presenta dodici brani con una cover, Picture in Frame, del grande Tom Waits, tratta da Mule Variations.

La versione Deluxe contiene altre tre bonus tracks, tra le quali la nota Corrina Corrina, bellissima.

Il disco è tutt’altro che brutto, anzi, in molti episodi è assolutamente piacevole, forse un po’ troppo scontato nel senso che ci troverete tutto quello che vi aspettereste di trovarci in un disco di Rod Stewart, nulla di più, nulla di meno.

Così la title track, She Makes me Happy, dedicata, immagino all’attuale moglie, è divertente, scanzonata, felice ma richiama un po’ troppo, nel clima, a Maggie May, con quei suoni folk rock che sono un invito al sorriso ed a prendere la vita per il suo verso migliore.

Mentre Sexual Religion ripropone certe atmosfere disco rock che avevano raggiunto il massimo della sintesi in Da ya Think I’m sexy?, ma che anche qui producono un risultato finale tutt’altro che disprezzabile, seppur un po’ fuori dal contesto generale.

O ancora Finest Woman un rock ‘n’ roll che ci riporta diritti ai tempi di Hot Legs, pur con tutti gli attuali limiti vocali di Rod, (conseguenza dall’uso dissennato nel passato di steroidi, necessari per compensare l’esigenza, di non farsi prevaricare dal volume degli strumenti) e che ce lo riconsegna con la stessa vitalità e la stessa inesauribile carica di un tempo Brighton Beach, uno dei posti vacanzieri più ambiti del regno Unito, è il pretesto per cantare di un amore “pre grande successo planetario” quando Rod non era ancora Rod e l’amore non era ancora influenzato dalla disponibilità di ricche carte di credito; ed è l’occasione per una delicata ballata acustica con qualche reminiscenza folk , delicata come può esserlo il ricordo nostalgico di un’epoca irrimediabilmente conclusa.

It’s Over è invece l’amara riflessione sulle cose che finiscono… male: “ Tutti i progetti che avevamo sono finiti in fumo e andati per sempre, avvelenati da lettere dia avvocati – è finita. Sei stata mia moglie, la mia amante, è finita”. Il tono è greve, l’interpretazione partecipe, il brano che inizia in modo semplice, acustico, termina in un crescendo orchestrale, forse troppo carico. Ma la canzone è d’effetto, certo è che se non stai bene di tuo è un bel pugno nello stomaco.

E allora meglio ritornare all’allegria che è quella di Can’t Stop Me Now, un brano come tanti altri della discografia di Rod Stewart, pulsante, ritmico, scanzonato, forse un po’ troppo “radiofonico” ma tutto sommato piacevole. Chi ha avuto la fortuna di assistere ad uno dei suoi recenti shows sostiene che la versione live sia molto migliore.

Beautiful Morning è vigorosa, una canzone che attinge in parte dal folk e in parte dal soul, con un coro femminile in sottofondo che dà ulteriore ritmo all’insieme. Il pezzo è quanto mai facile ma capace di piacere e far danzare. Ottimo se si è di umore allegro e con un sax alla fine che dà ulteriore trasporto al tutto.

Make Love Me Tonight è una ballata di impronta, con tanto di violini e altri ammennicoli necessari a ricreare atmosfere celtiche. Il brano scorre via però veloce, fresco, facendoti rendere conto che quello che in realtà fa la differenza è proprio Rod e la sua voce. Una chitarra elettrica posta in mezzo al brano che ricorda alcune scorribande degli amati Allman Brothers Band lo fa ancor più bello.

Pure Love è una ballata pianistica, bella, intima, forse musicalmente un po’ troppo di effetto. Quello che proprio non mi è piaciuta è la coda orchestrale, veramente un colpo al cuore: va bene essere dolci ma la melassa va messa altrove.

È invece stupenda Picture in Frame, l’unica cover del disco nella versione “normale”. Il brano è del grandissimo Tom Waits, del quale nel passato Rod aveva già interpretato magistralmente Downtown Train. Questo brano non ne ha la stessa forza, né la stessa melodia ma l’interpretazione è grande quasi a voler confermare l’amore dell’interprete per l’autore. Grande atmosfera, grande pathos, solo un sussurro musicale ma di grande effetto.

Live the Life ci riporta agli anni Settanta: una ballata up tempo, quanto mai gradevole, fresca che scivola via lasciandoti un retrogusto dolce e, in testa, un ritornello (e un’armonica) che per almeno qualche giorno non saranno più dimenticati.

Resta la title track, ossia Time, una bella canzone, una ballata cantata magnificamente con un unico difetto: assomiglia un po’ troppo ad un’altra dei Rolling Stones, a voi indovinare quale. In definitiva un bel disco, magari non tutti i brani sono all’altezza ma la media è più che buona, con alcune punte di eccellenza.

A chi piace già Rod Stewart questo disco parrà un’opera degna, gli altri, se non si sono convinti prima, non cambieranno la loro idea.

A me è piaciuto.

DA SCARICARE (se proprio non volete ascoltare tutto il disco):

Picture in Frame

– SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE :

Eric Clapton – Old Sock

Rod Stewart – Atlantic Crossing

The Rolling Stones – Some Girls

Commenti

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  1. Scritto da Luca

    Se chiedete alla nuova generazione chi è Rod …penso che la maggior parte dei giovani non sà …ma se pensate che è stato un mito del passato allora tutto cambia, Buono e questo album a mio parere, in riguardo di critiche. E il tipico sound di Rod Steward, che volete di più !?!? Un prossimo singolo potrebbe essere Live The Life,….lo sto proponendo in radio.

  2. Scritto da Diego Perini

    “non cambieranno la loro idea”, infatti: bravo entertainer, ci si può accontentare. Non è necessario guardare al passato per la buona musica, p.e. il nuovissimo Kurt Vile. Oddio, quello del 2011 è ancora meglio! Passato anche per lui?

  3. Scritto da Giulio

    Peccato che abbia fatto un disco nuovo a Dicembre, perciò penso che i soldi non c’entrano affatto….
    Il problema è che in Italia questo grande autore e interprete non ha mai riscosso il successo avuto negli States ed in Inghilterra…. Peccato….
    Anche io concordo che Time sia un album sincero e superiore alla feccia a cui ci hanno abituato le nuove leve del rock moderno….
    Mitico Rod

  4. Scritto da bergamasc

    mi dispiace pensarla così, ma quando tornano dopo tanti anni di semi-inattività evidentemente è perchè hanno bisogno di soldi.