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Io, imprenditrice in Università: “Bergamo creda di più nei giovani” - BergamoNews
L'intervista

Io, imprenditrice in Università: “Bergamo creda di più nei giovani”

Simona Bonaldi amministratore delegato del Gruppo Bonaldi, siede da pochi mesi nel consiglio di amministrazione dell’Università di Bergamo richiama la città a credere maggiormente nelle potenzialità dell’ateneo orobico.

Siede nel consiglio di amministrazione dell’Università di Bergamo da pochi mesi, eppure – come i giri di prova di certe auto – Simona Bonaldi ha subito compreso le potenzialità dell’ateneo orobico: il motore della ricerca, le collaborazioni con le altre università, le ripercussioni per l’industria e l’economia bergamasca. E, come nei giri di prova, ha notato un “difetto”. Non indifferente: “Bergamo dovrebbe credere molto di più nella sua università”. Non è una critica, anzi, l’affermazione ha tutto il sapore di un punto di partenza dal quale partire per coinvolgere istituzioni, enti e il territorio. Pare un’impresa che non scoraggia questa donna che è amministratore delegato del Gruppo Bonaldi, tra i più importanti d’Italia nel mondo concessionarie con i marchi Lamborghini, Porsche, Audi, Volkswagen, Skoda e Seat.

Da pochi mesi siede nel consiglio di amministrazione dell’Università di Bergamo. Come si sente?

“Mi sento sono ancora in una fase di studio. Devo approfondire i meccanismi. Ma mi sento a mio agio”. Più sul banco di scuola o in cattedra? “Nessuna delle due situazioni. Mi sento parte di una squadra che siede attorno ad un tavolo, mi sento con tante altre persone con competenze ed esperienze diverse. È una miscela di idee, di bisogni e di soluzioni che non ti fa sentire per niente estranea ma parte di un progetto”.

Con la riforma si è passati da 19 a undici membri nel consiglio di amministrazione. Lo ritiene un numero adeguato?

“Sì, una squadra più snella aiuta. Devo sottolineare poi che è composta da cinque docenti (due donne e tre uomini), due studenti (un ragazzo ed una ragazza), tre imprenditori di cui due donne, io e Marina Rodeschini, oltre a Giulio Pandini, poi c’è il rettore Stefano Paleari. Mi permetto di sottolineare che gli studenti hanno praticamente quadruplicato la loro presenza: quando erano 19 i posti in consiglio di amministrazione c’era un solo studente, oggi ce ne sono due e siamo in 11 componenti”.

Com’è il rettore Paleari?

“È un rettore che crede moltissimo nell’Università di Bergamo e nella rete di atenei. Crede in un’università molto inserita nel territorio e nelle opportunità che membri appartenenti al mondo imprenditoriale possano portare all’interno dell’ateneo. Un obiettivo credo sia quello di inserire un sistema per quanto possibile simile a quello imprenditoriale nell’ingranaggio universitario. È una modalità che può aggiornare l’ateneo e allo stesso tempo aiutare i giovani che escono dall’università”.

C’è un’immagine ufficiale di Paleari che tutti conoscono, ma all’interno del Cda dell’Università com’è?

“E’ un rettore che fa spogliatoio, riesce a creare lo spirito di squadra”.

Con che cadenza vi trovate?

“Ci troviamo una volta al mese. Solitamente è una mattinata molto intensa. Ci sono dei progetti che hanno una storia pregressa e altri che invece stanno nascendo. C’è una grande sintonia e le scelte finora sono state prese all’unanimità”.

Avete già discusso della possibilità di creare un campus nell’ex area degli Ospedali Riuniti?

“No. Anche se siamo stati aggiornati sugli investimenti effettuati e sui progetti in corso in questi anni”.

Bergamo avrà mai un campus universitario? O sarà condannata per sempre alla diaspora delle diverse facoltà sparse per la città?

“Non mi fermerei ad un aspetto urbanistico o logistico. L’importante è che l’Università sia parte del tessuto della città. L’ambizione è quella di trasformare Bergamo da una città che ha un’università ad una città universitaria. È un concetto completamente diverso, ma su cui stiamo lavorando. Il tema del campus è quello che Bergamo vuole sviluppare, anche se qui si entra nel merito del discorso che sono le risorse”.

Bergamo città universitaria. C’è la possibilità di questa trasformazione?

“I grandi progetti si realizzano in un lungo periodo, in un triennio che è il tempo del mio mandato, potremo contribure, ma la trasformazione ha bisogno di più tempo. Io sono contenta di far parte di questa squadra che ha un’ambizione, un sogno per Bergamo e soprattutto per offrire e costruire un’opportunità per i giovani che saranno il futuro del Paese. Per anni ho ascoltato chi era più grande di me, oggi sto ad ascoltare chi sta dietro di me: i giovani”.

Si è laureata all’Università di Bergamo nel 1989. Quali sono le differenze tra allora e oggi?

“Io ho vissuto gli anni di Città Alta, un ambiente molto stretto che ruotava attorno a Piazza Vecchia. Oggi c’è un ateneo che è spalancato sull’internazionalizzazione, che punta a formare i nostri studenti all’estero e ha come riferimenti i migliori atenei all’avanguardia da cui impara. Mi sento parte di quel progetto di contribuire ad città universitaria con un campus, con studenti che svolgano esperienze all’estero e che possano portare nelle nostre aziende quel respiro internazionale che è di grande valore per svilupparsi”.

Bergamo non osa?

“Ancora poco. Bergamo e i bergamaschi sono prudenti per natura. Forse ci vorrebbe un po’ più di slancio e in particolare con l’università credere ed investire nelle possibilità dell’ateneo. Bergamo potrebbe accogliere anche laureati stranieri che portano un punto di vista nuovo e diverso, utile per crescere e sviluppare il tessuto sociale ed economico della città”.

Tra le decisioni recenti c’è anche il congelamento delle rette universitarie. Come è nata questa decisione?

“Questa domanda mi dà l’occasione per prima cosa di ribadire che le tasse universitarie di Bergamo non sono le più alte d’Italia, come alcuni sostengono. Per quanto riguarda il mantenimento attuale delle rette, senza quindi nessun aumento, devo dire che la decisione è stata presa all’unanimità e dopo aver valutato tutte le condizioni per giungere a questa soluzione. Il momento non è certo dei più facili con i tagli all’istruzione e la riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato, ma era importante dimostrare anche sensibilità verso gli studenti e le loro famiglie".

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