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Bergamo

Tettamanzi: “La clausura, un’intensa e affascinante esperienza spirituale” fotogallery

Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia del cardinale Dionigi Tettamanzi in occasione della celebrazione eucaristica per Santa Grata nella giornata di lunedì 13 maggio 2013.

Santa Grata, Omelia Bergamo, Monastero, 13 maggio 2013 Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia del cardinale Dionigi Tettamanzi in occasione della celebrazione eucaristica per Santa Grata nella giornata di lunedì 13 maggio 2013.

 

Carissime sorelle monache e fedeli tutti,

siate salutati nel nome del Signore Gesù e su ciascuno di voi scendano la grazia, la pace e la gioia di Dio nostro Padre!

È una grazia per me entrare per la prima volta in questo monastero di santa Grata, una grazia che s’accompagna ad una inevitabile curiosità: quella di poter conoscere, almeno un poco, la storia di questa santa e insieme la storia del monastero che da lei prende nome. Purtroppo le notizie certamente storiche al riguardo sono poche e non sempre tra loro concordi e comunque spesso ampliate con elementi leggendari. E questo sia in rapporto a santa Grata – santa particolarmente amata e venerata in questa Chiesa locale -, sia in riferimento al monastero che da secoli qui è sorto, cresciuto e tuttora vive ispirandosi alla spiritualità benedettina.

È certo, comunque, che le parole più belle destinate a risuonare nel nostro cuore in questa celebrazione eucaristica non sono quelle che ci possono venire dalla lunga e interessante storia di santa Grata e di questo Monastero, ma quelle che giungono a noi da Dio stesso: lui, infatti, nella sacra Scrittura riproposta dalla Liturgia della Parola ci svela il suo “volto”, anzi ci fa entrare nel suo “cuore”, rendendoci partecipi della sua stessa vita d’amore. In tal senso vogliamo raccogliere qualche spunto di questo singolare “dialogo” tra Dio che ci parla e noi che nella fede lo ascoltiamo, così come vogliamo far emergere qualche sentimento di questa affascinante esperienza spirituale che si attua nell’incontro personale del Signore con ciascuno di noi.

Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello Un primo spunto ci viene dal libro dell’Apocalisse (19, 1. 5-9). Giovanni ode “una voce potente” che si sprigiona in cielo da una folla immensa e che, esplodendo nella gioia, esce in questo grido: “Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio”. È una gioia che investe e s’impossessa di tutta questa folla sconfinata e la spinge ad emettere un grido simile al fragore di grandi acque e al rombo di tuoni possenti: “Alleluia! Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente”. E ancora: il grido viene scambiato dall’uno all’altro e condiviso da tutti, sì da renderlo più forte: “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria”. A questo punto a Giovanni viene svelato il “segreto”, viene indicata la ragione che spiega questo grido vibrante di gioia e intessuto di gratitudine: la ragione consiste nel fatto che “sono giunte le nozze dell’Agnello”, il perché è dato dall’amore sponsale che Cristo Signore nutre verso la Chiesa sua sposa.

L’Apocalisse lo dice apertamente: “la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente”; e subito precisa: “La veste di lino sono le opere giuste dei santi”. Il nostro brano dell’Apocalisse si conclude con l’invito che l’angelo rivolge a Giovanni: “Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!”. Tutto si fa chiaro per noi: il banchetto nuziale è l’Eucaristia. E questa è il vertice e la pienezza dell’amore con cui Cristo si dona totalmente alla sua Chiesa sulla croce, con l’offerta del suo corpo e del suo sangue.

Quel “beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” raggiunge e coinvolge tutti e ciascuno di noi. In verità Chiesa siamo noi, siamo noi la “sposa” di Cristo, siamo noi i chiamati all’incontro, al dialogo, alla comunione d’amore del Signore Gesù, sposo delle nostre anime. E così il segreto vivo e palpitante della nostra esistenza cristiana è quest’amore nuziale: prima che l’amore nostro per Cristo sta l’amore di Cristo per noi. Nella lettera agli Efesini l’apostolo Paolo ha parlato anche di noi, scolpendo con queste parole la nostra nuova e originale identità ricevuta dal Signore Gesù: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunchè di simile, ma santa e immacolata” (Efesini 5,25-27). Sono parole, queste, che si applicano in una maniera particolare per quanti ricevono dal Signore la vocazione specifica alla vita consacrata, ma che hanno pure una portata generale rivestendo così pieno valore per tutti e per ciascun cristiano a partire dal dono del Battesimo. Lo vogliamo sottolineare perché il nostro amore per il Signore Gesù sia sentito e vissuto in modo molto personale e concreto, con le sfumature stesse dell’affettività e del dono totale di sé. Il grande comandamento. In questo senso si esprime la pagina evangelica di Matteo (22,34-40) che ci riferisce la risposta di Gesù alla domanda postagli un giorno da un dottore della Legge: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Per la verità, noi non abbiamo affatto bisogno di porre questa domanda perchè ne conosciamo benissimo la risposta. Il problema invece che ci deve sempre interpellare – insieme scomodare ed entusiasmare – è se “il grande comandamento”, quello dell’amore, lo viviamo in fedeltà alle precise parole di Gesù. In realtà Gesù sottolinea anzitutto la totalità propria dell’amore per Dio: “Gli rispose: ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento”.

Gesù procede poi a mostrare l’unità inscindibile tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo: “Il secondo (comandamento) poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”. Non dimentichiamo peraltro la novità sorprendente e sconvolgente introdotta da Gesù, che ha trasformato il “come te stesso” nel “come Gesù”: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Come possiamo notare, la risposta di Gesù è limpidissima e del tutto incontrovertibile. Sono allora i nostri gesti concreti, è piuttosto il nostro vissuto quotidiano – quello che va dal Papa all’ultimo fedele della Chiesa, quello che tocca ogni uomo – che deve essere richiamato alla totalità e all’unità dell’amore indicate da Gesù. Il Signore ci chiede comunque di non lasciarci tentare dalla sfiducia per un amore che si rivela ancora molto parziale, povero e diviso, ma di abbandonarci umili e pieni di speranza alla grazia che Dio riserva sempre a tutti. Puntiamo piuttosto sul positivo, lasciandoci entusiasmare dalla bellezza di un’esperienza d’amore capace di rinnovare in profondità e in operosità la vita d’ogni nostra giornata. In questo senso ci sono di aiuto i richiami che l’apostolo Pietro ci consegna nella sua prima lettera (1 Pt 4,7-11).

Conservate tra voi una carità fervente Pietro ci pone in una prospettiva escatologica o di futuro: “La fine di tutte le cose è vicina”. Per questo insiste sulla necessità di essere “moderati e sobri”, potremmo dire di puntare sull’essenziale, sulle cose che veramente contano, senza lasciarci stordire e travolgere dagli eccessi vani e inconcludenti che non danno valore alla vita. Di qui il richiamo di Pietro a dedicarsi alla preghiera, all’incontro e al dialogo con Dio, cui segue l’impegno all’amore per il prossimo. Nella lettera dell’apostolo troviamo alcune sottolineature circa la carità che risultano di grande interesse per la nostra vita spirituale e pastorale, quasi un’estensione e un’applicazione di quanto siamo venuti sinora dicendo circa l’amore quale segreto vivo e palpitante dell’esistenza cristiana. “Soprattutto conservate tra voi una carità fervente”. Come a dire: l’amore autentico è un fuoco che brucia, un fuoco che ha la forza di spazzar via pigrizie, ritardi, rimandi, stanchezze, ripetitività; che di nuovo imprime slancio, entusiasmo, fiducia, coraggio, gioia. Pietro ricorre ad una motivazione biblica: la carità copre una moltitudine di peccati.

Infatti, là dove il comandamento dell’amore non ha ricevuto obbedienza, là può sorgere il rimorso e con il rimorso la forza di una conversione che colma le omissioni e che purifica l’anima. “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri”. Troviamo qui un’espressione molto semplice e concreta, capace però di rimandare oltre l’accoglienza nelle sue più varie forme materiali, come la casa, il lavoro, l’aiuto economico, ecc. per soffermarsi sull’accogliere nel suo senso più profondamente umano: si tratta, infatti, di aprire la mente e il cuore, prima ancora che le mani; si tratta di un accogliere che insieme è un “dare” e un “ricevere”, è una “dimensione” propria della persona come tale, ossia nella sua essenziale “relazionalità”.

In tal senso la parola di Pietro: praticate l’ospitalità “gli uni verso gli altri” si rivela quanto mai profonda, perché non riguarda semplicemente la reciprocità tra una persona e l’altra, ma la singola persona stessa che nell’accogliere si dona e che donandosi si arricchisce. È sulla scia di questa ospitalità che Pietro prosegue nel mettere in luce come i vari doni ricevuti dal Signore devono essere vissuti nel segno del servizio da rendere agli altri. “Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta al servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio”.

È la stessa dottrina ripetutamente esposta da san Paolo nelle sue lettere, che fanno luce sulla varietà dei doni e dei compiti nella vita e nella missione della Chiesa del Signore: non però una varietà e diversità competitive e conflittuali, che insidiano e mortificano il bene supremo della carità e quindi della comunione, bensì una varietà e diversità che nascono dall’unità, di questa vivono e a questa conducono. Ciascuno sia grato a Dio per la particolare vocazione ricevuta e nello stesso tempo si senta impegnato a svolgere la missione che gli è stata affidata. Davvero la Chiesa si presenta come un giardino dai molti alberi, fiori e frutti, come rilevava san Francesco di Sales: “Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna ‘secondo la propria specie’ (Gen 1,11).

Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa. Perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione. La devozione (la vita spirituale) deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta, bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona…” (Introduzione alla vita devota). Nella varietà dei doni e dei compiti – da religiosi o fedeli laici, nel sacerdozio o nel matrimonio – unica dev’essere la linea da seguire. Così la indica l’apostolo Pietro: “Chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli”. Vorrei concludere dicendo che di questa Chiesa di santa Grata mi ha colpito, in particolare, il bel portale del ‘500 sormontato dall’immagine in pietra della santa. Da un lato, con la mano destra tiene la testa tagliata di sant’Alessandro, dall’altro lato con la mano sinistra tiene il plastico della città di Bergamo. In questa immagine leggo un duplice aspetto, veramente fondamentale, della vita monacale. Il primo è il rapporto tra vita monastica e martirio cristiano: il martirio è la testimonianza a Cristo, una testimonianza di amore, di amore “sino alla fine”, ossia nel segno della totalità e definitività. Una grazia e una responsabilità, queste, offerte a ogni discepolo del Signore nella sua vita quotidiana, ma che assume una sua forma specifica in chi si consacra in totalità e per sempre a Cristo Gesù.

Il secondo aspetto dice il valore della preghiera monastica: questa, specie nella sua forma di “intercessione”, dice il prezioso servizio che il monastero offre alla “città”, al mondo umano delle persone, delle famiglie, delle comunità, dei paesi: un mondo travagliato sì dai suoi mille problemi e fatiche, ma insieme ricaricato di fiducia e di speranza per l’immancabile aiuto di Dio e del suo amore. Di questo duplice dono alla comunità cristiana e alla società siate ringraziate e benedette carissime monache di santa Grata!

Dionigi cardinale Tettamanzi

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