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Verità, amore, giustizia e libertà: l’attualità del testamento di Giovanni XXIII

Il 9 aprile del 1963 Giovanni XXIII firmò la sua ultima enciclica: la “Pacem in terris”. Mezzo secolo dopo le tesi di quest’enciclica sono ancora attuali

di Pier Giuseppe Accornero

La "Pacem in terris" è il testamento spirituale e morale di un grande Papa del XX secolo: cinquant’anni fa il Beato Giovanni XXIII la firma il 9 aprile e la promulga l’11 aprile 1963 (Giovedì Santo). Fu accolta, anche dal mondo comunista, con grande attenzione e vivo apprezzamento come un messaggio che esprime ideali nuovi, strategie innovative, concetti mai espressi, parole mai scritte, e lo fa con un linguaggio fresco e originale e con uno stile argomentativo.

Un appello che il vecchio e malato Papa consegnava all’umanità: morirà il 3 giugno e il 21 giugno sarà eletto Paolo VI.

È il punto di sintesi della prima sessione del Concilio (autunno 1962) ma anche la "fontana del villaggio" alla quale attingono le tre sessioni successive (1963-65). Le reazioni furono molto favorevoli perché quelli erano anni di paura, di terrore, di "Guerra fredda".

Nella notte del 13 agosto 1961 le truppe sovietiche costruiscono il Muro di Berlino che spacca la città in due: i tedesco-orientali fuggono all’Ovest verso la libertà. In un clima di sospetto e di diffidenza quel Muro attraversò il cuore dell’umanità e penetrò nelle menti creando divisioni che sembravano destinate a durare per sempre: invece il Muro sarà smantellato 28 anni dopo, il 9 novembre 1989.

Nel ’61 al leader sovietico Nikita Kruscev, che annuncia la ripresa degli esperimenti nucleari, risponde il presidente americano John Fitzgerald Kennedy con test nel sottosuolo e in laboratorio. Nel 1963 l’umanità usciva dall’incubo nucleare. Il 98enne arcivescovo Loris Francesco Capovilla, che fu segretario di Papa Giovanni, fa risalire l’idea dell’enciclica ai drammatici giorni di fine ottobre 1962, dopo l’apertura l’11 del Vaticano II: il mondo fu sull’orlo dell’olocausto nucleare per la crisi dei missili sovietici a Cuba quando, nel Mar dei Caraibi si fronteggiarono la Marina militare americana e le navi sovietiche. All’ultimo momento Mosca cedette.

L’enciclica identifica le condizioni essenziali per la pace in quattro precise esigenze dell’animo umano: verità, giustizia, amore, libertà.

La novità più vistosa è lo stile che argomenta sulla base della ragione e non solo della Rivelazione, particolare sottolineato dal Papa nel discorso della firma: "Sulla fronte dell’enciclica batte la luce della di­vina rivelazione che dà la sostanza viva del pensiero. Ma le linee dottrinali scaturiscono altresì da esigenze intime della natura umana e rientrano per lo più nella sfera del dirit­to naturale. Ciò spiega un’innova­zione di questo documento: è indirizzato non solo all’episcopato, al clero e ai fedeli di tutto il mondo, ma anche "a tutti gli uomini di buona volontà".

L’apertura e il respiro universale so­no la nota costante del Papa bergamasco e conferiscono al suo pontificato un presti­gio che proprio al suo tramonto rag­giunge il culmine. L’enciclica ridonda proprio del contenuto e dello stile giovanneo: fiducia nel­l’uomo, approccio po­sitivo alle trasformazioni storiche, comprensione per i travagli dell’umanità. Sottoli­nea i vincoli di unità tra gli uomi­ni – la dignità della persona e il bene della pace – i quali sollecitano il superamento delle di­visioni per instaurare rap­porti fraterni. Accrescono il fascino del documento autentici colpi d’ala che aprono nuo­ve prospettive, offrono motivi di speranza, provocano forte impressione nell’opinione pubblica. L’enciclica è articolata in cinque parti: "Rapporti dell’uomo con l’uomo; Rapporti degli uomini con i poteri pubblici; Rapporti delle comunità politiche tra loro; Rapporti degli uomini e delle comunità politiche con la comunità mondiale; Norme pasto­rali di immediata percezione".

Alla base di tutto c’è la per­sona, soggetto di diritti e di doveri "universali, inviolabili, ina­lienabili". Tra essi, per la prima volta in un documento pontificio, c’è il riconoscimento dei diritti della retta coscienza e del­la libertà religiosa in forma ancora generica, ma che fa da preludio alla "Dignitatis humanae", la dichiarazio­ne sulla libertà reli­giosa che il Vaticano II approverà il 7 dicembre 1965. Diritti e doveri sono indissolubilmente legati perché "ogni diritto naturale in una perso­na comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone".

C’è una visione dinamica dei diritti che nel tempo si chiariscono nella coscienza umana. Benché appena abbozzata, appare per la pri­ma volta l’espressione "segni dei tempi", destinata ad avere molta fortuna, collegata all’invito a scrutare il nuovo della vita sociale in una visione di svi­luppo dello spirito umano. Come segni dei tempi sono citati tre fenomeni: la promo­zione economico-sociale delle clas­si lavoratrici; l’ingresso della donna nella vita pubblica con la richiesta di essere considerata sempre come persona; la trasformazione dell’umanità con il superamento del colonialismo, delle discrimina­zioni razziali, dei complessi di inferiorità di un popolo verso un al­tro. Quelli erano gli anni in cui decine di Paesi rompevano il giogo del colonialismo e si rendevano indipendenti. Ed erano, soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Africa e Asia, gli anni in cui più vivacemente le classi e i popoli oppressi dal razzismo invocavano la fine della discriminazione. Elemento di forte rilevanza è il disarmo perché la pace non può fondarsi sull’equilibrio del terrore. In nome della giustizia, della saggezza e dell’umanità, Papa Giovanni chiede che "venga arrestata la corsa agli armamenti; si riducano simultaneamente e reci­procamente gli armamenti esisten­ti; si mettano al bando le armi nu­cleari; si pervenga al disarmo integrato da controlli efficaci".

Infine è pos­sibile la cooperazione anche con i lontani e con i non credenti. In questa chiave è la fondamentale distinzione giovannea tra errore ed er­rante, che è da rispettare perché conserva sempre la dignità umana. Anche la distinzione tra le false dottrine filosofiche e i mo­vimenti socio-politici consente collaborazioni fino ad allora impensabili: "Giacché le dottrine, una volta elaborate e defi­nite, rimangono sempre le stesse; mentre i movimenti, agen­do sulle situazioni storiche inces­santemente evolventisi, non posso­no non subirne gli influssi e quindi non possono non andare soggetti a mutamenti anche profondi".