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“Promised Land”: la denuncia di Matt Damon già vista ma originale

Il conflitto ambientalista, che è un po’ già visto nei film targati Usa, è qui mostrato con la sottolineatura dei due punti di vista, ed è questa la novità per il nostro Pap.

Titolo: Promised Land

Genere: drammatico

Durata: 106’

Regista: Gus Van Sant

Attori: Matt Damon, John Krasinski, Frances McDormand, Rosemarie DeWitt, Scoot McNairy

Voto: 6/7

Attualmente in visione: Capitol Bergamo.

McKinley è una cittadina americana costruita e vissuta intorno al mondo rurale. La scuola con la squadra di basket, i quattro negozi, la chiesa, le casette-copia e soprattutto l’immancabile pub-saloon per bere tutto quello che si può e dimenticare una vita piuttosto piatta fata di terra, terra e ancora terra.

Steve Butler è un dirigente neopromosso della Global, multinazionale che si occupa di trivellazioni e commercio del gas naturale. Il suo compito, intriso di frasi fatte e belle maniere, è quello di convincere e acquistare lotti di terreno ai contadini per procedere alla ricerca del petrolio gassoso. Ci riesce sempre, perché è convincente e soprattutto perché la recessione che ha duramente colpito le campagne americane costringe gli abitanti ad accettare per bisogno.

A McKinley non è così. C’è un ex insegnante che non è convinto della sicurezza garantita dalla Global e la notizia si diffonde creando opposizione, concetto mai incontrato dall’arrembante venditore.

In più ci si mette anche l’arrivo di un’ambientalista che utilizza gli stessi metodi di Butler: simpatia, affabilità, idee chiare e presenza.

Complicazioni in vista e sorpresa finale.

Promised Land è un film già visto che si inserisce nel filone ambientalista politico.

Il problema, o il pregio, è che è fatto molto bene e quindi il sapore del già scontato viene sopraffatto dalle immagini con una bellissima fotografia e una regia di tutto rispetto curata da Gus Van Sant.

Matt Damon, sceneggiatore insieme a John Krasinsky, affida a chi l’ha già diretto in Will Hunting, un film americano, in tutti i sensi.

Saranno stereotipi ma le cose stanno così e le bandiere a stelle e strisce sono sventolate ancora con orgoglio.

Le ballate country accompagnano campi lunghi di ampio respiro che fanno pace con gli Stati Uniti del capitalismo senza freni.

Nessuna sorpresa vedere che la prima mossa del venditore di gas e sogni è sembrare un contadino attraverso una camicia di flanella e la seconda è dare la mancia al politico locale. Si chiama globalizzazione della mazzetta.

Regia e sceneggiatura impongono equilibrio.

Nessuna esasperazione del conflitto ambientalista ma sottolineature dei due punti di vista quasi sempre con l’interessamento maggiore per le posizioni ed il pensiero del “nemico”.

I contadini capiscono il lavoro del rappresentante e Butler comprende subito che dieci ettari di terra significano tante cose.

Simpatia ed empatia attraverso struggimenti da una parte e rassegnazione dall’altra.

Equilibrio spesso nel Cinema fa rima con noia. Non è proprio così in quest’opera che avrebbe dovuto essere la prima alla regia di Damon, ma certo non vi sono picchi di emozione.

La proposta fa riflettere per l’ennesima volta che le sfumature contano come la sostanza e il passato deve essere contrassegnato da una naturale tutela.

Il mestiere del politico in fondo è questo. Come far coincidere la storia e le storie con il progresso e le nuove esigenze.

Su tutte queste belle parole piove un’infinita e appetitosa valanga di dollari. E qui si entra in un’altra dimensione.