Arte
Gli altari selvaggi del fotografo berbero Malik Choukrane
“Autels Sauvages” del fotografo berbero Malik Choukrane allo Studio Vanna Casati di Bergamo fino al 23 febbraio
Fiori di plastica, fotografie, pupazzetti, croci improvvisate, graffiti o semplici biglietti avvolti in chellophane e annodati ai pali dei semafori o ai guard-rail non sono che la tappa post moderna dell’eterno rito di commemorazione della morte violenta.
Qualcuno lo ha chiamato “bricolage del lutto” ed è talmente diffuso nei paesaggi di città e campagna da suscitare ormai, nella società della norma e della sanzione, dispute private, pubbliche e politiche, con ordinanze di sindaci per la rimozione, comitati per la regolamentazione, gruppi di resistenza per la tutela della memoria. E’ un fenomeno sociale di proporzioni tutt’altro che irrisorie, e l’arte non può ignorare un tema di tale potenza. Il fotografo di origini berbere Malik Choukrane è presente allo Studio Vanna Casati (via Borgo Palazzo 42) fino al 23 febbraio con una mostra dal titolo suggestivo “Autels sauvages”, letteralmente “altari selvaggi”, ossia scatti che immortalano gli effimeri segni del lutto disseminati nei campi e sulle strade del Belgio e d’Italia.
Centinaia le fotografie da lui scattate in viaggio tra la Vallonia e la Valcamonica, sulle tracce di queste forme di pietà che coprono almeno gli ultimi trecento anni di storia. In mostra è allestita una rappresentativa selezione, che coniuga centralità del paesaggio, estetica dello spazio e ricerca sul segno.
Ma in galleria si può acquistare anche un pregevole volumetto fotografico (edito da Galerie Koma di Mons, Maison de la Culture de Tournai, Galerie Ferlini, Studio Pievani) corredato di numerose fotografie, testi poetici dell’autore e saggi storico-sociologici tra cui un bell’intervento dello scrittore e pubblicista Giannino Botticchio, autore del volume “Oggi a me domani a te” cui si è ispirato anche Choukrane per la scelta di itinerari e percorsi della memoria.
La presenza della morte, proprio per la forza intrinseca nel tema, è sempre stata centrale nell’arte. Come si guarda alla morte determina il modo in cui si guarda alla vita e l’arte ha il compito di comporre questi estremi in una sintesi estetica, oltre che etica.
Ruolo delicato e non facile, che spesso nella produzione contemporanea va nella direzione di esorcizzare l’angoscia attraverso la metafora oppure in quella opposta di esporre con impietosa, provocatoria evidenza i segni del trapasso. Choukrane sceglie una via lirica e rispettosa delle contraddizioni dell’humana fragilitas sia di chi è scomparso sia di chi resta a commemorarlo, badando a iscrivere il senso della memoria e del dolore nel quadro di una riflessione sui percorsi dello sguardo individuale, del fotografo e dell’osservatore, e sulle rimozioni dell’inconscio collettivo.
Scorrono così davanti agli occhi, ma immersi e perduti nel paesaggio cui ormai appartengono, un’infinità di segnacoli, cippi e manufatti commemorativi, tribuline e croci dei morti, formelle e targhe del commiato, stele e lapidi alla memoria, edicolette di pietà, piccoli sacelli a cielo aperto, altarini del dolore, offerte che da evocative diventano quasi votive nel rito del quotidiano passaggio, tracce che la scaramanzia popolare vorrebbe invisibili e che forse per questo non hanno un nome solo di categoria, ma ne hanno un’infinità, quasi tanti quante sono le storie che raccontano.
Sono moderni cenotafi, certo, luoghi dell’omaggio e dell’onore a un morto lontano, “tombe” vuote di morti sepolti altrove – in quegli altrove che oggi sono i cimiteri e i luoghi preposti alla preghiera dei defunti, spesso sentiti poco vicini e inadeguati all’intensità viva del ricordo – proprio come quelle che ai tempi di Greci e Romani popolavano le coste in memoria di naufraghi mai rientrati e destinati a lasciare di sé solo l’eco nella voce del passante. Oggi la parola “cenotafio” non dice più niente a nessuno, ma solo perché la morte è ancora uno dei grandi rimossi del nostro tempo. L‘obiettivo del fotografo Choukrane non ha paure né tabù: con semplicità e rigore, senza tracciare netti confini tra sacro e profano, tra privato e pubblico, attesta una continuità di colloquio che resiste all’oblio di un mondo in continua accelerazione e restituisce, a chi vuole conoscerla, la verità della testimonianza.





