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Il viaggio, la musica e altre storie: il romanzo secondo Filippo Tuena

Filippo Tuena, scrittore raffinato, autore di "Stranieri alla terra" sarà a Bergamo giovedì 18 ottobre all'enoteca di Fabio Moretti nell'ambito della rassegna "Libri Vini & Spiriti". Stefano Calafiore l'ha intervistato.

Filippo Tuena sarà, protagonista giovedì 18 ottobre dell’incontro organizzato nell’enoteca di Fabio Moretti "Vini & Spiriti" in via Paglia a Bergamo nell’ambito della rassegna "Libri Vini & Spiriti". Stefano Calafiore l’ha intervistato.

 

Filippo Tuena: raffinato scrittore romano, vincitore nel 2006 del Premio Bagutta; l’ultimo libro pubblicato è "Stranieri alla terra", uscito a marzo scorso per Nutrimenti.

Cominciamo dal tuo rapporto con la scrittura: hai finora scritto e pubblicato molto ottenendo buone critiche e premi. Leggendo i tuoi libri arrivando fino a Stranieri alla terra, colpisce una costante ricerca verso la maturità narrativa. Si arriva ad un certo momento ad una consapevolezza del mestiere di scrittore?

Ho sempre pensato che dovessi fare un passo alla volta. Consapevole che lo scrivere si apprende scrivendo. Dunque nei miei libri ho, poco alla volta, sperimentato. Mi piace arrivare al limite consapevolmente. E, per scardinare l’idea di romanzo tradizionale, (obiettivo che ho sempre avuto in mente) bisognava che conoscessi bene il romanzo tradizionale. Esaurita quella fase ho cercato di proporre nuove soluzioni all’idea di romanzo.

Per Nutrimenti, casa editrice romana, curi la collana Tusitala pubblicando narrativa di avventura, biografie, resoconti di viaggio. Visto da qui, da addetto ai lavori in ambito editoriale, qual è la condizione dell’editoria negli ultimi anni?  

Nutrimenti appartiene a quella dimensione dell’editoria quasi artigianale. Facciamo una trentina di titoli l’anno (io ne sono responsabile di 5). Niente a che vedere coi numeri dei colossi. La piccola editoria è un po’ come le librerie indipendenti: lavora con pochi clienti affezionati, che si fidano delle proposte perché sanno che dietro ogni libro c’è una forte dose di passione. Facciamo solo i libri che amiamo e i nostri lettori se ne accorgono. Penso sia questo il modo per superare la crisi che c’è, forte, e non sembra di facile soluzione.

Arriviamo a "Stranieri alla terra": ha una struttura atipica per essere definito romanzo. Ci racconti come è nato?

Il romanzo precedente – Ultimo parallelo (che, per inciso, sarà ripubblicato dal Saggiatore a gennaio 2013) – era del 2007. Dunque ‘Stranieri alla terra’ raccoglie cinque anni di lavoro (ma anche di più, perché certe parti risalgono a quindici anni fa). Sono esercizi di stile, ma rappresentano anche il bagaglio di passioni che mi ha accompagnato in questi anni. E’ anche una proposta di romanzo nuovo. Le storie s’intrecciano, tra loro sono ricche di rimandi che un lettore attento percepisce.

La cosa che incuriosisce è la scelta dei personaggi con i quali apri il romanzo: Hemingway, Gericault, "Stonewall" Jackson e Beiderbecke. Hanno, in qualche modo, a che fare con te?

Come dicevo, sono tutti amori e passioni che ho coltivato in tanti anni. Géricault lo scoprii dodicenne la prima volta che andai a Parigi. Il fatto che li abbia descritti in momenti di difficoltà forse vuol dire che mi trovo a vivere la letteratura con difficoltà… che condivido con loro l’impressione di essere superfluo.

E, tra questi, il racconto forse più corposo lo dedichi al cornettista Bix….

Ho suonato la tromba per qualche anno – ma con esiti insoddisfacenti. E Bix era il mio modello di stile. I suoi assolo hanno una costruzione narrativa spiccata: raccontano una storia. Ho provato a mettere sulla pagina quel suo tono malinconico che nasconde però un fuoco interno.

Anche la ricostruzione storica e l’attenta ricerca fanno parte del tuo lavoro di scrittore?

Mi piace molto studiare, fare ricerche in biblioteca, in archivio, o se possibile sul luogo. E’ un modo per vincere la solitudine dello scrittore.

La seconda parte del romanzo, invece, è una vera e propria narrazione di un viaggio: non è solo un viaggio con la motocicletta verso Roma, ma un viaggio della memoria di Tuena scrittore.

E’ un viaggio che si perde in quindici anni di scritture. Ci sono rimandi ai miei libri, alla mia vita. Ma penso che non sia molto diversa da quella degli altri. I lettori possono ritrovarci qualcosa della loro esperienza.

E’ sufficiente avere un’urgenza di scrivere una storia?

Penso sempre che per fare un romanzo ci vogliano stile e passione. Dunque non basta l’urgenza. Occorre trovare lo stile giusto per raccontarla. Il mestiere dello scrittore è questo: trovare le parole adatte.

Quanto le tue letture influenzano la tua scrittura? E quanto, ma sembra evidente già da questo tuo romanzo, la musica?

Ho molta fiducia nelle capacità che l’arte ha di esprimere le difficoltà esistenziali, le pulsioni. Ma al tempo stesso, m’interessa l’aspetto privato degli artisti. Dunque, Bix è ritratto nel momento della sua afasia artistica; Géricault in una crisi affettiva; Hemingway alle prese con le sue paranoie; Jackson, immobile in un letto d’ospedale.

Filippo, luogo dell’incontro e della presentazione di "Stranieri alla terra" di giovedì sarà un’enoteca: buon vino e buone letture (o buona letteratura) si possono conciliare?

Scrivo di giorno, a mente fresca e lontano dalle ebbrezze. Ma tutto ciò che è bello si sposa perfettamente. E, passato il momento di concentrazione, è piacevole condividere le esperienze in maniera conviviale.

Ti stai dedicando ora ad un nuovo lavoro?

Diceva Romano Bilenchi: "E’ bene scrivere poco".

Stefano Calafiore

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