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Paul Simon a New York uno dei migliori “live” degli ultimi anni

Parola di Brother Giober che peraltro non è mai stato un grande fan della coppia Simon-Garfunkel. Ma stavolta il piccolo Paul gli ha preso il cuore. E l'ha fatto tornare ai meravigliosi anni Sessanta che ripropone nella play list.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Paul Simon

TITOLO: Live in New York City

GIUDIZIO: ****

Paul Simon non è mai stato tra i miei favoriti, soprattutto quando si esibiva in duo con Art Garfunkel. Ai tempi trovavo la loro musica bella, ma un po’ stucchevole. Le storie della “signorina Robinson” e “dei ponti sull’acqua turbolenta” non solleticavano la mia fantasia né soddisfacevano in modo particolare la mia esigenza di ritmo, di “anima”.

Poi un giorno i due, all’apice del successo, decisero di dividersi ed iniziarono una carriera solista dagli esiti ben diversi. Art Garfunkel , solo interprete, finì presto nel dimenticatoio, mentre il piccolo e insicuro Paul Simon, autore di indubbie doti, prosegui un percorso in grado di riconoscergli numerose soddisfazioni.

Questa seconda parte della vita artistica attirò le mie attenzioni solo quando venne pubblicato Graceland, un album straordinario, con il quale Simon riuscì a realizzare una sintesi perfetta tra i ritmi africani e la melodia pop. Un lavoro essenziale per tutti quelli che si vogliono avvicinare alla musica leggera moderna e che non dovrebbe mancare in qualsiasi raccolta di dischi che si rispetti.

Da allora la sua musica ha assunto colori diversi, nuove tonalità e si è aperta ad altre influenze uscendo dagli angusti confini della canzone d’autore americana, sino all’ultima prova di studio So Beautiful or So What dell’anno scorso, un gran bel lavoro.

I dischi dal vivo invece mi hanno sempre entusiasmato, almeno come idea di partenza. Approcciandomi a una prova live su disco ho sempre avuto la speranza di riuscire a cogliere nella registrazione le stesse emozioni, il medesimo coinvolgimento che talvolta ho provato guardando l’artista esibirsi. Inoltre queste registrazioni danno, solitamente, la possibilità di riascoltare tutti insieme i maggiori successi di un artista in versione diversa. Due considerazioni che hanno attratto sempre il mio interesse verso questi tipi di lavori.

Devo dire che solo poche volte l’aspettativa è stata premiata (Little Feat, Il Boss, Bob Marley, CSN&Y, Van Morrison, Lyle Lovett, Willy De Ville, Tedeschi Trucks Band e pochi altri) ma in quei pochi casi il disco è andato immediatamente a presidiare le posizioni più alte della mia classifica personale.

Oggi Paul Simon ha superato i settant’anni (per la precisione ne ha settantadue) ed esce con questo disco live risultato della registrazione di un concerto in quel di New York. Il risultato finale è eccezionale per una serie di motivi che risiedono nella bellezza delle canzoni, nella straordinarietà della band, nella qualità della registrazione. E vi divertirete moltissimo perché avrete modo di riascoltare alcuni classici della canzone americana in arrangiamenti sontuosi, eleganti, frutto della partecipazione alla registrazione di un gruppo di musicisti straordinari che sono Tony Cedras (tromba , fisarmonica, tastiere), Jamey Addad (percussioni), Bakithi Kumalo (basso), Vincent Nguini (chitarra), Jim Oblon (batteria), Mick Rossi (piano, hammond), Andy Snitzer (sassofono , flauto), Mark Stewart (chitarre, sax, strumenti a fiato), i quali, pur non essendolo, rendono come una big band nei brani più movimentati (Mother and Child Reunion) e come un combo acustico in quelli più intimisti (Sleep Slidin’ Away).

La questione è che ognuno di loro suona in modo divino, senza alcuna sbavatura, con interventi sempre precisi e puntuali nonostante il repertorio passi con una disinvoltura disarmante dal reggae, al blues, al jazz, alla canzone d’autore, alla musica etnica regalando pura gioia alle orecchie dell’ascoltatore.

Le canzoni. Ci sono più o meno tutte quelle famose e manco una che faccia scendere il livello del disco sotto l’eccellenza: così vi sarà impossibile non battere il piede, felici, all’intro di The Obvious Child, con quelle percussioni che variano di intensità e ritmo per lasciare posto alla voce, o chiudere gli occhi mentre Paul intona Dazzing Blue con la voce esile che teme di invadere la musicalità del brano e che sfocia in 50 Ways to Live your Lover con il refrain sottolineato dai fiati che sembrano rubati a Lyle Lovett.

E non potranno non emozionare le atmosfere sospese di So Beautiful or so What o non far muovere, il ritmo reggae di Mother and Child Reunion, una canzone che proprio fatica a saper di già sentito e che ogni volta che la senti di dà sensazioni nuove.

Heart and Bones è solo sussurrata con quella “chitarra gentile” che senza invadere accompagna la voce di Simon il quale sempre con modi discreti ci ricorda che Sleep Slidin’ Away è comunque una grande canzone.

Ma c’è posto anche per il ritmo di Boy in the Bubble e per le atmosfere di Diamonds on the Soles of her Shoes, sette a passa minuti di sonorità africane, di ritmo e colori che lasciano storditi e, alla fine, appagati.

Non può mancare una riproposizione di The Sound Of Silence, immortale, che viene ulteriormente “asciugata”, rispetto alla versione originale senza che sia concessa la minima enfasi.

Kodachrome e Late in the Evening sono puro trasporto ritmico e ti fanno venire voglia di cantare insieme all’artista, accompagnandolo. Chiude Stll Crazy after All These Years bella e dolce, che ci fa andare a casa tutti ancora vogliosi della musica di Paul Simon.

E il bis? Non c’è. Sul “Busca” ho letto che nel concerto è stata riproposta una versione molto bella di Here Comes the Sun di beatlesiana memoria, che però, purtroppo nel disco manca, credo, per problemi legati al diritto di autore.

Comunque resta questo un grandissimo disco, uno dei più bei live degli ultimi anni, grande musica, grandi canzoni e un’oretta e mezza di divertimento assicurato. Di questi tempi è molto (“tanta roba” non lo scriverò mai!).

Brother Giober

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE

Crosby Stills Nash – 2012 (Live)

Lyle Lovett – Live in Texas

Van Morrison – Moondance

ALTRO (dischi dimenticati, nascosti e meritevoli di menzione, oppure no )

Kiss – Monster *** ½ Devo avere qualche problema! Mai avrei detto che un giorno avrei ascoltato (e recensito) un disco dei Kiss. Sarà forse la nostalgia, l’arrabbiatura per le cose che non vanno, che mi hanno spinto a scaricare l’ultima opera dei nostri che sono una vera e propria macchina da soldi; una “case history “ per ogni corso di economia aziendale, tanto sono state e sono ancor oggi le loro capacità di tramutare tutto in oro. Tornando alla musica, con sorpresa, ascoltandoli, mi sono divertito. Una musica senza pretese, ma nel genere è ben fatta e diverte, fracassona, con le chitarre tirate al massimo e la batteria e il cantante che ti spaccano i timpani. Però nell’insieme funziona e senza accorgermi mi sono ritrovato ad alzare in alto (poco per la verità) la gamba e a ondeggiare con il busto all’indietro a mo’ di chitarrista heavy metal. Ma il coraggio di ammetterlo ai miei figli non l’avrò mai…. 

Diana Krall – Glad Rag Roll ** l’artista ha una serie di fortune: è innegabilmente bella, è dotata di talento fuori dal comune, è ricca. In più è sposata con un genio (Elvis Costello). Alcune di queste ragioni le suggeriscono, probabilmente, di continuare nel proprio esercizio di stile che le garantisce grandi vendite e qualche soddisfazione di critica. Personalmente trovo tutto molto noioso, di routine e l’insieme non mi emoziona neanche un po’. Tanta tecnica, molta eleganza e zero anima. Peccato.

Return to Forever – The Mothership Returns *** Ai tempi se la giocavano, per la palma del miglior gruppo jazz-rock, con i Weather Report di Joe Zawinul e la Mahavisnu Orchestra di John McLaughlin. Tra i tre amavo di più le ultime due formazioni citate ma anche i Return non erano niente male. Dopo molti anni ritornano dal vivo con la formazione originale tra cui Chick Corea (tastiere) e Stanley Clarke (basso). Il disco è molto più bello di quanto potessi immaginare anche se le atmosfere sono un po’ deja vu. Coloro che però amano il genere resteranno certamente soddisfatti.

PLAY LIST: Anni ‘60

Van Morrison – Brown Eyed Girl

Jefferson Airplane – Somebody to Love

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

Rolling Stones – Let’s Spend the Night Together

The Beatles – A Day in the Life

Aretha Franklin – Respect

John Mayall – Room to Move

The Beach Boys – God Only Knows

The Buffalo Springfield – Kind Woman

Janis Joplin – Me and Bobby Mc Gee

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