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“Start up, scommessa sui giovani e sull’Italia: ora basta scuse” fotogallery

A Bergamonews (e a BergamoScienza) Alessandro Fusacchia, consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, promotore di un metodo innovativo di lavoro che ha portato al decreto 2.0.

"Come Governo abbiamo scommesso sulla competitività, sull’intraprendenza, sulle qualità del Paese. Non vogliamo avere scuse, non vogliamo dire «non si può fare, non siamo in grado». Ora speriamo che tanti cittadini e tanti giovani prendano questo come uno stimolo: tutti devono contribuire a cercare di cambiare il Paese". Alessandro Fusacchia, consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera e coordinatore della task force per le start up, riassume così la svolta che sembra ormai necessaria per cambiare quel "sistema Italia" che ci ha condotti sull’orlo del baratro.

Invitato come relatore alla kermesse Bergamo Scienza 2012, nella giornata di mercoledì Fusacchia, 34 anni, uno dei più giovani esponenti del governo Monti, è stato ospite della redazione di Bergamonews, per parlare del Decreto Legge sulla crescita economica presentato solo pochi giorni fa in Consiglio dei Ministri a Roma.

Il ministro Passera l’ha voluta al suo fianco come consigliere su giovani, innovazione e merito. E lei si è focalizzato soprattutto sulle start up: cosa sono?

Le start up sono imprese a un livello "embrionale": necessitano di capitali e personale ridotti, ma hanno le potenzialità per crescere ed espandersi. Sono moltissimi gli imprenditori che, anche in Italia e nella provincia di Bergamo, creano dal nulla un’impresa nel campo dell’ingegneria, delle biotecnologie, dell’informatica, e si trovano a fare i conti con costi insostenibili e una burocrazia soffocante.

E cosa c’entra il governo con le start up?

Possiamo vedere le nostre nuove aziende come delle nuove creature  dobbiamo dar loro il tempo di crescere. Se si munge un vitello lo si ammazza, bisogna dargli il tempo di farsi le ossa. Allo stesso modo, dobbiamo dare respiro alle start up e agli imprenditori che le hanno create. Bisogna agire in fretta però: non possiamo più rimandare e non c’è tempo per fare cose non indispensabili. Proprio in quest’ottica sta lavorando la task force di dodici esperti che abbiamo creato per dare supporto alle start up italiane. Da mesi di studi e ricerche di questo gruppo di lavoro è nato il Decreto Legge per la crescita economica presentato a Roma nei giorni scorsi e consultabile liberamente online, chiamato "2.0" in quanto basato principalmente sullo sviluppo e sulla promozione delle nuove tecnologie.

Ci racconti il decreto in sintesi.

Il decreto prevede investimenti nelle infrastrutture, nella pubblica amministrazione, nell’educazione, ma è incentrato soprattutto sulla digitalizzazione e sul supporto alle start up innovative.  Ovviamente per rilanciare la produttività bisogna agire su molte leve diverse, lavorando a 360° su istruzione, giustizia, e così via, bisogna pensare al futuro di tutto il Paese. Il Governo ha scommesso sull’Italia. Pensiamo sia pronta per recepire impulsi positivi e abbia davvero bisogno di innovazione e cambiamento.

"Cambiamento" è una parola molto usata ultimamente…

Noi intendiamo il cambiamento come scossa dal punto di vista culturale. Incominciamo a convincerci che nel Paese possiamo fare le cose diversamente, che non sempre tutto quello che è in Italia è male e quello che viene creato all’estero sia fantastico. Dobbiamo smetterla con questa "sindrome del pigmeo", con quest’idea di unicità per cui noi siamo sempre speciali, sempre più sfortunati degli altri. Siamo persone normali che, se si dotano di buona volontà e di strumenti concreti, possono fare delle cose egregie. Del resto abbiamo un sostrato imprenditoriale spesso persino migliore di quello di altri paesi: ora abbiamo bisogno di farlo sbocciare.

A che tipo di imprese e imprenditori si riferisce?

Questo è un messaggio da far passare: il Decreto 2.0 non mira solo alle start up digitali. Quando parliamo di start up, stiamo parlando di imprese che operano in campo biomedicale, nel campo della robotica, dell’informatica, tutte quelle imprese insomma che rinnovano il tessuto produttivo italiano e fanno innovazione tecnologica.

Quali sono i criteri usati nel Decreto Legge per separare le start up che fanno innovazione dalle piccole e medie imprese che già conosciamo?

Nel testo del decreto sono stati inseriti diversi parametri rigorosi per definire le start up che potranno accedere al supporto dello stato. Devono innanzitutto essere società di capitali con sede in Italia, controllate almeno al 51% da persone fisiche, così da evitare i fenomeni delle "scatole cinesi"; devono anche fatturare meno di 5 milioni di euro all’anno. La loro innovazione viene invece definita su più basi: ad esempio, devono investire in ricerca e sviluppo almeno il 30% del fatturato, oppure devono avere almeno 1/3 della forza lavoro rappresentata da dottori di ricerca o ricercatori. Il supporto statale è inoltre limitato a un periodo di quattro anni per evitare l’assistenzialismo, per evitare di distribuire soldi pubblici a pioggia: dopo quattro anni le start up escono dal progetto e diventato imprese come tutte le altre. Come vedete i parametri sono diversi. Abbiamo lavorato creando una maglia stretta per evitare che sotto la dicitura di "start up innovativa" si intrufoli di tutto, ma non troppo stretta per non soffocare l’iniziativa privata. Ad ogni modo puntiamo alla trasparenza nella definizione di questi criteri: per questo sono pubblici e pubblicati sul sito del Ministero, così come nomi e cognomi dei dodici esperti esterni e interni alla Pubblica Amministrazione che hanno lavorato nella task force. C’è anche un indirizzo e-mail per permettere a chiunque di inviare un commento, un’opinione, una critica.

L’ultima legge di stabilità, varata da poche ore, serve a finanziare questi progetti?

No, il Decreto 2.0 è stato approvato il 4 ottobre, verrà firmato dal Presidente della Repubblica e sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Da quel giorno ci sono sessanta giorni per la conversione in legge. Io credo che il testo, che verrà molto probabilmente emendato in parlamento, diventerà persino migliore di come è ora. In ogni caso i soldi che abbiamo deciso di stanziare sono limitati, ovviamente ragionando in termini di economia di stato: circa 200 milioni di euro dovrebbe essere il costo totale per il Paese, per giunta combinato con investimenti privati. Il tutto seguirà logiche di mercato e per questo abbiamo la certezza che non sarà un fondo a perdere, ma darà i suoi frutti abbastanza rapidamente.

Ma l’Italia, spesso tra i fanalini di coda in Europa per quanto riguarda nuove tecnologie e innovazione, saprà cogliere queste nuove sfide?

Come Governo stiamo lavorando nella consapevolezza di aver preso le redini del Paese quando versava in una situazione a dir poco drammatica, non tanto per il rischio default dello scorso ottobre 2011, ma soprattutto perché ormai arrugginito, aggrovigliato, complicato. Abbiamo dovuto lavorare su moltissimi fronti in poco tempo, cercando di fare il massimo in dodici mesi. Da tempo cerchiamo di fare sistema, ogni elemento dello stato deve fare la propria parte. Istituzioni e privati cittadini devono collaborare con metodo, non bisogna più nascondersi o fuggire dai problemi. Per questo è nata la task force, creata proprio con gli stessi meccanismi di una start up: competenza e voglia di innovazione. Abbiamo dimostrato che metodi diversi permettono di arrivare a risultati diversi.

Che ruolo avranno le nuove generazioni?

Se parliamo alle nuove generazioni, parliamo ai ragazzi che hanno oggi 17-18 anni, che stanno finendo le scuole. Ragazzi, dovete investire su di voi, rischiare, impegnarvi. Ve lo dice un’Istituzione, un Governo che, prima di dirlo a voi, investe e rischia in prima persona. Vi stiamo preparando un Paese che offre qualche opportunità in più rispetto al Paese che vi hanno descritto negli ultimi dieci anni. Non pensate ad un mondo fatto da "università che vi piacciono" e "università che danno lavoro": i lavori che potrete fare fra cinque anni, oggi non esistono ancora. Buttatevi su ciò che vi piace e credeteci fino in fondo. Dobbiamo creare un mercato delle opportunità: fai tante cose, e puoi avere successo; fallisci, e puoi farne altre. Non pensate che la normalità sia lo sfacelo che vediamo attorno a noi, la disoccupazione, i lavoretti a stipendio minimo. Il Paese può funzionare in modo diverso, e se collaboriamo tutti assieme funzionerà in modo migliore.

Roberto Mazzola

Commenti

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  1. Scritto da silvio rigoni

    Articolo ben strutturato e dai contenuti particolarmente interessanti.
    Fa un certo effetto leggere delle risposte esaurienti a domande assolutamente centrate. Certamente questo giovane appartenente alla ns. classe politica sembra essere fatto “di un’altra pasta”
    Speriamo che alle belle parole facciano seguito altrettanti fatti……

  2. Scritto da Marco

    Complimenti per l’articolo. Mi auguro che lo “sviluppo economico” in Italia possa tradursi in una realtà concreta.

  3. Scritto da Chiara

    Un bellissimo discorso, non c’è che dire. Per quel che mi riguarda da fine maggio, quando ho avuto un’idea innovativa nel campo dell’enogastronomia e del turismo (e dico una vera idea innovativa, non una di quelle cagxxx definite innovative) ho trovato, insieme al mio socio, tutte le difficoltà possibili. Noi, due giovani sotto i trent’anni con il cuore pieno di sogni siamo andati avanti. Oggi, una settimana prima della fondazione della società, che essendo una Ssrl ha trovato notevoli intoppi (tanto per cominciare nessun notaio vuole lavorare gratis per aprire una società semplificata quindi trovarne uno ha avuto dell’epico), vi dico che di fondi per le Ssrl non ne esistono.
    Chiara Bassi