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Mumford & Sons: un fiume in piena difficile da catalogare

"Babel" è la seconda, bella, prova di un giovane gruppo londinese che si potrebbe definire in stile new folk. E questa settimana la play list di Brother Giober gioca col cuore e il soul.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Mumford & Sons

TITOLO: Babel

GIUDIZIO: ***1/2

Sono sincero se dico che prima dell’uscita di questo album non avevo la minima idea di chi fossero Mumford & Sons ed è probabile che mi sia perso qualcosa. La mia attenzione è stata catturata negli ultimi mesi da alcuni articoli sulla stampa specializzata che annunciavano con grande enfasi l’uscita del nuovo lavoro e così ho cercato di documentarmi in modo adeguato.

Mumford & Sons sono un gruppo londinese formato nel dicembre del 2007. Composto da Marcus Mumford (voce, chitarra e batteria), Winston Marshall (voce, chitarra e banjo), Ben Lovett (voce, organo e tastiera) e Ted Dwane (voce e contrabbasso).

Il loro album di debutto, Sigh No More, del 2009 ha avuto un notevole successo di critica e di pubblico ed ha raggiunto le prime posizioni della classifica britannica e di quella statunitense. Un successo frutto del passaparola, lento, capillare e quindi solido, accompagnato dal favore della critica specializzata.

Dopodiché il gruppo è partito per una lungo tour, durato più di tre anni, e ha utilizzato le pause tra una data e l’altra per registrare Babel, l’atteso seguito all’album d’esordio.

Babel è quindi il secondo lavoro, tanto atteso. Bello? Decisamente.

I Mumford & Sons fanno una musica difficilmente catalogabile. Potremmo chiamarla new folk ammesso che le definizioni abbiano un minimo di senso, poiché trattasi di musica essenzialmente acustica, che vede l’utilizzo di strumenti tradizionali come il banjo. Ma forse sarebbe forse un po’ restrittivo perché la musica di Mumford & Sons produce i medesimi effetti di un fiume in piena (di note), impetuoso, pericoloso, che non lascia tranquilli.

Così è la loro musica, rapida, pervasa da un filo di tensione sempre presente che rende incerti, attoniti. Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere la loro musica è “intensa”. La loro musica è “intensa”, ricca di pathos, di anima. Una musica profonda , spessa.

Non c’è un brano che emerge sull’altro. Commentando l’ultimo disco di Mark Knopfler avevo scritto che era pieno di buone canzoni ma che l’ascolto dell’intero album avrebbe potuto annoiare. Qui è esattamente il contrario: per assaporare la musica di Mumford & Sons è necessario sentire l’intero album, con attenzione, per apprezzarne il clima, l’atmosfera. Ascolti superficiali non consentirebbero di catturare la bellezza del lavoro.

La prima volta che l’ho sentito, in auto, mi ha ricordato un capolavoro del passato: Grace di Jeff Buckley uno dei più grandi album di sempre e Astral Weeks di Van Morrison un lavoro seminale. Oddio Babel non è a quei livelli ma è un gran bel disco.

La formazione rispetto al primo album non ha subito variazioni e la produzione è stata affidata ancora a Markus Dravs già presente nel primo album.

Il disco esordisce con la title track, Babel, una grande canzone, di base pop ma con un arrangiamento acustico che in qualche modo la nobilita. Il riferimento a Grace di J. Buckley è qui presente più che in ogni altro brano del disco. La composizione cantata con trasporto va veloce con chitarre acustiche e mandolino in primo piano. Le pause e le ripartenze, frequenti, renderanno certamente il brano uno dei più richiesti nelle esibizioni live.

Il secondo brano è Whispers in the Dark, forse un po’ troppo simile al precedente nella struttura. Anche qui la velocità è tirata al massimo con il mandolino che travolge con un nugolo di note e di accordi sparati a velocità supersonica. Bello, ma meno del brano precedente.

I Will Wait potrebbe essere il brano che “spacca”. Qui è presente una maggiore liricità, il ritornello è azzeccato e le parti lente di grande atmosfera. Qualche affinità con la musica di Counting Crows e di Decemberists affiora qui e là.

Holland Road ha un inizio lento, la voce di Mumford è più sofferta, ma è solo un attimo, perché poi il brano “prende quota” il mandolino riprende il suo ruolo di protagonista ma come nelle altre composizioni del disco, il suono non è gioioso, né rassicurante, anzi le sue note contribuiscono ad accentuare il clima di tensione.

Ghosts that We Knew è un brano più lento e rarefatto dei precedenti, dove sono percepibili alcune note del piano che insieme all’irrinunciabile mandolino offrono una cornice di dolcezza. Bello.

Lover of the Light è soul, è gospel nonostante la strumentazione di riferimento non cambi, ma è l’atteggiamento del cantante che stupisce e che convince.

Lovers’ Eyes vive di cambi di ritmi e di atmosfere. La strumentazione e gli arrangiamenti sono più sontuosi ed il brano si fa apprezzare soprattutto per la sua varietà.

Reminder è una ballata acustica più convenzionale basata essenzialmente sui suoni timidi di una chitarra che fa da sfondo alla performance vocale di Mumford. Un acquarello, un bozzetto appena accennato che però coglie il segno.

Hopeless Wanderer: l’inizio è solo piano e voce, ma l’ingresso della seconda voce fa acquisire al brano maggiore maestosità. Nella parte centrale il brano prende una forma maggiormente definita grazie al contributo delle chitarre e acquisisce un suo ritmo ritmo che è intramezzato da pause che ne accentuano il pathos.

Broken Crow ha un che di romantico, la struttura è la solita, con pause e ripartenze e con il mandolino a farla da padrone. Qualche reminescenza western per un brano che colpisce per l’impatto emotivo (ma questa è una caratteristica di tutto l’album) e per il trasporto del canto. Il finale ricco di strumentazione ricorda da vicino l’ultimo lavoro (bellissimo e da me originariamente sottovalutato) di Of Monsters and Men.

Below my Feet è una lenta ballata, con incursioni di elettronica, peraltro affatto invadente, che ha un che di sacro, di sontuoso. La voce è quasi sospesa , il finale, secondo uno schema collaudato, riprende ritmo, e la voce assume toni di dolore.

Not With Haste è delicata, solo voce e chitarra all’inizio, poi piano e banjo. La delicatezza diventa tensione anche grazie all’uso teatrale della voce. Il finale è quasi sussurrato.

La versione Deluxe contiene, tra altri brani , una versione molto bella di The Boxer, di Simon e Garfunkel, a voler rimarcare le origini e le influenze, alla quale partecipa in qualità di ospite Paul Simon. Bella e assai romantica, con un coro e un finale strumentale assai suggestivi.

In definitiva non un capolavoro ma un gran bel disco, serio, impegnato, profondo, non commerciale. Gli manca forse un brano di punta ma nell’insieme siamo al cospetto di un’opera di gran valore e di una band da seguire e che oramai non è più una promessa.

Brother Giober

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE:

Jeff Buckley – Grace

Fleet Foxes – Helplessness Blues

Ben Howard – Every Kingdom

ALTRO (dischi dimenticati, nascosti e meritevoli di menzione, oppure no )

James Iha – Look to the Sky *** Trattasi del chitarrista degli Smashing Pumpkins, quello giapponese tanto per intenderci, il quale, dopo lo scioglimento del gruppo, ha avviato una carriera da solista con produzioni rare ma di qualità. Questo è il secondo lavoro pubblicato e vede la partecipazione di numerosi ospiti tra i quali svetta, per importanza, Tom Verlaine mitico chitarrista dei Television. Il disco ha il suono abbastanza tipico di numerose formazioni degli anni 90, con una presenza mai invadente di tastiere ed elettronica che convivono con atmosfere essenzialmente acustiche. I ritmi sono quasi sempre rilassati e il modo di cantare elegante e rassicurante. Alcune composizioni sono di ottimo valore e, in particolare, To Who Knows Where, si candida ad essere uno tra i cinque più bei brani dell’anno.

Beth Orton – Sugaring Season*** Nuova prova discografica per questa delicata cantautrice capace, nel passato, di dischi della qualità di Central Reservation. Beth ha ottime capacità compositive, una voce a suo modo soul; la musica ricorre spesso a soluzioni acustiche condite da un uso mai eccessivo dell’elettronica. Il livello medio della canzoni è senz’altro buono e la nuova produzione evidenzia almeno un gioiello come Dawn Chorus, bellissima.

The Blasters – Fun on Saturday Night **1/2 Mi dispiace non parlare con l’enfasi che vorrei dei miei amati Blasters, ma proprio non posso. Non che questo disco non sia bello, semplicemente è di maniera, cerca il divertimento a tutti costi senza che vi siano canzoni di grande spessore. Purtroppo l’assenza di Dave Alvin si fa sentire. Da rilevare tra gli ospiti, la presenza di Exene Cervenka, cantate dei mitici X.

PLAY LIST: Heart and soul

Van Morrison – Astral Weeks

Bob Marley – Johnny Was

Jeff Buckley – Grace

Anita Baker – Caught Up in the Rapture

Aretha Franklin – Spirit in the Dark

Ben Harper – Sexual Healing

Ben l’Oncle Soul – Come Home

Tony Bennett – Smile

Ruthie Foster – This Time

Ry Cooder – Brother is Gone

Commenti

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  1. Scritto da umberto

    Gran bel disco davvero, anche io non li conoscevo se non per sentito dire sul busca, ma devo ammettere che è veramente fradevole, ben suonato e ben cantato…adesso vado alla ricerca del loro primo album