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La ricetta anti-Germania di Mario Bertini “Vinciamo con i cambi”

Pratese doc ma bergamasco d'adozione, il mediano nel 1970 ha sconfitto i tedeschi in quella storica semifinale messicana: "I 120 minuti di domenica si faranno sentire, puntiamo su Diamanti e Di Natale".

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“Sono passati 42 anni e i ricordi sono un po’ sbiaditi. Ma quello che abbiamo fatto quella notte è indelebile”. Parola di Mario Bertini. Lui, pratese doc ma bergamasco d’adozione, quel 19 giugno del 1970 fu tra i protagonisti della partita che resterà per sempre nella storia del calcio.

Quando si pensa ad Italia-Germania le menti dei più giovani vanno sicuramente alla memorabile battaglia di Dortmund, quando Fabio Grosso ed Alex Del Piero regalarono con le loro perle la finale di Berlino agli azzurri. Ma la vera Italia-Germania, quella più famosa che la storia del calcio non potrà mai scordare, è stata giocata allo stadio Azteca di Città del Messico. E lui, Bertini, giocò addirittura fuori ruolo “perché Seeler, che faceva la seconda punta dietro a Muller, spesso arretrava e il mister mi fece fare lo stopper. Ma me la cavai egregiamente”.

Quando i tedeschi pareggiarono all’ultimo secondo dei tempi regolamentari cosa pensò?

“Mi cadde il mondo addosso. Ormai tutti stavamo già pensando alla finale, eravamo convinti di avercela fatta. E commettemmo il grave errore di sottovalutare le loro ultime avanzate. Chissà, forse se non avessimo commesso quella sciocchezza non avremmo fatto i supplementari e con il Brasile ci saremmo presentati in altre condizioni fisiche”.

Crede che l’Italia, questa sera, pagherà i tempi supplementari di domenica?

“Sicuramente. Infatti, la mia speranza è che gli azzurri possano chiudere in vantaggio la prima ora di gioco perché dopo il 60’ tutto diventerà ancor più complicato di quello che già è”.

E poi ci sono quelle 48 ore di riposo in più di cui la Germania beneficerà…

“Anche quelle faranno la differenza. Tutto questo, però, fa partire l’Italia nettamente sfavorita di fronte alla Germania e sappiamo tutti bene come ci comportiamo noi italiani quando il pronostico ci gioca contro”.

E’ ottimista?

“Sì, perché essere sfavoriti, in una partita così, non può che essere un vantaggio per noi”.

Come vede la Germania?

“E’ una grande squadra. La vedevo già bene quattro anni fa, quando perse la finale con la Spagna. Ora i più giovani sono cresciuti e i campioni sono maturati”.

Il suo pronostico?

“Non voglio fare un pronostico vero e proprio, voglio solo dire che l’Italia non parte sconfitta: ce la possiamo fare”.

Chi può essere decisivo?

“I cambi faranno la differenza. Per questo, se proprio devo fare due nomi, dico che la partita la possono girare a nostro favore Diamanti e Di Natale, due che dovrebbero entrare a gara in corso”.

Nel 1970, in quella sfortunata finale persa col Brasile, marcò Pelè. Che ricordi ha di quella gara?

“Pelè lo marcai per una ventina di minuti e riuscii a non fargli giocare troppi palloni. Misurarmi contro un campione di quel calibro fu per me un’emozione fortissima perché arrivare lì, contro uno dei più forti giocatori del mondo, dev’essere l’obiettivo di tutti quelli che iniziano a giocare a calcio”.

Come fece a tenerlo a bada e ad evitare brutte figure?

“Non fu particolarmente difficile e vi spiego il perché: quando marchi certi grandi campioni non puoi mai fare brutte figure perché se li azzeri passi per l’eroe di turno, se invece segnano tutti sanno quanto sono bravi e hanno occhi solo per le loro gesta”.

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