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Luca Sapio, puro soul nel 2012: che coraggio

Un disco di pura musica soul nel 21esimo secolo? All'inizio non ci credeva nemmeno il nostro Brother Giober. E invece il lavoro di Luca Sapio è convincente, ben fatto.

ARTISTA :  Luca Sapio

TITOLO: Who Knows

GIUDIZIO: ****

Visto che il viaggio verso Roma è lungo e mia figlia è incollata al suo I.Pod ad ascoltare l’ultimo disco di chi-è-meglio –che- non- sappia, decido di andare su I.Tunes e scaricare sul mio I.Pad un disco che da qualche giorno desidero sentire, quello di Luca Sapio.

Luca Sapio? Un pazzo, perché altrimenti non si può giustificare la scelta di incidere un disco di pura musica soul nel 21esimo secolo avendo quale mercato discografico principale quello italiano e, per di più, cantando in inglese.

Ma il disco e’ bello, molto bello e merita tutta la vostra attenzione. Luca Sapio ha un passato importante seppur, in alcuni casi, in contesti stilistici diversi rispetto a quelli presente in questo lavoro.

Dopo aver suonato, e cantato tra gli altri con i Quintorigo ed essere stato il frontman dei Black Friday, ha intrapreso una carriera solistica approdando a questo lavoro certamente di grande impatto e qualità.

Amante del soul, quello degli anni ‘60 e dei primi ’70, se ne e’ andato così a registrare negli Stati Uniti, ha utilizzato musicisti e produttori del luogo (il leggendario Thomas “TNT” Brenneck) e la musica incisa ne ha risentito. Puro soul, reso credibile anche da una voce che non ha nulla da invidiare a quella principali interpreti del genere, muri di fiati ed creatività veramente fuori dal comune.

Ma e’ tutta l’atmosfera del disco a colpire, sono gli arrangiamenti in stile Stax, la partecipazione emotiva dell’artista in grado di dare la corretta enfasi ai principali passaggi di ogni canzone ed a sfumare laddove l’inciso canore deve lasciare spazio agli interventi strumentali, che colpiscono in modo indelebile. In questo disco non c’e alcuna concessione alle mode, ai suoni che oggi vanno per la maggiore, nessuna presenza dell’elettronica.

E’ un disco che, temo, venderà pochissimo, che avrà pochi passaggi radiofonici e meno ancora televisivi e che potrà sopravvivere solo grazie al passaparola degli amanti del genere.

I brani sono tutti belli.

How did We Loose It e’ acustica all’inizio e ricorda da vicino, forse troppo, alcune canzoni di Bill Withers, il contribuito della sezione fiati e’ straordinario e contribuisce a dare grande spessore al brano. La parte canora e’ certamente all’altezza. Forse il brano più d’impatto dell’intero lavoro e miglior intro non si poteva immaginare.

Remove my Coverings e’ cantata con voce greve, l’interpretazione ricorda da vicino Bobby Womack, la melodia assai azzeccata contribuisce a rendere la qualità del brano ben sopra la media. Anche in questo caso gli arrangiamenti dei fiati stupiscono ed emozionano.

Mother, Father ha nel suo DNA Al Green e la sua monumentale opera. Colpisce in particolare il modo di interpretare il genere, come se l’artista lo avesse sempre cantato e suonato e fosse nato a Detroit; anche in questo caso la melodia e’ accattivante facendoti venir voglia di cantare.

Wonder why ricorda il grande Otis Redding quando si cimentava nel blues. Chitarre e fiati la fanno da padroni, l’interpretazione e’ sofferta. Un altro grande brano e il coro fa venire i brividi veri.

Pocketful of Stones e’ sulla falsariga del pezzo precedente anche se e’meno convenzionale. La grande interpretazione vocale e l’arrangiamento sontuoso ne fanno uno dei capolavori del disco. Why is it so hardware… E’ una ballata mid tempo con una bella melodia ed un hammond in sottofondo da brividi. L’interpretazione vocale e’ al solito magistrale, e la parte strumentale nel mezzo da mandare a memoria.

Blinded by Devil e’ più caotica e meno definita, manca rispetto agli altri brani una linea melodica ed una struttura compiuta. E’ un brano che vive sulle capacità interpretative dell’artista e sugli arrangiamenti eleganti come mai.

Rosey ha il sapore di certe colonne sonore anni ’70 , l’atmosfera e’ più leggera rispetto a quella delle altre tracce del disco e lo stile meno marcato. Qualche reminiscenza pop, un po’ di Bacharach per un brano che si fa comunque ascoltare.

What Lord Has Done e’ cantata con voce più distante rispetto a quella degli altri brani e forse anche per questo la canzone impatta meno delle altre.

Infine Who Knows, la title track di Marion Black, una blues fatto di stop e ripartenze e la solita presenza della sezione fiati che ci fa ritornare a 40 anni fa.

Un gran bel disco. Mi auguro solo che il coraggio dimostrato sia apprezzato anche da un pubblico che a questo tipo di musica potrebbe non essere abituato. Da parte mia il consiglio di ascoltare questo lavoro perché se dovesse passare inosservato sarebbe veramente un peccato. 

 

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE:

Bobby Womack –  The Best of

Otis Redding – Otis Blue

Antonello Venditti – Circo Massimo

Brother Giober

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