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È tuo il mio ultimo respiro Il film di un bergamasco sulla pena di morte

Il regista bergamasco Claudio Serughetti ha girato il suo secondo lungometraggio, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2010, e ora la sua pellicola inaspettatamente è richiesta nelle sale cinematografiche.

di Antonella Previtali


“Ci manca solo un ultimo miracolo: farlo vedere a più persone possibili.” Si era conclusa così l’intervista rilasciata a Bergamonews da Claudio Serughetti in occasione dell’uscita del suo primo lungometraggio nel 2008: “il nostro Messia”, film in cui Claudio era riuscito a far recitare gratuitamente Tinto Brass, Rosalinda Celentano, Fabrizio Rongione e Dolcenera.

Se, quelle parole erano vere, allora, per un film che affrontava la disillusione a partire dal mondo dello spettacolo per generalizzarsi alla vita di tutti i giorni, questa volta il miracolo è ancora più difficile perché il tema è decisamente scomodo e non cesserà mai d’esserlo, probabilmente. Serughetti affronta in un documentario, e non con una piacevole commedia, il tema della pena di morte.

In “E’ tuo il mio ultimo respiro?”, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2010 e coprodotto con il sostegno di Nessuno Tocchi Caino, il regista elabora un discorso che si snoda tra testimonianze d’eccezione (Peter Gabriel, Adolfo Perez Esquivel, Dario Fo, Franca Rame, Marco Pannella, Oliviero Toscani, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Padre Alex Zanotelli), reazioni di “pancia” dell’opinione pubblica e immagini (d’archivio) di persone al loro ultimo respiro. Un docu-film privo di retorica che si conclude nella speranza concentrata in una folla che reagisce, liberando due impiccati.

“Il film è già vecchio, per fortuna”, afferma Serughetti in fase di dibattito. “I paesi abolizionisti sono aumentati. Fortunatamente i movimenti contrari alla pena di morte sono riusciti a sollevare il problema, grosso, dei condannati rivelatisi, poi, innocenti. E il dramma vero è che la pena di morte nei paesi dove la si applica si sta accanendo sempre più verso i minori, il cui (non) reato, a volte, è l’omosessualità”.

Il documentario, miracolosamente, dopo essere stato presentato a Roma, è stato richiesto nelle sale e dopo le date di Roma e Mantova, per tre giorni (ieri, oggi e domani – per rimanere in ambito cinematografico) sarà al San Marco a Bergamo e il 18 giugno a Milano. Riprenderà il tour il 31 agosto a Cagliari e da lì, Padova, Bari e Torino.

Bergamo lo ripresenterà a ottobre, rivolgendosi alle scuole perché ci si interroghi sul concetto di giustizia, perché ci si arrabbi sull’inciviltà, l’antieconomicità e la barbarie “per il bene comune”, perché se ne parli per far diventare, come ha detto lo stesso autore, “la pena capitale semplicemente storia, come la schiavitù”.

La sala, ieri sera, era pressoché vuota. Oggi è uscito il sole e il pensiero di rinchiudersi in una stanza buia per interrogarsi su questioni che sembrerebbero lontane da noi potrebbe non essere considerato allettante, ma ciò che consideriamo lontano, in realtà è solo un tassello di quel mondo sempre più globalizzato. Parlare di pena di morte vuol dire parlare di discriminazione tra ricchi e poveri, di rieducazione dell’individuo e tutela della società, vuol dire provare a cambiare prospettiva e anziché mettersi solo dalla parte delle vittime, provare a porsi dalla parte del carnefice (Dead Man Walking docet), significa calarsi nella globalizzazione e non solo per le multinazionali.

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