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“Morte di una ragazza. Morte di una studentessa. Morte del futuro”

Oggi è un giorno come tanti. Migliaia di ragazzi, come me, sono seduti tra i banchi di scuola e affronteranno una giornata normale. Magari si confronteranno con verifiche, con le ultime interrogazioni, con le ultime frettolose spiegazioni.

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Di Giulia Capelli
4R liceo scientifico Lussana

Oggi è un giorno come tanti. Migliaia di ragazzi, come me, sono seduti tra i banchi di scuola e affronteranno una giornata normale. Magari si confronteranno con verifiche, con le ultime interrogazioni, con le ultime frettolose spiegazioni. Ci sono insegnanti che già iniziano a consegnare la lista dei compiti delle vacanze e a farci respirare il profumo dell’estate. Molti studenti, questa mattina, prima del suono della campanella, erano seduti in cortile o sulla scalinata all’ingresso, impegnati a ripassare, a chiacchierare, a fumare una sigaretta, a raccontarsi i programmi del sabato sera, a lamentarsi del sonno, a fantasticare. I ragazzi del nostro liceo non sono diversi dai ragazzi degli altri licei e istituti superiori italiani, sognano lo stesso futuro, affrontano le medesime difficoltà, studiano le stesse materie. E i cassettoni dell’immondizia ci sono in ogni cortile scolastico, nonostante spesso passino inosservati. Allora bisogna chiedersi perché la bomba non è esplosa proprio in questo cortile, perché non ha ucciso me e ferito qualche mia amica. Non c’è alcuna differenza tra noi e ragazze come Melissa, Veronica o Azzurra. Sull’asfalto sono stati trovati i loro astucci disintegrati, le loro penne, le pagine dei loro diari, le copertine colorate dei quaderni. Anche noi, nei nostri zaini intatti, abbiamo astucci, penne, diari, quaderni, ma non sono distrutti, sono ancora interi. Le pagine con scritte e dediche non sono state bruciate e lasciate incenerite per strada. Nessuno ha infranto la nostra intimità, nessuno ha profanato le nostre cose. I nostri segreti non sono stati svelati al mondo. La stessa felice fortuna non ha nemmeno sfiorato le ragazze di Brindisi. Hanno visto la loro vita, riflessa su quelle pagine scritte con penne colorate e decorate con disegni e cuori, in balia di un pazzo, della mafia, di uno sprovveduto, di un killer, di qualcuno che ha distrutto le loro vite nello stesso atroce modo in cui ha distrutto i loro zaini. Ci sono tanti Genitori che accompagnano i figli a scuola e li lasciano davanti all’entrata. I nostri sabato mattina non hanno visto il fuoco e il fumo nero, non hanno sentito il boato. I loro non sono stati altrettanto fortunati e hanno assistito in diretta a una strage, destinata a sconvolgere le loro vite. Ci sono condomini attorno al nostro liceo, ma nessuno dei loro abitanti è stato svegliato da un’esplosione. Ci sono bar aperti, ma nessuna tazzina di caffè si è messa a tremare. Ci sono passanti e automobilisti, ma nessuno si è fermato a chiamare i soccorsi. La stessa strage accaduta a Brindisi, la medesima tragedia, sarebbe potuta accadere qui, in un giorno apparentemente comune. Sembra quasi una casualità, e forse lo è, perché sembra che per una volta la mafia non centri davvero nulla. Ma se non centra la mafia, allora deve necessariamente centrare un pazzo, qualcuno che non ha la minima idea del dolore che ha causato con il suo gesto. Studenti come noi sono più vicini alle sorti delle ragazze di Brindisi di chiunque altro. È un affronto a loro, ma anche un affronto agli studenti italiani, a chi ancora crede in una scuola positiva e istruttiva, a chi tra le mura scolastiche si sente al sicuro e non teme di essere ucciso da una bomba posizionata nel cassonetto dei rifiuti. Sarebbe bene riflettere su questi avvenimenti, anche se probabilmente chiedersi il perché di un’atrocità simile non porterebbe risposte, ma solo rabbia e dolore. Questa rabbia e questo dolore devono emergere, ma devono anche essere assimilati in modo giusto, coinvolgendo gli studenti italiani e portandoci a una riflessione, alla voglia di cambiare le cose, di creare un futuro lontano dai pericoli. Ci devono portare alla creazione di un mondo dove vivere senza paura. 

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