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Omaggio a Bob Marley E’ sempre un piacere

La colonna sonora di un documentario presto nelle sale in Italia: per Brother Giober un'ottima occasione per ripassare le amate canzoni del giamaicano icona di un'epoca. E la play list si veste di reggae.

Giudizio:

era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare….

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA : Bob Marley

TITOLO: Marley the Original Soundtrack

GIUDIZIO: *****

Certo non è qualcosa di nuovo… anzi, ma quando mi capiterà ancora di poter scrivere dell’artista a cui mi sento più legato, che ancor oggi riesce ad emozionarmi ogni volta che lo sento?

Prendetela così, come un omaggio e il ringraziamento del sottoscritto al musicista che gli ha fatto compagnia per una vita intera, all’artista che con la sua musica ha contribuito a rendere sopportabili i momenti più neri, al poeta che ha confortato alcune delle scelte più difficili e al performer che con le sue esibizioni dal vivo ha fatto sì che ancor oggi alcune serate siano impresse indelebilmente nella memoria. Insomma un fatto personale.

Ho comprato il primo disco di Bob Marley nella lontana estate del 1976; con il mio amico Marco mi trovavo davanti al solito negozio di dischi del centro. Mi aveva colpito la copertina con la sua effigie in primo piano, ne avevo sentito parlare in radio, nelle trasmissioni del grande Carlo Massarini, mentre alcuni programmi televisivi di costume iniziavano ad interessarsi del fenomeno socio- musicale del reggae.

Una volta arrivato a casa posi il disco sul piatto: il rullare della batteria tipica del reggae introduceva il brano che dava il titolo all’album; il disco era Rastaman Vibration neppure tra i più riusciti della sua discografia, ma da quel lavoro in poi mi si aprirono le porte di un mondo musicale nuovo che ho continuato ad amare per tutti i giorni successivi.

Il capolavoro Natty Dread era già uscito, senza tuttavia grandi riscontri commerciali, così come uno dei dischi più incendiari della storia della musica, Live, con versioni straordinarie di I shot the sherif, No Woman no Cry ma soprattutto Trenchtown Rock che, sola, vale la spesa di tutto il disco Arriveranno poi altri grandi dischi, condizionati più dei primi dalle sonorità anglo americane e con essi i grandi successi commerciali come Jammin’, Could You be Loved etc. e poi altri ancora grazie ai quali il nostro raggiungerà una notorietà planetaria e i suoi successi diventeranno “riempipista” anche nelle discoteche di maggiore tendenza.

Poi arrivò il 1980 e dopo uno straordinario concerto allo stadio di San Siro davanti ad un pubblico numerosissimo e devoto, tenuto quando la malattia era già in uno stato avanzato, la notizia della morte all’età di 36 anni ed un vuoto incolmabile per quelli che lo hanno seguito con devozione ed amore. Dopo, numerose raccolte, la maggior parte delle quali inutili, alcuni live non tutti di livello, sino all’anno scorso quando verso la fine esce il formidabile Live Forever, forse meglio anche dei dischi dal vivo pubblicati quando il nostro era ancora in vita.

Probabilmente Bob Marley non è stato solo un immenso musicista o un grande poeta ma l’icona di un’epoca, il trascinatore di un’intera generazione, forse più dello stesso Dylan, l’ispiratore del pensiero di una o più generazioni. La sua influenza musicale è stata meno evidente: il reggae è limitato in spazi angusti, può piacere o meno ma le battute sono quelle, i ritmi anche.

Ciò nonostante Marley ha influenzato e condizionato tutto il punk inglese e quindi anche la new wave e gli artisti più in vista di questi movimenti hanno attinto in modo massiccio dalle sonorità giamaicane. Pensate solo all’uso che dei ritmi caraibici hanno fatto band come i Police, i Clash e artisti come Graham Parker o Joe Jackson.

Questa che recensisco è la colonna sonora di un documentario del 2006 che in Italia sarà programmato nelle sale cinematografiche a partire dal mese di giugno e che, naturalmente, è incentrata sulla vita del grande artista giamaicano.

La raccolta esce in due versioni: la prima assai lussuosa in triplo vinile, mentre la seconda in doppio cd. Le canzoni sono le solite, alcune versioni sono live e numerose sono le assenze di rilievo: cito per il mio gusto personale Kaja, la meravigliosa Waiting in vain, ma non ci si può lamentare.

Così i periodi sono tutti compresi: quelli degli inizi, rappresentati nel primo cd, durante i quali il nostro era più che altro noto nel suo paese e dove le composizioni sono pure e meno influenzate da altre musicalità.

E così è un piacere farsi cullare dalla semplicità del ritmo di Corner Stone o dagli andamenti ska di Judge Not dove la voce di Bob è ancora acerba e dove è possibile ascoltare le note di una tromba, strumento che poi non apparirà più frequentemente nelle sue rappresentazioni, o ancora dalla melodia di Simmer Down, composizioni non ancora ben definite ma con ben presenti i segni del genio. La complessità delle partiture e i tratti del nostro iniziano ad intravedersi in Small Axe, ma è a partire da Stir it Up che l’andatura cambia e le sonorità divengono più famigliari: e così via una dopo l’altra Concrete Jungle, Cray Baldhead, Natty Dread, con la grande attenzione, nei testi, ai temi sociali e politici e con la musica sempre più incisiva, indimenticabile, immortale per finire con Trenchtown Rock, brano trascinante come pochi.

Il secondo cd si apre con la celeberrima Jammin’, dal vivo in una versione mai sentita prima: la registrazione, come purtroppo in altri dischi di Bob Marley, non è il massimo, tuttavia l’imprecisione del suono non è sufficiente a nascondere la forza della composizione. Seguono Exodus, e le immortali No Woman no Cry, War e I Shot a Sherif (che diventerà famosa in una meno bella versione di Eric Clapton), tutte queste riprese dal vivo in versioni trascinanti, mente gli altri brani del secondo dischetto, tra cui, Could You be Loved e One Love sono tutte riproposte nelle versioni in studio.

Una menzione particolare merita Redemption Song a mia memoria, l’unica canzone, non reggae di Bob Marley, ma che tutti dovrebbero conoscere a menadito, per le emozioni che ancora oggi dà, e per la profondità del messaggio.

Mi aiuterai a cantare Questi canti di libertà?

Perché tutto quel che ho sempre avuto

Sono i canti di redenzione, canti di redenzione
 

Emancipatevi dalla schiavitù mentale

Solo noi stessi possiamo

Liberare la nostra mente

Non aver paura dell’energia atomica

Perchè nessuno di loro può fermare il tempo

Per quanto ancora dovranno

Uccidere i nostri profeti?

Mentre stiamo da parte e guardiamo

Un giorno saremo parte di questo:

Dobbiamo adempiere il libro

Serve qualcos’altro da dire? No. 

Cinque stelle perché oltre non si può andare.

Brother Giober 

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE:

The Clash – Sandinista

The Police – Greatest Hits

Peter Tosh – Bush Doctor

ALTRO (dischi dimenticati, nascosti e meritevoli di menzione, oppure no )

Chemical Brothers – Don’t Think (Live from Japan ) **** Chemical Brothers, uno dei gruppi di punta del panorama house che, come spesso succede, nelle esibizioni dal vivo trovano la loro dimensione ottimale. Qui i loro successi ci sono tutti, spesso mixati fra loro. Ritmi frenetici, musica sintetica ma, paradossalmente, potrebbe essere il nuovo soul del terzi millennio. Un disco che per qualità artistica non è inferiore a quelli dei loro antagonisti principali Daft Punk.

Simple Minds – 2012×5 *** Un bel box per uno dei gruppi più in vista del movimento new wave che raccoglie i primi 5 dischi della loro fortunata carriera. Jim Kerr e compagni hanno significato molto per quelli della mia età che, dopo l’ubriacatura punk, hanno avuto dei momenti di sbandamento. Indecisi se essere alfieri dell’avanguardia elettronica o autori di hit commerciali, nel tempo i Simple Minds hanno virato verso quest’ultima forma espressiva. Certo che il loro New Gold Dream del 1982, qui contenuto, era un signor album.

Macy Gray – Covered *** Le ultime esibizioni dal vivo sono state penose, compresa quella sanremese. Però lei ha una voce straordinaria e qui si ripresenta al pubblico con una raccolta di pezzi rifatti alla sua maniera, con ospiti a volte poco credibili Certo che Here comes The Rain Again degli Eurythmics è riuscita proprio bene ed anche Creep dei Radiohead non è niente male.

PLAY LIST : Roots, rock, reggae

Peter Tosh – (You Gotta Walk) Don’t Look back

10 cc – Dreadlock Holiday

The Rolling Stones – Cherry oh Baby

Garland Jeffreys – I May not Be your Kind

Jimmy Cliff – Reggae Night

UB 40 – Many Rivers to Cross

The Police – So Lonely

The Clash – Junco Partner

Joe Jackson – Is She really going Out with Him?

Graham Parker and the Rumour – Hey Lord Don’t Ask me Questions

Commenti

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  1. Scritto da bergamasc

    anche se il reggae non è il mio genere musicale preferito, Bob è sempre Bob…e ascoltarlo fa sempre bene all’anima…

  2. Scritto da rastaman

    veri uomini a cui credere fino in fondo

    Il pensiero di Bob e’ celestiale e rimarrà sempre con noi